L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tra le rovine dell’antico Egitto

di Antonino Trotta

Al Teatro Regio di Torino torna l’Aida di Verdi nell’allestimento di William Friedkin: nonostante il magnifico colpo d’occhio assicurato dal suggestivo lavoro scenografico, lo spettacolo fatica a decollare per la direzione alterna di Michele Gamba, per la regia timida di Riccardo Fracchia e per le prove deludenti dei protagonisti, in alcuni casi funestate da evidenti indisposizioni.

Leggi anche la recensione del cast alternativo Torino, Aida, 07/03/2023

Torino, 1 marzo 2023 – Aida, è vero, è l’opera kolossal per eccellenza. La monumentalità dell’architettura egizia, l’imponenza delle debordanti scene di masse, la spettacolarità delle parate militari, tutto ciò che insomma ha alimentato per decenni la tradizione esecutiva di quest’opera, ha, tutto sommato, nell’economia della narrazione teatrale e musicale un peso specifico tutt’altro che trascurabile: è di fatto dal confronto con l’infinitamente grande dello sfondo che la dimensione infinitamente piccola, e privata, del dramma in atto acquista tutto un altro sbalzo. Al Teatro Regio di Torino, dove Aida va scena come secondo titolo in cartellone per la stagione 2023, l’allestimento firmato da William Friedkin e ora ripreso da Riccardo Fracchia trova nelle scenografie e nei costumi di Carlo Diappi lo spazio ideale in cui esercitare la fascinazione dell’infinitamente grande: è soprattutto l’eleganza nel disegno e la perizia nella realizzazione – le stanze di Amneris nel secondo atto, ad esempio, sono un autentico capolavoro – a trasformare l’Egitto qui rappresentato in una realtà capace di sedurre lo sguardo e sussurrare alla fantasia, assicurando un’ottima presa anche su chi, in cuor suo, non ama particolarmente le Aide a presepio. Il lavoro all’interno di questo scrigno di pregiatissima fattura, però, latita abbastanza giacché la regia di Riccardo Fracchia si limita a soluzioni ora banali, ora scontate: ci si sbraccia, ci si abbraccia, ci si accascia – e mettiamo pure in conto che a doversi accasciare c’è pure un’Aida che non è una spiga –, senza né esplorare né rendere giustizia a quell’enormità drammatica che poi si sviluppa nel perimetro circoscritto di una camera o di una tomba. A onor del vero, anche le coreografie di Anna Maria Bruzzese, eseguite pure con qualche sbavatura di troppo, colpiscono più in negativo che in positivo, sicché, a conti fatti, lo spettacolo complessivo, cosa oscena da dirsi, rende più da fermo che in moto.

Sarà che in buca, alla guida degli eccellenti complessi del Regio, Michele Gamba si avvicina alla concertazione con troppa prudenza. Non c’è niente che non va, sia chiaro, dalla cura del palcoscenico alla tenuta dell’orchestra, ma non v’è nemmeno niente che vada bene fino in fondo: là dove il dramma infiamma la partitura non esplode e il fraseggio difetta in nerbo, lì dove l’atmosfera si rarefà i colori e le dinamiche suonano piuttosto intorpidite; anche nelle scene di massa, un po’ troppo pigre, viene a mancare quella maestosità che ivi si richiede. Va detto, però, che la recita di cui si riferisce è abbastanza sfortunata e, quando due protagonisti su tre più che cantare tirano a campare, non si può certo pretendere il massimo della resa.

Angela Meade, dopo la rinuncia alla prima per quella stessa indisposizione che le è costata la seconda e ultima recita dello strameritato debutto scaligero con I vespri siciliani, torna a calcare il palcoscenico in condizioni di salute ancora non ottimali. E non sono i ripetuti colpi di tosse tra secondo e terzo atto, il respiro più corto o l’incidente nel do filato a rivelarlo: fin dall’inizio dell’opera la voce non suscita quell’elettrizzante sensazione di onnipotenza che immancabilmente desta; nei momenti d’assieme, cosa inimmaginabile, quasi scompare; i filati, nonostante il pur valido duetto finale, non corrono come al solito; il duetto col padre, che proprio qui a Torino, un anno fa, rappresentò l’Everest dell’arcata drammatico, qui si spegne nell’anonima correttezza. Le auguriamo di cuore di rimettersi al più presto, ora che al varco l’attende I due Foscari a Genova: della sua Aida si può pure fare a meno, della sua Lucrezia Contarini no. Lo stesso discorso vale per Stefano La Colla, anch’egli rinunciatario alla prima per indisposizione, in quest’occasione non all’altezza né della fama né del ricordo che si ha del suo Radames (qui a Torino, come Meade, giusto un anno fa). Silvia Beltrami sopperisce ai limiti di una voce non propriamente drammatica con una bella gestione delle risorse vocali e con un temperamento volitivo e pugnace, e se è vero che gli acuti nel finale sono saettati leggermente al limite, la sua Amneris si fa molto apprezzare per grinta e fraseggio. Gevorg Hakobyan, Amonastro, ha voce assai bella ma canto a tratti sgraziato; Marko Mimica è un faraone di lusso. Ottima la sacerdotessa di Irina Bogdanova, corretti Thomas Ciluffo (un messaggero) e Evgeny Stavinsky (Ramfis). Il coro del Teatro Regio di Torino, istruito da Andrea Secchi, porta come al solito in alto il nome dell’istituzione che rappresenta.


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