L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Quel (grottesco) sangue versato

 di Joseph Calanca

Cosa succede quando un’icona del cinema horror si cimenta con le tenebrose atmosfere di Macbeth? La risposta, ben poco convincente, arriva dal palcoscenico del Teatro Verdi di Pisa.

PISA, 27 marzo 2015 - Il sipario si apre ancor prima che comincino a risuonare le note del preludio: un gruppo di soldati esulta per la vittoria di Macbeth. Una scena superflua, ripetizione di quello che nel libretto viene condensato con economia e potente senso della parola in un paio versi, già lascia presagire la sostanziale estraneità tra la concezione teatrale di Verdi e Piave e quella di Dario Argento. Nell’autunno 2013, all’alba del suo debutto nell’aurato mondo del melodramma al Teatro Coccia di Novara, il regista affermava: “Vi ricordate il mio film Opera? Era ispirato a Macbeth e adesso porto il cinema in teatro. Ma con sorprese, immagini, effetti speciali.” Di queste belle intenzioni nello spettacolo ora giunto al Teatro Verdi di Pisa, che ne è coproduttore, non resta nulla. È una mesta sagra del già visto quella che ha luogo nelle scarne scene create e ben illuminate da Angelo Linzalata. La vicenda è posticipata agli anni della Grande Guerra, tra cavalli morti e poltrone orgogliosamente Frau, nonostante i modesti costumi (di autore ignoto a giudicare dalla locandina) e i cappotti d’ordinanza non evochino un particolare periodo storico. Il cineasta afferma inoltre di non desiderare “una recitazione ampollosa, pesante, ma un approccio senza orpelli, una resa naturale e reale”. I cantanti vengono così non solo abbandonati alle loro timide intenzione ma neppure valorizzati. Un esempio imbarazzante è l’amplesso tra i due protagonisti durante "La luce langue" nel secondo atto: mentre la mediterranea Lady sale a cavalcioni sul pavido marito, dal fondo della sala qualche preoccupato spettatore commenta: “Lo schiaccia!”

Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave scelsero di moltiplicare le streghe in tre crocchi, così da affidare il ruolo al coro. Dario Argento torna invece al modello shakespeariano, dimostrando ancora una volta ben poca originalità. Tre donne nude (Alessandra Bordino, Beatrice Bosso e Chiara Silvestri) strisciano, rotolano e si dimenano sul palcoscenico, soffiando come gatte, mentre svogliatamente il coro canta di opre infernali. Gli annunciati effetti speciali si esauriscono invece nello splatter degli omicidi di Duncano e Banco e nella decapitazione di Macbeth. Copiosi schizzi di sangue che dovrebbero turbare il pubblico ma che finiscono viceversa per scatenare risatine imbarazzate.

A tanta banalità visiva corrisponde altrettanta mediocrità musicale. Si potrebbe imputare a Simon Krečič, alla guida della Orchestra Festival Pucciniano, di non aver colto, né tantomeno approfondito il cupo colore che domina il lavoro verdiano, oppure di aver tralasciato tutta l’avvincente tensione condensata in partitura. Basterà però limitarsi a sottolineare i tanti, troppi momenti di lampante scollamento tra buca e palcoscenico per giudicare insufficiente la prova del direttore sloveno. Va poi segnalato il taglio non solo dei bellissimi ballabili (scelta frequente in tempi di crisi) ma anche del coro “Ondine e Silfidi”.

In questa temperie, Giuseppe Altomare sembra faticare a trovare un significativo approccio al ruolo del protagonista. Chi scrive ricorda che qualche anno fa il baritono si impose sulla scena nazionale proprio come Macbeth, a Macerata. La voce, dal timbro piacevolmente scuro, è parsa oggi un po’ stanca, ma la “gran scena delle apparizioni” è comunque portata a termine con convincente intelligenza teatrale. Dimitra Theodossiou (Lady Macbeth) può all’opposto contare sul famoso temperamento ellenico per brillare anche in mancanza di particolari suggerimenti registici o sostegni musicali. Alcune frasi vengono illuminate in maniera davvero eccellente: penso, ad esempio, alla felicità mal trattenuta nel passo della lettera “un serto al capo mio” oppure al “Voi siete demente!” a fior di labbra ma nondimeno denso di rabbia. Dopo avere inoltre elogiato la buona resa delle insidiose agilità della scena del brindisi, non si può comunque tacere l’evidente prossimità al grido del registro acuto e le difficoltà nell’aria “La luce langue”, giocata su una tessitura troppo grave per i mezzi del soprano greco.

Si impone senza riserve per voce sonora ed eleganza l’applauditissimo Giorgio Giuseppini (Banco), il migliore della serata, mentre Emanuele Servidio canta Macduff con volume generoso e vibrato pesante. Completano il cast Emanuele Giannino (Malcom), Juan Josè Navarro (Medico) e la precisa Elena Bakanova (Dama di Lady Macbeth).

foto Finotti


 

 

 
 
 

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