L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Belcanto e passione

 di Andrea R. G. Pedrotti

 

V. Bellini

I puritani

Damrau, Camarena, Tézier, Testé, Stroppa

direttore Evelino Pidò

regia Emilio Sagi

orchestra e coro del teatro Real die Madrid

Madrid, Teatro Real, luglio 2016

2DVD BelAir Classiques BAC142, 2017

Se esiste una fortuna del vivere nella contemporaneità, è certamente (artisticamente parlando) la possibilità di poter godere, almeno in registrazione, di spettacoli la cui alta qualità è, al giorno d'oggi, troppo spesso pallido miraggio per i teatri d'opera del Paese che inventò il melodramma.

Questi Puritani di Vincenzo Bellini andati in scena al teatro Real di Madrid sono, a loro volta, una prova di quanto la qualità musicale offerta oggi non abbia nulla da invidiare al tanto decantato (da chi non l'ha mai vissuto) passato dell'opera.

La regia di Emilio Sagi è essenziale e rispetta, nella recitazione, le indicazioni del librettista Carlo Pepoli. Il palco è pressoché vuoto, con una distesa di sabbia bianca a coprire il legno, una balconata o una piccola tribuna ospita il coro, mentre l'azione vera e propria si svolge al centro.

Pochissimi gli elementi scenici: qualche seggiola, dei lampadari che discendono, formando un salone, quando aleggi il matrimonio fra Arturo ed Elvira, un telo (a favorir un bellissimo effetto luci) calato nel momento della fuga di Enrichetta e Arturo e delle proiezioni che fan da sfondo alla prima scena de terzo atto, “A una fonte afflitto e solo”. Oltre che dagli interpreti sul palco viene conferita dinamicità all'azione da alcune comparse, discrete, ma utili a sottolineare il susseguirsi delle vicende.

Lo stile dei costumi è trasposto rispetto all'epoca di Oliver Cromwell, ma senza mutare i significati drammatici; infatti il coro delle donne puritane è in abiti amish (comunque già in uso dal '500 in Svizzera), mentre gli uomini, compresi i solisti, indossano delle divise da ufficiali della prima guerra mondiale, coperte da lunghe pellicce. Elvira è sempre vestita da sposa, in abito bianco da “vergine vezzosa”, mentre l'unico personaggio autenticamente in costume seicentesco è Enrichetta, forse per rendere più palese il suo riconoscimento come consorte di Carlo I. Un altro elemento che ci riporta adepoche remote è l'utilizzo esclusivo dell'arma bianca, nell'equipaggiamento sia dell'esercito puritano, sia di Arturo, partigiano degli Stuart.

Riguardo il cast vocale non possiamo che riconoscere, seppur in una compagnia ai massimi livelli internazionali, una punta d'eccellenza assoluta, ossia lo straordinario Sir Riccardo Forth di un regale Ludovic Tézier, probabilmente il miglior baritono nobile in attività. L'artista francese eccelle nella cavatina “Ah per sempre io ti perdei” per elegia e interpretazione ed entusiasma per recitazione, fraseggio e tecnica vocale nel finale I. Tézier conferma la sua prova anche nel secondo e terzo atto, dimostrandosi attore completo, adatto a una registrazione in DVD, non solo per la sicurezza d'emissione, che non lo costringe ad alcuna smorfia del viso, ma anche per una irresistibile mimica nelle espressioni e negli sguardi. Dettagli, per chi abbia avuto la fortuna di ascoltare Tézier in teatro, notevoli anche dal vivo.

Accanto a lui, troviamo forse il miglior tenore del momento, nel repertorio belcantistico, Javier Camarena, il quale, grazie alla luminosità negli acuti e alla pastosità della voce, può con facilità trovar terreno di conquista in scritture più liriche. Ottimo già in “A te, o cara, amor talora” per la meravigliosa capacità di fraseggio anche nelle brevi frasi scambiate con l'amata Elvira, parimenti Camarena è impetuoso e gagliardo nell'accentazione, quanto perentorio nello squillo, nel finale I. Il tenore messicano è, inoltre, memorabile per tenuta di fiato, mezzevoci, e interpretazione in “A una fonte afflitto e solo”, nel duetto con Elvira “Sei pur tu... or non mi inganni” e in “Credeasi misera”, dove non viene inserito il Fa sovracuto, sostituito con l'esecuzione di due Re bemolle.

Sugli stessi livelli l'ottima Elivira di Diana Damrau, particolarmente passionale nell'interpretazione e precisa musicalmente, si fa apprezzare sia nel finale I, sia nella scena della pazzia “Vien, diletto, è in ciel la luna”, durante la quale si distingue per la raffinatezza e la ricercatezza di belle variazioni.

Non al livello dei tre interpreti sovracitati, ma comunque positiva la prestazione di Nicolas Testé come Sir Giorgio. Il basso francese conduce a termine l'opera con onore, tuttavia cedendo il confronto con Tézier nel duetto “Il rival salvar tu dei”.

Completavano la compagnia vocale la sempre brava e professionale Annalisa Stroppa (Enrichetta di Francia), Miklós Sebestyén (Lord Gualtiero Valton) e Antonio Lozano (Sir Bruno Robertson).

Autentico trionfatore della produzione è, tuttavia, il concertatore, Evelino Pidò. Non è un caso se i massimi teatri internazionali sovente si affidano alla sua bacchetta, e la direzione di questa edizione dei Puritani ne è ulteriore conferma. Troppo spesso ci si ostina a ridurre Bellini a melodia priva di autentica drammaticità, troppo spesso si mutila l'orchestrazione di questo autore, appellandosi a discutibili motivi filologici: nella direzione di Pidò tutto è tecnicamente perfetto, la passionalità del fraseggio orchestrale sostiene e favorisce gli interpreti sul palcoscenico. L'orchestra del teatro Real, sotto la sua guida, esibisce una gran varietà di colori e sfumature agogiche. Non manca, quando necessario, un'intensità travolgente, almeno quanto l'elegia e drammaticità dei momenti più tragici.

Ottima anche la prova, vocale e scenica, del coro diretto da Andrés Máspero.

Oltre a Emilio Sagi, ricordiamo, per la parte visiva, lo scenografo Daniel Bianco, i costumi di Peppispoo e le splendide luci di Eduardo Bravo.

La folla radunata di fronte al maxischermo installato a Madrid per la prima rappresentazione del luglio del 2016 testimonia il successo di questa produzione che ha conferito ai Puritani una capacità di coinvolgimento, con un cast e una direzione memorabili, tale da elevare una partitura dalla musica bellissima ma dal libretto drammaticamente assai debole, se paragonato a un'altra opera andata in scena la prima volta sempre nel 1835 e dalle tematiche molto simili, come Lucia di Lammermoor.