L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

La fanciulla del West alla Scala di Milano

C’era una volta il West

 di Pietro Gandetto

Nuova produzione della Fanciulla del West al Teatro alla Scala. Protagonisti della serata la raffinata regia di Robert Carsen e l’eccellente concertazione di Riccardo Chailly. Cast vocale di qualità, pur con la sostituzione in extremis della protagonista e la conseguente rinuncia all'assoluta integralità della versione originale ripristinata.

Milano – 3 maggio 2016 . Con una prima dedicata alla memoria di Gianandrea Gavazzeni nel ventennale dalla scomparsa, il Piermarini propone un nuovo allestimento della Fanciulla del West di Giacomo Puccini, assente alla Scala dal 1995. Un ritorno alle origini, sia in termini di ripristino della partitura originale di Puccini, epurata dagli interventi di Arturo Toscanini dalla prima del 1910 al Met, sia in termini di ricostruzione dell’atmosfera dei film western, che negli anni della composizione dell’opera riempivano le sale dei cinema.

Superlativa la messa in scena di Carsen. Il raffinato regista canadese si diverte e fa divertire proponendo una lettura della Fanciulla che dà il giusto rilievo al vero protagonista di quest’opera, ovvero l’atmosfera.  Si sa che con la Fanciulla non sono più l’ambiente o l’atmosfera a sorreggere i personaggi pucciniani, ma è essa stessa che si pone come personaggio. E questo concetto non è sfuggito a Carsen, che con la consueta eleganza e ironia, crea una regia e una scenografia perfettamente tese alla ricerca di quel nuovo mondo di cercatori d’oro che aveva affascinato tanto il maestro lucchese.

Tema dominante di questo allestimento è il parallelismo tra il West della Fanciulla e il western cinematografico. L’opera si apre con la proiezione della scena finale del film My darling Clementine di John Ford (Sfida infernale) in cui lo schermo del cinema, quasi come una porta spazio temporale, trasforma gli spettatori nei minatori pucciniani. Dopo le scene di goliardia e lo show dello sceriffo Jack Rance, arriva Minnie, pistole alla mano, avvolta da un’enorme scenografia rossa e concava, raffigurante le celebri rocce della Monument Valley dell’Arizona. Il secondo atto si svolge tutto nella capanna di Minnie, concepita da Carsen come una sezione di una stanza di legno, in prospettiva, con colori tenui e freddi, e richiami a situazioni del film muto di Victor Sjöström, The Wind. Nel terzo atto, la grande selva californiana fa da sfondo alle scorribande dei minatori di Rance, accompagnate dalle videoproiezioni di Ian William Galloway. L’esecuzione di Ramerrez viene interrotta dall’arrivo di Minnie, agghindata da diva anni venti con tanto di stola, protagonista della pièce di David Belasco The Girl of the Golden West (da cui è tratto il libretto), che uno sfavillante cinema sta proiettando alle sue spalle (d’effetto le enormi scritte luminose americaneggianti LYRIC - NOW PLAYING “THE GIRL OF THE GOLDEN WEST”). Arriva allora Dick Jonhson anch’egli agghindato con baffetti e abito cammello. Dopo il salvataggio del condannato, i due partono mano nella mano e i minatori, imborghesiti anch’essi, entrano nella sala e ritornano a essere gli spettatori di quello stesso cinema che all’inizio dell’opera li aveva trasformati.

Coprotagonista di questa serata, la mirabile concertazione di Riccardo Chailly. La partitura della Fanciulla è la più elaborata e ricca (e forse anche la più moderna) che Puccini abbia scritto fino a quel momento (1910). Tutto quanto non trasposto nella vicenda e nell’azione scenica, prende forma nella ricchezza tecnica, nella meticolosa precisione del particolare strumentale. L’armonia è audace e innovativa per il tempo, lo strumentale brillante e ardito e qui l’orchestra parla e racconta. In questo contesto, il merito di Chailly è quello di far sì che il peso di una tale orchestrazione (qui esasperata nella ricerca dell’acuto e nell’espansione in toccanti linee melodiche) non scada mai nel ‘puccinismo’, inteso come degradazione dello stile pucciniano a un sentimentalismo che ormai non ha più ragion d’essere ai giorni nostri. L’orchestra qui non bamboleggia e non ammicca al pubblico (come ancor oggi tanto teatro pucciniano ripropone) e ogni misura, ogni nota sono studiate e proposte con una rifinitura di accenti, di pause e di suoni, di altissimo livello. Sia chiaro, non si assiste a una pedantesca ricerca della perfezione, ma a un esercizio di ricostruzione di una partitura secondo gli intenti dell’autore, scrostata da circa un secolo di stratificazioni interpretative che ebbero inizio con la prima del ‘10 al MET. L’orchestra della Scala, all’altezza del suo nome, vince. Vince l’impasto dei clarinetti coeso a quello degli archi, vince il set delle perchussioni, l’uso sorprendente dei fiati. Purtroppo il cambio in extremis della protagonista impedisce di godere pienamente del recupero, rendendosi necessario il taglio del breve duetto fra Minnie e Billy Jackrabbit (Alessandro Spina), il cui ripristino era atteso con grande curiosità.

Anche il cast vocale è all’altezza delle aspettative. Barbara Haveman, come si accennava chiamata a sostituire, all’ultimo, l’indisposta Eva-Maria Westbroek nel ruolo di Minnie, conferma le già note doti vocale e interpretative. Nel primo atto, c’è qualche titubanza su alcune frasi (difficile biasimarla visto il pochissimo preavviso), tanto che il  maestro suggeritore interviene (e in modo così marcato da essere avvertito fin dal fondo della platea). Più oltre il personaggio si sviluppa con piglio ed energia, le frasi scorrono più fluide e compatte e Minnie abbandona i panni della fanciulla innamorata per vestire quelli della capo-branco ferma e risoluta. Rispetto alle tragiche fini delle sorelle pucciniane, per lei Puccini ha predisposto ben altro traguardo: non il nulla della fine, non un suicidio o l’oblio, ma la vita di tutti i giorni. Minnie ha salvato Johnson dalla furia dei minatori, si è stremata in un dolente stillicidio di congedi dagli amici fraterni e ora la attende quel che per Puccini è la peggiore delle fini, la quotidianità. L'eroina di Carsen-Chailly se ne va con onore, vestita da diva con tanto di stola e quasi come una mannequin.

Sicuramente il migliore del cast, il tenore Roberto Aronica nei panni di Dick Johnson. Finalmente un tenore pucciniano, dotato di bel timbro che ben si accompagna alla vocalità della protagonista. Emissione sicura e registro acuto di prim’ordine, ben appoggiato, ampio e senza tentennamenti di sorta. E fa piacere vedere sulla scena un tenore che recita e non “tenoreggia”.  Buono il Jack Rance di Claudio Sgura, che però finisce per diventare didascalico nella declinazione di un personaggio tutto intento a dimostrare il proprio ruolo di primazìa sociale nella gang dei minatori.

Il resto del cast contribuisce efficacemente alla creazione dell’atmosfera “maschile” dell’opera. Dei diciotto personaggi cantanti, sedici sono uomini - l'unica altra donna, l'indiana Wowkle, è per di più figura men che marginale - e dieci sono bassi e baritoni. Fra questi, ci piace evidenziare la vocalità squillante di Carlo Bosi nel ruolo tenorile di Nick, e la verve e il talento di Alessandro Luongo nei panni di Sonora. Di pregio il contributo del coro maschile.

Circa dieci minuti di applausi, con grandi consensi per Chailly. Non è mancato qualche fischio, rivolto alla regia, da parte di chi non ne ha compreso affatto l’estrema raffinatezza. Ma dopotutto, senza qualche contestazione, che prima scaligera sarebbe?

 

foto Brescia Amisano


 

 

 
 
 

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