L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

pietro spagnoli, monica bacelli, francesca dotto, chiara amrù, juan francisco gatell, vito priante

A scuola d’amore

 di Stefano Ceccarelli

Il Teatro dell’Opera di Roma porta in scena, dopo un decennio, Così fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart, su libretto del geniale Lorenzo Da Ponte, per festeggiare il duecentosessantunesimo anniversario della nascita del salisburghese. Speranza Scappucci offre una direzione perfettibile in più punti, ma agogicamente ragguardevole; curiosa la regia di Graham Vick (La scuola degli amanti, sottotitolo del capolavoro mozartiano, è presa alla lettera!), il quale si distingue per il certosino lavoro sui cantanti e sui loro movimenti in scena. Il pubblico applaude, contento, un’opera di rara bellezza.

ROMA, 24 gennaio 2017 – I festeggiamenti mozartiani per il duecentosessantunesimo anniversario della sua nascita (27 gennaio) vedono la mise en scène, presso il Teatro dell’Opera di Roma, di uno dei capolavori indiscussi del salisburghese: Così fan tutte o sia la scuola degli amanti. Sul podio dell’orchestra Speranza Scappucci; alla regia, Graham Vick.

Una donna direttrice d’orchestra è rara avis. Scappucci è, quindi, d’esempio a quante vogliano – a pieno diritto – intraprendere questa professione tradizionalmente appannaggio degli uomini. Cosmopolita, Scappucci è ben salda in Europa e America: gli anni di gavetta come maestro collaboratore le son valsi una non comune sensibilità nell’accompagnamento al clavicembalo (mansione oramai vieppiù inusuale per un direttore) e l’esperienza su vari palcoscenici. Ha una visione a tutto tondo dell’amalgama orchestrale – scegliendo alle volte di far emergere taluni timbri rispetto ad altri (scelte talvolta discutibili, ma lecite) – e una spigliatezza agogica che la porta a imprimere celeri abbrivi dopo momenti di più placida contemplazione (come nell’ouverture) o a ristagnare allentando assai (evocazione musicale del locus amoenus napoletano), in una direzione, insomma, di effetti netti. Ampi margini di miglioramento si prospettano per una lettura orchestrale più nitida, per una visione più tonda dell’opera e per un maggior rigore nella gestione delle voci dei cantanti: ma la serata è riuscita e la performance gradevole.

Il cast vocale è di tutto rispetto. Francesca Dotto ha una fantastica presenza scenica, voce chiara ma non perfettamente nitida, afflitta un po’ da un vibrato strettissimo e da una tecnica che non le consente una perfetta omogeneità dei registri. Molti acuti, però, escono bene e, in fin dei conti, la sua Fiordiligi si lascia apprezzare, non tanto per il quanto mai spiccato lato paratragico del personaggio (l’aria «Come scoglio immoto resta» presenta, infatti, non poche rigidità e durezze – soprattutto nel registro acuto/sovracuto), quanto piuttosto per quello amoroso/elegiaco, cui riesce a dare una freschezza a tratti autenticamente innocente: «Per pietà, ben mio, perdona» ne è perfetto esempio. La Dorabella di Chiara Amarù è vocalmente irresistibile, con quel timbro tornito, chiaro, pastoso, imbevuto di una tinta autenticamente mezzosopranile: dell’incostanza icasticamente femminile del personaggio rendono ottimo esempio gli accenti diversissimi che Amarù riesce a conferire alla paratragica «Smanie implacabili» e alla sensualmente birichina «È amore un ladroncello». Il Guglielmo di Vito Priante ha in una voce tornita, scandita in un fraseggio elegante nel sillabato e tutto sul fiato (di chi ha gran dimestichezza con Rossini), e in un volume ragguardevole con omogeneità di registri, la sua miglior dote: un’ostentata, giovanile virilità è la chiave di volta del carattere, come emerge gagliardamente nell’aria «Donne mie, la fate a tanti» o nell’allusiva «Rivolgete a lui lo sguardo». Amarù e Priante sono, a mio avviso, la coppia di spicco della serata. Il Ferrando di Juan Francisco Gatell ha nella recitazione, nell’interpretazione e nell’accento tipicamente mozartiano le sue caratteristiche principali: peccato però che abbia perso un pizzico dell’argentina chiarezza di anni or sono, rafforzando sì il registro centrale, ma a parziale detrimento della regione acuta, che esce talvolta troppo schiacciata, nasale e emessa indietreggiata. Lo s’è visto in quell’aria gioiello che è «Un’aura amorosa», dove Gatell è attentissimo alla lettura coloristica, che la voce, purtroppo, non sorregge appieno – meglio certo in «Ah, lo veggio, quell’anima bella». Monica Bacelli interpreta una Despina assai autoritaria e certo più cinica del consueto: possiede una voce calda, non potente né particolarmente dotata nel cesello del fraseggio, che compensa con buona presenza scenica e con arte mimetica (l’imitazione della voce maschile del medico e del notaio sono veramente spassose), risultando assai divertente e apprezzabile. Fa bene nelle sue due arie: la sapidissima «In uomini, in soldati» e la realistica «Una donna a quindici anni» vengono cantate con piglio deciso, da vera caratterista. Il miglior cantante della serata – per esperienza, gusto, raffinatezza – è certamente Pietro Spagnoli, veterano del ruolo di Don Alfonso: un fraseggiare perfetto, charme, tempi comici, precisione, ha tutte le doti che decenni di carriera e un’innata propensione all’opera buffa possono dargli. «È la fede delle femmine», i lunghi recitativi («Non son cattivo comico! Va bene…»), e la chiarificatrice «Tutti accusan le donne, ed io le scuso» sono eseguite perfettamente, con quel piglio cinicamente illuminista che caratterizza il personaggio del filosofo napoletano. Alcuni momenti degli ensemble riescono particolarmente bene. I duetti Fiordiligi/Dorabella vedono le due interpreti attente e partecipi: il delizioso «Ah, guarda, sorella», l’elegiaco «Ah, che tutta in un momento» e il malizioso «Prenderò quel brunettino» sono ben caratterizzati. Riesce bene, ma non benissimo, il celeberrimo terzetto «Soave sia il vento», dove le voci non sono forse amalgamate alla perfezione (soprattutto in qualche passaggio più delicato). Assai meglio i quintetti «Sento, oddio, che questo piede» e «Di scrivermi ogni giorno». Bene anche i duetti d’amore delle coppie, invertite, e i due finali. Ragguardevole la prova del coro, che viene relegato – scelta registica – dietro le quinte.

La regia di Graham Vick ha, certamente, il pregio dell’originalità: il titolo preferito da Da Ponte, La scuola degli amanti, diviene da metafora realtà; Vick ambienta tutta la vicenda in una scuola, con tanto di lavagne, professore (Don Alfonso), bidella (Dorabella) e studenti (i quattro innamorati). Ambientare un’opera in una scuola non è certo all’ultimo grido, in fatto di mode registiche, ma Vick riesce a far recitare magnificamente i cantanti – questo è il suo gran pregio in questa mise en scène. Dorabella e Fiordiligi, Ferrando e Guglielmo appaiono come adolescenti in piena crisi ormonale, dai caratteri opposti. Sebbene l’idea di Vick tolga molto a talune atmosfere originarie del libretto (un ‘esotismo’ italiano settecentesco; un mondo aristocratico annoiato e perennemente alla ricerca di emozioni erotiche) non la si può imputare di incoerenza: tutte le fila tornano. Alcuni caratteri sono particolarmente spinti, come Dorabella, il cui cinismo è esasperato. Fanno da sfondo le lavagne, le scritte sui muri (FIORDILIGY e DORABELLISSIMA sono semplicemente spassose!), il programma Paint per disegnare la nave su cui salperanno, per finta, i due ragazzi, i banchi ecc. Deve piacere l’idea, certo straniante e fortemente anti-tradizionale (dalle cromature pop): ma Vick sa fare il suo mestiere.

Opera eminentemente metateatrale – un’ordita trama di rimandi, citazioni, allusioni –, profonda e non scontata riflessione sull’amore (e, in fin dei conti, anche sulla vita), Così fan tutte, fortunatamente riabilitata dall’ingiusto stigma morale che le pesava sopra, ci fa ancora innamorare della sua bellezza.

foto Yasuko Kageyama (le immagini si riferiscono a entrambe le compagnie alternatesi nella produzione)


 

 

 
 
 

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