L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

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Amore e rivoluzione

 di Stefano Ceccarelli

Dopo quasi mezzo secolo torna al Costanzi Andrea Chénier di Umberto Giordano in una produzione assai applaudita che coniuga una mise en scène nel solco della tradizione (regia di Marco Bellocchio) a un cast vocale che ha in Gregory Kunde (Chénier), Maria José Siri (Maddalena) e Roberto Frontali (Gérard) le sue punte di diamante. La direzione di Roberto Abbado, di mano colta, sortisce un ottimo effetto sull’orchestra romana, che suona assai bene. La produzione è applaudita e accolta assai favorevolmente dal pubblico.

ROMA, 26 aprile 2017 – Mancava da poco più di vent’anni, l’Andrea Chénier di Umberto Giordano, dai cartelloni del maggior teatro lirico romano – anzi, propriamente, al Costanzi da ben quarantadue anni, quasi mezzo secolo! E vi torna in un ottimo allestimento (in coproduzione con La Fenice) per la regia di Marco Bellocchio. La direzione di Roberto Abbado aggiunge un tocco di classe: rampollo dell’altisonante schiatta milanese, Abbado ha sempre fatto bene nelle sue apparizioni romane.

Nel chiarire le ragioni del suo operato registico, Bellocchio invoca spesso la sua mano cinematografia (che è tutto fuorché fuori posto in un’opera come Chénier) e un principio di fondo che informa la sua regia: «tante volte ti viene un’idea, però sai che su un palcoscenico non puoi realizzarla. […] Non ho mai pensato in alcun momento di utilizzare l’Andrea Chénier per fare qualcosa d’altro, per raccontare qualcosa d’altro. […] Non dico che sia una battaglia perduta: tanti registi d’opera lo fanno. Però molto spesso mi accorgo […] che dopo lo stupore di vedere una messinscena totalmente, assolutamente contro la tradizione, poi è come se la tradizione, come se il canto, come se la musica, in qualche modo prendessero il sopravvento. Allora l’idea nuova spesso, non sempre, diventa una bizzarria, come se i cantanti, i professori d’orchestra, maestri, il direttore, il pubblico si dimenticassero pian piano di questa specie di sovrastruttura che si svuota progressivamente e si immergessero totalmente nella musica e nel canto». Allineandomi perfettamente col suo pensiero, potrei aggiungere che il much absurdness, sovente about nothing, parafrasando l’amato Shakespeare, può solo che nuocere alla fruizione di un’opera. Non è – chiaramente – il caso di questa mise en scène dello Chénier, che anzi si caratterizza per una regia pulita, abbastanza curata nei movimenti dei cantanti, tale da assecondare in pieno le volontà librettistiche. (Come se, poi, si potesse andar contro le volontà librettistiche…). Ad esempio, potrei citare la vivace resa registica della festa dai Coigny: la miglior scena dell’opera, probabilmente, dove i tempi e le entrate sono eccellenti, e si sfrutta ottimamente la dialettica esterno/interno nell’ingresso degli invitati, nell’intermezzo dei pastorelli e, soprattutto, nell’incursione dei mendicanti emaciati dalla fame e dalle sofferenze, preludio di più virulenti parigini assalti. Se Bellocchio compie qualche ingenuità, è nell’uso eccessivo del proiettore (i pipistrelli svolazzanti fuori dalla serra nel I quadro), che a tratti diviene troppo criptico, addirittura: non tanto nei ritratti dei capi rivoluzionari nel III quadro, quanto nelle foto che affastellano il muro marmoreo delle prigioni del IV (vittime di differenti rivoluzioni?). Forse, anche il duetto d’amore del IV quadro, che non si risolve con l’uscita dei protagonisti verso il patibolo, ma con il loro stare – sguardo perso, proiettati nell’aldilà – fissi davanti al pubblico, non risolve appieno la tragedia del momento (debitrice di celebri finali, come Aida). Le scene di Gianni Carluccio, magnificamente valorizzate dalle luci, si lasciano apprezzare soprattutto nei primi due quadri: sanno di antico i grandi pannelli dipinti sullo sfondo del giardino dei Coigny, che delimitano l’esterno dell’elegante scena balaustrata, e la serra è decorata con grottesche neoclassiche che rendono bene l’insistente eccesso di dettaglio e preziosismo dell’annoiata nobiltà francese. Anche le vedute di Parigi nel II quadro sono apprezzabilissime, anch’esse ben dipinte. Con il tribunale di Salute Pubblica e la prigione di San Lazzaro siamo invece in una dimensione interamente marmorea, vertiginosamente claustrofobica, che sa decisamente di razionalismo e concede più di qualche deroga alla verisimiglianza storica. Der resto, Carluccio sceglie di non racchiudere le scene in uno spazio conchiuso: è quel tocco di contemporaneo che mai viene a mancare. Una sovrastruttura novecentesca, lecita sì, ma forse troppo pesante, ove i bozzetti originali ci restituivano il caos di varia umanità affastellata nel Tribunale di Salute Pubblica e persino all’ingresso delle prigioni di San Lazzaro. Storici, sgargianti e molto curati i costumi di Daria Calvelli.

Roberto Abbado dirige assai bene la partitura e l’orchestra è molto centrata, in serata, come da diverso tempo ci testimonia senza soluzione di continuità. Bisogna fare, in effetti, i complimenti alla gestione del Costanzi per una stagione assai ricca, e di titoli apprezzabili. Abbado è bravo nell’accompagnare le voci, fondendo orchestra e differenti vocalità in amalgami brillanti, ‘cinematograficamente’ efficaci, scolpendo le varie emozioni (ora il dolore, ora l’amore). Abbado rende bene quella scrittura à la mode de Massenet, tipica del compositore foggiano, quel «sostenere l’azione con disegni orchestrali di scarso impegno sinfonico, ma pure incisivi nel disegno ritmico e tonale, trasparenti ma caratterizzanti» (F. D’Amico, che si complimentava con Giordano per la «chiarezza e schiettezza di architettura» dello Chénier). Le voci formano un cast di vaglia. Gregory Kunde canta il title role in maniera straordinaria: negli anni la sua voce s’è irrobustita, mantenendo quell’uniformità di registro, quello svettare all’acuto, quella chiarezza timbrica che lo rendono ideale nel ruolo dello sfortunato poeta. Il celeberrimo Improvviso («Un dì all’azzurro spazio»), che squilla e brilla terso e puro, cagiona immediati applausi. Sa trovare accenti delicati nei due duetti con Maddalena, soprattutto quello finale, debitore della scrittura verdiana e wagneriana, e nella sua aria della discolpa («Sì, fui soldato»). Il pubblico romano gli tributa ovazioni in abbondanza, sancendo il suo personale trionfo. Il Carlo Gérard di Roberto Frontali è forse il carattere meglio scolpito della serata: la sua voce bruna, ma squillante, a tratti volutamente graffiante, rende assai verisimile il carattere del servo asceso a capo rivoluzionario, persino nei suoi lati più sentimentali: chiudendo gli occhi, pare di sentir squillare il timbro, le prodezze del grande Cornell MacNeil. Indimenticabile la sua aria «Un dì m’era di gioia passar fra gli odi e le vendette», ch’è una riflessione politica di sensibile acume (patenti gli influssi del recentissimo Jago verdiano, senza però i suoi ferini eccessi); o l’abbandono, crudo e lirico al contempo, alla vista di Maddalena («Io t’aspettava! Io ti voleva qui!). Tonante squilla nel vano tentativo di salvare Chénier («Chénier è un figlio della Rivoluzione!»). Maria José Siri canta una buona Maddalena di Coigny. Il soprano, che ha una voce decisamente potente, squillante, corposa, nel I quadro spinge un po’ troppo per mostrarcelo, quando la giovane Maddalena dovrebbe avere accenti più leggeri e leggiadri. Centrata, sicuramente di più, nel ruolo in una Maddalena più matura, fin dal notturno duetto con Chénier (II quadro) ci mostra quanto elegiaca possa suonare la sua voce, finalmente cominciando a giocare maggiormente con le sfumature consone alla parte: la struggente aria «La mamma morta» riesce assai bene, tanto da meritarsi il plauso del pubblico. Termina stupendamente nel duetto «Vicino a te s’acqueta», che chiude l’opera. Natascha Petrinsky recita assai bene il ruolo di Bersi, meritandosi i complimenti per il suo arioso («Temer?»). Anna Malavasi, con la consueta eleganza e la florida ricchezza della voce, ci dona una Contessa di Coigny smagliante, in uno splendido abito porpora. Straordinaria, eccelsa, storica, direi, la Madelon di Elena Zilio, una cantante che è la dimostrazione vivente di come la ‘vecchia’ scuola italiana (delle Scotto, delle Freni ecc.) fosse eccellente: canta ancora con una potenza, con un trasporto, poi, sublime, tale da farmi commuovere (e – immagino – non sarò stato il solo), nell’aria di questa vecchia cui la Rivoluzione ha tolto tutto e cui rimane solo la forza di donare alla causa l’ultima goccia del suo vecchio sangue, il suo giovane nipote. Decoroso il resto dei comprimari. Ottimo il coro: incantevole quello femminile nell’intermezzo pastorale; fremente di ogni accento il volgo parigino.

Una produzione certamente di qualità, con un cast ragguardevolissimo (la triade Kunde-Siri-Frontali lo dimostra), che attesta il buon livello del Costanzi in questo momento. Il pubblico applaude contento una felice produzione.

foto Yasuko Kageyama