L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La Fenice brinda con Chung

 di Francesco Lora

Il concerto di capodanno del Teatro La Fenice riconferma l’assetto prima sinfonico (Beethoven) e poi operistico (Donizetti, Verdi, Bizet e Puccini), sotto la guida illustre del direttore coreano. Eccellenti orchestra e coro, preziose le voci soliste: Nadine Sierra e Francesco Meli.

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VENEZIA, 29 dicembre 2018 – Ci sono il palco reale inghirlandato di fiori, il palcoscenico ornato di alberi natalizi e la platea scorribandata dai cameramen. Già gli apparati la dicono lunga sull’esclusività del concerto di capodanno del Teatro La Fenice, divenuto il più esposto evento mondano-musicale italiano insieme con l’inaugurazione della Scala. A imitazione di Vienna, lo si esegue non solo il primo dell’anno nuovo, ma anche gli ultimi due giorni di quello vecchio; anzi, di più: gli ultimi tre. E a far da maestro delle cerimonie, anche a cavaliere di 2018 e 2019, è ancora una volta Myung-Whun Chung: il sommo concertatore che della Fenice non è ufficialmente direttore musicale, ma che di fatto tiene in mano la migliore identità artistica del teatro veneziano. L’assetto del concerto si è da tempo stabilizzato: una prima parte tutta sinfonica, concepita per tener buoni i palati più fini, e una seconda dedicata all’opera, popolarmente pronta all’urbi et orbi televisivo. Si apre quindi con la Sinfonia n. 7 di Beethoven, che Chung aveva già presentato nel settembre scorso in tre concerti a Torino, Milano e Verona, ma che passando dalla Filarmonica della Scala all’Orchestra della Fenice muta non poco d’orizzonte. Là regnava l’estroversione abbagliante delle sezioni e il loro formidabile equilibrio reciproco; qui l’insieme precipita a bella posta in un unico corpo sonoro, più spesso opaco che corrusco. A sancire che non si tratta di una perdita, interviene un differente studio del testo. Se ne ha contezza negli impercettibili respiri che, durante il primo movimento, distinguono l’introduzione dall’avvio dell’esposizione, e che ricorrono ancora nel passare allo sviluppo e alla ripresa: se si aggiunge la diversa e diretta aura caratteriale e gerarchica conferita a temi e ponti, ecco illustrata a puntino la struttura della forma sonata, resa intelligibile anche a chi non sa. Il secondo movimento è speciale sin nell’avvio, con quel suo primo accordo in instabile rivolto, acceso come un faro subito terminato il Vivace. Tanto più pericoloso è allora, dopo questo inusuale precedente, il silenzio lasciato tra il secondo e terzo movimento, nonché tra il terzo e il quarto: se il pubblico si fa istituzionalmente folto di presenzialisti sprovveduti, i censurati applausi tra un brano e l’altro non possono che partire regolari.

Sulla seconda parte incombe una spada di Damocle. Questo il motivo: si fa in fretta a rispondere a Vienna, alla polka, al valzer e agli Strauss appellandosi al repertorio operistico; ma mentre quel patrimonio è improntato allo sfavillante divertimento borghese di modesto impegno intellettuale, le opere di Donizetti, Verdi e Puccini sono analisi dell’essere umano, pronti al sottotesto, alla denuncia, alla verità: esistono per indurre a meditare, non per sgravare la mente. Benvenuto virtuosismo orchestrale e corale si ascolta allora nella scena introduttiva all’atto IV di Carmen di Bizet, in «Fuoco di gioia» da Otello di Verdi e nel suo giovanile valzer pianistico, strumentato da Rota per Il Gattopardo di Visconti. Da nessuna parte al mondo, se non nelle prime fondazioni lirico-sinfoniche italiane, si potrebbe poi ascoltare un Preludio all’atto I della Traviata più mollemente danzante e più lancinante nel canto, o un «Va’, pensiero, sull’ali dorate» insieme più carico di materia timbrica e più sospeso di aerea emissione. Spiace, però, trovare la cabaletta «Sempre libera degg’io» come pezzo sciolto dalla scena, e degradato a girandola di note spensierate in spregio all’ansiosa situazione teatrale. Spiace l’incoraggiamento agli applausi ritmati sul duetto «Libiam ne’ lieti calici», sempre dalla Traviata: in nome del divertimento popolare, finisce spazzato via l’inquieto valzer di morte voluto dall’autore. Per lasciare tutti ubriachi non è, d’altra parte, necessario inflazionare l’opera d’arte: «Bevo al tuo fresco sorriso» dalla Rondine di Puccini è un brano raro, ma trascina all’ovazione entusiastica senza bisogno d’essere deformato. Pertichini di gran lusso, lì, sono il soprano Serena Gamberoni e il tenore Matteo Lippi. Il soprano principale, impegnato anche in «Caro nome, che il mio cor» da Rigoletto, è invece Nadine Sierra: bel colore, bel legato, bel trillo, a dispetto di un’impassibilità espressiva dovuta all’incompleta confidenza con la lingua italiana. E il tenore principale è Francesco Meli, impegnato anche in «Una furtiva lagrima» dall’Elisir d’amore e in «E lucevan le stelle» da Tosca; principe della sua corda per comunicativa timbrica e fragranza del porgere, merita ancor più lodi per aver tecnicamente risolto il “giro” del suono nel forte: era l’unico suo difetto, che all’ingolfamento degli ultimi tempi sostituisce ora un canto libero e sfolgorante.