L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Stasi, memorie e frenesia

  di Andrea R. G. Pedrotti

Nella ricorrenza della nascita di Mozart, il teatro Filarmonico di Verona apre la sua stagione lirica con un Don Giovanni che va a sostituire l'inizialmente annunciato Mefistofele. Non convince la concertazione precipitosa di Renato Balsadonna, mentre la regia di Enrico Stinchelli rievoca riferimenti a storici allestimenti e all'immaginario - cinematografico, ludico, popolare - degli anni '80. Note liete dalla compagnia di canto.

VERONA, 27 gennaio 2019 - “Ogni cosa scompare nel fuoco purificatore di Seth!” Chi nel passato abbia avuto tempo e voglia di trascorrere uno spensierato pomeriggio nel parco di Gardaland, a pochi chilometri da Verona, avrà avuto certamente l’opportunità e il piacere di una breve corsa alla scoperta dell’Egitto misterioso, nel contesto della, ahinoi rottamata, attrazione La Valle dei Re. Vi ricordate l’esploratore che lamentava di come una luce invisibile gli avesse strappato una lanterna? Perché mai aver nostalgia di un Gardaland che fu? Perché mai impegnarsi in un viaggio fino a Castelnuovo del Garda, quando il Teatro Filarmonico offre un finale di Don Giovanni, che, con i suoi laser verdognoli (ricordate ingresso e uscita dalla Valle dei Re?) e fulmini proiettati (la luce invisibile), non ricorda solo il più celebre parco gardesano, ma fa di più, con un Commendatore (George Andguladze), la cui voce non è banalmente emessa da un cantante in scena, ma appare filtrata da un altoparlante degno d'un comizio sessantottino, che viene visualizzato su una tela esattamente nello stile del malvagio regnante d’un tempo passato che nel film Ghostbuster II aspirava alla metempsicosi. Gardaland venne inaugurato nel 1975, ma solo nove anni dopo, Milos Forman pensò a un film (tratto da una pièce teatrale notevolmente romanzata) sulla vita di Wolfgang Amadeus Mozart. Perché dunque non citarne la locandina già a partire dalla sinfonia, sino alle ultime scene? Non solo citazioni cinematografico-ludiche al Teatro Filarmonico, ma anche inventiva per questo finale con una comparsa di sesso femminile, di nero vestita, recante sulla schiena delle ali da pipistrello, apparentemente confezionate con l’intelaiatura di un ombrello (d’altra parte su Verona diluviava) e con un Don Giovanni pronto a risorgere e a sterminare tutti gli altri personaggi con un fatato gesto dell’indice della mano, compiacendosi della strage compiuta con una sagace risata sardonica che accompagna gli ultimi accordi della partitura mozartiana.

Questo finale ideato dal regista romano Enrico Stinchelli conclude un pomeriggio che, perlomeno dal punto di vista visivo, non aveva offerto spunti di particolare interesse, con una recitazione manierata, intrisa di generici riferimenti che rimandavano alla mente una serie infinita di dejà vu ammirati nelle produzioni create da Losey a Zeffirelli, passando per Strehler.

Nel contesto di un immobilismo diffuso, si aggiravano sul palco alcuni mimi, utili – in teoria  – a conferire quella dinamicità che non era stata impartita ai protagonisti. Le proiezioni che accompagnano la messa in scena, e che fanno da fondali, appaiono funzionali, sebbene piuttosto scontate, a reggere la drammaturgia, sottolineando gli ambienti, gli stati d’animo e alcuni dettagli dei pochi elementi scenici. Questo, o poco più, è stata la regia di Stinchelli, partita con gli interpreti a discorrere sul palco con macchinisti e attrezzisti (forse un’idea di teatro nel teatro?) e intenti, nel corso di tutta l’opera, a recarsi in scena da due praticabili, posti ai lati estremi della platea.

Non convince nemmeno la concertazione di Renato Balsadonna, il quale ovvia alle carenze nell’ampiezza dinamica dell’organico veronese con un’agogica forsennata, facendo venir meno fraseggio e respiro. Mozart non è tanto un autore difficile da suonare a livello di grammatica della musica, quanto è assai arduo e impegnativo in un’interpretazione che si fa tutt’uno con lo splendido libretto di Da Ponte, che diviene di difficile decifrazione nella sua accentazione, nelle sue arguzie e nella maestria lessicale che il poeta veneto seppe imprimere su carta. Le scene sono eccessivamente compresse e, mortificando la parola, vien meno la drammaturgia. Risultato ancor meno convincente sta proprio nel finale, quando l’eccessiva velocità del maestro concertatore fa perdere tutto il clima di solennità e rigore, insito già nei primi accordi. L’orchestra avrebbe ben figurato se si fosse trattato d’un concerto sinfonico, ma qui siamo all’opera e il rapporto fra buca e palcoscenico (spesso scollati fra loro) è fondamentale. Oltretutto il direttore non avrebbe dovuto consentire musicalmente un tale intervento del Commendatore, palesemente amplificato e alterato nella vocalità da strumenti elettronici. Da segnalare il fatto che Basadonna ha scelto di suonare egli stesso i recitativi al cembalo e di eseguire la (consueta) versione mista fra Vienna e Praga con le due arie di Don Ottavio e "Mi tradì quell'alma ingrata" per Donna Elvira.

Notizie liete, per fortuna, giungono dalla compagnia di canto, con Andrea Mastroni, inizialmente destinato al Mefistofele boitiano, costretto a debuttare una parte piuttosto ostica per una naturale tessitura di basso profondo. Il risultato è comunque assai lusinghiero, grazie a una grande intelligenza musicale, che consente all’artista di portare a termine egregiamente una parte, che, per un cantante con le sue caratteristiche, poteva essere domata solo grazie a mestiere, tecnica e stile.

Migliore assoluta del cast è l’ottima Donna Anna di Laura Giordano, che con bella gestione di fiati, ricchezza espressiva e bella linea vocale si dimostra l’artista più completa della compagnia; mai in difficoltà con i tempi orchestrali, il soprano palermitano, porta a termine una prova del tutto convincente.

Antonio Poli canta molto bene e la qualità vocale appare ideale per Don Ottavio; peccato che l’agogica del direttore vanifichi fraseggio ed elegia di entrambe le arie, lasciando allo spettatore esclusivamente sprazzi di bravura tecnica con mezzevoci raffinate, agilità e bello squillo sempre al meglio, purtroppo senza che regista e direttore sapessero conferire personalità a un personaggio che si faceva forte solo ed esclusivamente dell’arte dell’interprete.

Bene anche Biagio Pizzuti (Leporello), l’attore più spigliato della serata. Il baritono italiano conferma, ancora una volta, solidità tecnica e qualità dello strumento vocale.

Veronika Dzhioeva affronta con gusto e correttezza tecnica la parte di Donna Elvira.

Completavano il cast Barbara Massaro (Zerlina) e Domenico Giangregorio (Masetto). Peccato, nel loro caso, che Stinchelli abbia deciso di attribuire a Masetto un atteggiamento fin troppo manesco e violento nei confronti dell'amata, tanto da porre sinceramente a disagio, specialmente in un momento storico in cui il dramma della violenza domestica è problema assai concreto.

Sempre una garanzia il coro della Fondazione Arena, diretto dall’ottimo Vito Lombardi.

Le scene erano curate dallo stesso Enrico Stichelli, assistente alla regia era Manica Levetto, i costumi (originariamente dell’allestimento areniano di Franco Zeffirelli) di Maurizio Millenotti; mentre le proiezioni erano curate da Ezio Antonelli, coadiuvato da Federica Caraboni, Roberto Santoro e Giuseppe Flora. Il disegno luci era di Paolo Mazzon.

A termine un pubblico, tanto numeroso, quanto tiepido, ha tributato una maggior intensità di consenso agli interpreti vocali, meno a concertatore e regista.

foto Ennevi