L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L'arte di farsi amare

 di Luigi Raso

Grande successo a Salerno per una Tosca non priva di ombre, ma galvanizzata dal carisma trascinante di Daniel Oren

SALERNO, 21 marzo 2019 - Giacomo Puccini l’arte di farsi amare la conosce bene. Nelle opere del compositore lucchese non manca mai almeno un momento, una scena dall’alta intensità emotiva, che coinvolge anche l’ascoltatore più distratto.

In questa Tosca salernitana, a interrompere il chattare compulsivo e ininterrotto della ignota vicina di posto (in platea) riescono soltanto il “Vissi d’arte”, la proiezione di un cielo a dir poco stellatissimo durante il terzo atto dell’opera e, per qualche istante, “E lucevan le stelle”. Per il resto dell’opera, la chat all’ignota vicina deve aver riservato - spero, almeno - ben altre emozioni rispetto a quelle della storia di Floria&Mario. L’opera ai tempi di whatsapp.

Eppure lo spettacolo firmato dal giovane Michele Sorrentino Mangini è di quelli che non scontentano i sacerdoti della tradizione; racconta e illustra (quasi) tutto ciò che la didascalia librettistica prescrive, agevole da seguire, accattivante da vedere. Il taglio cinematografico dell’allestimento è dichiarato dallo stesso regista nelle note: le scene di Flavio Arbetti e il disegno luci di Nunzio Perrella ricreano con estremo calligrafismo l’interno della grandiosa basilica di Sant’Andrea della Valle a Roma avvalendosi di proiezioni che ampliano gli spazi angusti del palcoscenico salernitano tanto da dare l’illusione di contenere la vasta navata centrale. Per lo studio di Scarpia a Palazzo Farnese campeggia sullo sfondo un enorme camino che richiama il portone d’ingresso di Palazzetto Zuccari in via Gregoriana, nei pressi di Trinità dei Monti; naturale che la scenografia del terzo atto sia costituita da un’alba sul panorama della Città Eterna dagli spalti di Castel Sant’Angelo, immersa in un profluvio di stelle che inondano anche la sala.

Una Tosca, dunque, che scenograficamente più romana appare difficile immaginare.

Curati e ben realizzati i costumi di Flavio Arbetti, consequenziali alla scelta di ambientare l’opera nei suoi luoghi e nel suo tempo, in quel giugno del 1800, nei giorni della battaglia di Marengo. Elegantissimo e con un lungo strascico l'abito di Tosca del secondo atto; variopinti, nell’affiancare popolani, prelati e chierichetti, quelli esibiti durante il poderoso Te Deum, laddove la processione che chiude il primo atto appare maggiormente statica perché limitata dagli spazi angusti del palcoscenico.

Il disegno registico procede all’insegna del tendenziale rispetto del libretto: questa cifra di lettura avrebbe però imposto che l’esclamazione di Tosca “M’hai tutta spettinata” fosse preceduta da almeno una carezza ai suoi capelli da parte di Cavaradossi, tanto più che quella melodia che unisce sensualità maliziosa mista a esibita religiosità che accompagna l’ingresso di Tosca, il libretto e la natura di Tosca inducono a supporre che i “peccata” commessi da Tosca in chiesa consisteranno anche in qualcosa di più rispetto a una carezza che le scarmiglia la pettinatura. Durante il duetto del primo atto manca, scenicamente e musicalmente, nei due amanti quell’ardente passione che invece emana e sottolinea l’orchestra.

Per quanto attiene all’aspetto musicale vi sono luci e ombre.

La concertazione di Daniel Oren, alla testa della affidabile e disciplinata Orchestra Filarmonica salernitana “Giuseppe Verdi”, è trascinante nei momenti più infuocati dell’opera (secondo atto), accompagna con dolcezza, languidamente il “Vissi d’arte”, è incisiva e vivida nell’albeggiare del terzo atto. Oren sostiene i cantanti con la consueta maestria, riuscendo a mitigare asprezze vocali, a dare fraseggio quando la linea di canto è eccessivamente asciutta e monocorde. Il gesto del direttore israeliano, perentorio e plateale, accompagnato da udibili incitamenti verbali e suggerimenti ai cantanti, ottiene colori, rubati di grande effetto pur all’interno di una concertazione serrata e al calor bianco, inframezzata dalle oasi liriche orchestrali di “Recondita armonia”, “Vissi d’arte”, “E lucevan le stelle”.

Buona la prova dei due cori, quello del Teatro dell’opera di Salerno diretto da Tiziana Carlini e quello delle voci bianche istruito da Silvana Noschese.

Il cast vocale schiera Maria Josè Siri nel ruolo eponimo. Il soprano uruguayano è sempre più accreditatoa quale specialista del repertorio pucciniano; per professionalità e tecnica è senza dubbio adeguato all’etichetta, ma ciò che sembra ancora latitare è quel carisma che le eroine pucciniane pretendono. La linea di canto è corretta, eccellente l'emissione e la proiezione della voce; il timbro è naturalmente suggestivo, ampio, gli acuti precisi e a fuoco (molto lucente e sicura la “lama” del terzo atto, con il do tenuto con prolungata corona). Gli accenti drammatici che Puccini affida a Tosca, però, non rispondono sempre puntuali all’appello. Tuttavia, il “Vissi d’arte” è cantato con dolente compartecipazione e giusto smarrimento: il si bemolle di “Signor” è prolungato, preciso e sonoro e gli applausi le impongono di bissare l’aria.

Molto opaca la prova del Mario Cavaradossi di Gustavo Porta: emissione per nulla ortodossa, linea di canto artificiosamente enfatica e costantemente sforzata, la voce è indietro, raramente sul fiato; quando alleggerisce i suoni risultano spoggiati. I vulnera tecnici rendono grigia un’interpretazione generica e priva di una cifra caratteristica. “Lucevan le stelle” è, comunque, tanto apprezzato che viene bissato.

Lontano dal sinistro magnetismo che la parte imporrebbe è lo Scarpia di Sergey Murzaev, baritono russo dal timbro ordinario, non ricco di armonici e dalla linea di canto spesso accidentata e imprecisa. Il suo è un capo della polizia papalina davanti al quale appare difficile immaginare che potesse tremare tutta Roma, così come è alieno da quella mascherata laidezza che lo conduce a morte.

Ben integrati nello spettacolo l’Angelotti di Carlo Striuli, il sagrestano di Angelo Nardinocchi, lo Spoletta di Enzo Peroni, lo Sciarrone di Maurizio Bove, il carceriere di Massimo Rizzi e il bravissimo pastorello di Aysheh Husainat, ruoli secondari che dimostrano l’importanza dei comprimari nell’economia delle opere pucciniane.

Al termine, un coinvolgente successo - come la passione genuina, familiare e artigianale che si respira nel teatro Verdi - saluta tutti, con una ovazione per Daniel Oren.

foto Massimo Pica