L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Fra i palazzi di Parigi

di Andrea R.G. Pedrotti

Nell'opera di Puccini in Romania si apprezzano in particolare le prove di Remus Alăzăroae (Rodolfo) e Yao Bohui (Musetta).

Timișoara, 9 ottobre 2019 - In una calda giornata di inizio ottobre, va in scena all'Opera di Timișoara, il teatro più importante di Romania assieme con quelli di Bucharest e Cluj, La bohème di Giacomo Puccini.

La sala del teatro locale si presta molto bene al repertorio italiano, grazie a un'acustica eccellente, capace di esaltare colori, sfumature e il cantabile, senza che il suono risenta, come accade altrove, di una sostanziale perdita di qualità. Potenzialmente, consente agli intepreti di mantenere piena concentrazione sulla linea di canto l'interpretazione.

Partendo dalle note dolenti, non si può che criticare la messa in scena di Mario de Carlo (autore di regia, scene e costumi), che vorrebbe proporre una serie di elementi di tradizione in stile zeffirelliano, ma compie una serie di errori tecnici e drammaturgici assai gravi. Lo spazio scenico non viene sfruttato a dovere e la soffitta del quartiere latino diviene uno stretto bugigattolo, capace di occupare non più di due terzi della scena, a causa di una costruzione che mostra l'esterno della stanza, con la scala d'ingresso. L'idea è tanto inutile, quanto dannosa, perché proporre la controscena di Benoit che giunge con la pingue amante (salutata prima di accedere nella stanza) non giustifica l'esigenza di una struttura oltretutto deleteria per la lungaggine dei cambiscena. Tralasciando altri dettagli, risulta poco chiaro perché i quattro garruli studenti debbano tenere con loro un teschio sul tavolo e risulta ancor meno chiaro perché questo teschio debba esser tanto sproporzionato da sembrare quello di un Neanderthal.

Ancor più gravi gli errori nel secondo atto, quando delle costruzioni che occupano almeno tre quarti del palcoscenico (compreso un grande gazebo sulla destra), impediscono il corretto contatto visivo col direttore d'orchestra e provocano, così, uno scollamento proprio all'ingresso del coro, al quale è parzialmente ostruita la visione del podio. Non vanno meglio le cose nel terzo atto: nevica come d'abitudine, abbiamo il cancello, come d'abitudine, e l'improvvido piano regolatore edilizio parigino immaginato da De Carlo è presente come d'abitudine della serata. Tralasciando tutto questo, viene da domandarsi perché mai una scena pensata con siffatta complicazione debba vivere sotto una luce fissa e nemmeno soffusa. È una luce fredda, quasi al neon. Non si tratta di un limite delle attrezzature del teatro, perché qualche variazione negli altri momenti dell'opera si era vista. Nel terzo atto, uno dei momenti più commoventi della storia del melodramma, niente. Il quarto atto è in linea con i precedenti.

Decisamente meglio dal punto di vista musicale, grazie all'interessante prova di Remus Alăzăroae (Rodolfo), tenore autoctono dotato di buon gusto musicale e interessanti intenzioni di fraseggio. Ben riuscito, squillante e centrato il do di “Che gelida manina”, ma ancor più rilevanti sono alcune pregevoli linee di canto di terzo e quarto atto.

George Proca (Marcello) è un baritono dotato di bella voce, ben gestita, soprattutto nel registro centrale. Talvolta il fraseggio risulta fin troppo rude, ma la sua prestazione è certamente di discreto livello. Octavian Vlaicu è un buon Colline, capace di distinguersi grazie a un'apprezzabile interpretazione di “Vecchia zimarra”. Buono anche lo Schaunard di Dan Pataca, sebbene visivamente il trucco lo faccia apparire più simile a un Alcindoro rispetto al giovane studente che va a interpretare.

Sul versante femminile piace la Musetta di Yao Bohui, sicuramente l'interpete tecnicamente meglio preparata dell'intera compagnia. Il soprano cinese si fa apprezzare per i bei filati, l'emissione sicura e la buona proiezione del suono.

Uniche vere perplessità vengono dalla Mimì di Lăcrimioara Cristescu, che non segue l'imperativo categorico dell'opera italiana in generale e pucciniano in particolare: un canto sul fiato e appoggiato. L'artista, palesemente un soprano drammatico, non sarebbe naturalmente adatta alla aprte e per questo dovrebbe alleggerire ancor di più un'emissione che manca di morbidezza. Il registro acuto non è centrato a dovere e i centri risentono degli errori tecnici e stilistici. Conduce il personaggio discretamente fino al terzo atto, ma, purtroppo, la sua prestazione nel quarto risulta al di sotto della sufficienza.

Compleatavano il cast: Mihai Prelipcian (Benoit\Alcindoro) e Adrian Boba (Parpignol).

Fatto salvo un piccolo scollamento, causato dalla regia, si fa notevolmente apprezzare il coro diretto da Laura Mare, per il bel colore e l'eccellente pasta del suono dei suoi interpreti.

Dal podio Nicola Giuliani bada principalmente a garantire un corretto equilibrio dinamico fra buca e palcoscenico e ad accompagnare i cantanti, senza particolari pretese interpretative o filologiche, che, visto lo scarso numero di prove, sarebbe difficile richiedere. Sono apprezzabili secondo e terzo atto, anche per una buona scelta di tempi e una gestione adeguata degli ottoni. Si riscontra, invece, qualche scollamento nell'insieme orchestrale nelle parti meramente strumentali del quarto atto.

Al termine applausi per tutti da parte del pubblico locale, in attesa di conoscere la programmazione e i progetti per il futuro dell'Opera di Timișoara di Cristian Rudic, insediatosi da pochi giorni come Sovrintendente del massimo teatro lirico del Banato.


 

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