L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Una forza della natura chiamata Speranza

di Irina Sorokina

La concertazione di Speranza Scappucci e il ricordo di Graham Vick rendono indimenticabile il Requiem verdiano all'Arena di Verona.

Verona, 18 luglio 2021 - Esistono ravvicinamenti strani, disse il sommo poeta russo Aleksandr Puškin. Mentre i melomani veronesi si stavano preparando all’ascolto del Requiem verdiano (un’unica data in Arena), è stato annunciato che il grande regista britannico Graham Vick - cui si devono messe in scena significative presso il Rossini Opera Festival, l’Arena di Verona, il Verdi Festival di Parma, il Teatro Comunale di Bologna, il Filarmonico di Verona - sarebbe tornato a Parma in autunno per la messa in scena di Un ballo in maschera (Gustavo III). Il 14 luglio è arrivata la notizia che per motivi di salute Graham Vick non avrebbe potuto prendere parte alla produzione e il progetto sarebbe potuto andare in scena grazie al contributo di Jacopo Spirei. Tre giorni dopo, l’annuncio tragico della morte del maitre a causa delle complicazioni dovute al Covid a soli sessantasette anni (avrebbe compiuto sessantotto il prossimo 30 dicembre). Sostenere che Graham Vick lascia un vuoto enorme sarebbe stata un’imperdonabile banalità, eppure è vero, verissimo. La sera del 18 luglio, quando mancavano pochi istanti all’inizio dell’esecuzione del Requiem verdiano in Arena, una voce dai microfoni ha annunciato che sarebbe stato dedicato alla memoria del regista inglese.

Per questa serata davvero speciale c’era poco pubblico in Arena. Le gradinate non numerate erano quasi completamente vuote, e una manciata di persone è stata invitata a scendere per prendere i posti più vicini al palcoscenico. Spettatori e ascoltatori pochi, ma buoni. Chi ha scelto di assistere a quest’unica esecuzione del Requiem verdiano difficilmente la dimenticherà.

La partitura verdiana non veniva eseguita nell’anfiteatro veronese dal 2013 quando tutto il mondo festeggiava il bicentenario dalla nascita de due figure simboliche del teatro dell’opera dell’Ottocento, Giuseppe Verdi e Richard Wagner. All’epoca non si era mostrata eccessiva fiducia nell’efficacia esclusivamente musicale dell’esecuzione e per creare un allestimento, a destra e a sinistra del palcoscenico vennero messe due opere dello scultore Igor Mitoraj, Eros bendato e screpolato e Memorie, mentre il centro venne dominato da un nudo torso maschile. Al nostro parere, il Requiem verdiano non necessita scenografie, ma quest’anno l’Arena di Verona è entrata nell’era digitale: sull’imponente led wall che abbraccia tutto il palcoscenico, vengono proiettate le immagini diverse per ogni produzione (video design e scenografie digitali D-WOK), soluzione che in molti casi dimostra la propria efficacia. Per il Requiem sulla led wall abbiamo visto scorrere le immagini maestose dei templi antichi siti nei parchi archeologici di Paestum e Velia e di Pompei: un abbinamento molto bello dal significato profondo.

Sarà un luogo comune definire la serata areniana “magica”, tuttavia lo è stata davvero. L’atmosfera sublime creatasi spontaneamente anche grazie all’annuncio che l’esecuzione veniva dedicata alla memoria di Vick, una quantità di spettatori limitata, una figura femminile sul podio hanno contribuito a rendere l’atmosfera della serata del diciotto luglio elettrizzante. Ma, prima di tutto, l’ha resa elettrizzante la musica dell’unico lavoro sinfonico corale verdiano, così ampio, monumentale e umano.

A rendere la serata elettrizzante sono stati soprattutto l’orchestra e il coro dell’Arena di Verona e il quartetto di solisti di cui la parte femminile ha ottenuto una certa vittoria sui colleghi uomini. Hibla Gerzmava, acclamato soprano russo, una delle interpreti più richieste nel repertorio lirico spinto (abbiamo ascoltato la sua Desdemona in Otello al Teatro Musicale K. S. Stanislavskij e V. I. Nemirovič-Dančenko di Mosca nel 2019), è apparsa posata e illuminata, se così si può dire: non ha puntato all’interpretazione eccessivamente drammatica della parte, ma piuttosto ha posto l’accento sulle note celestiali e dolenti. La voce stessa ha favorito una tale scelta, omogenea e armoniosa, chiara e limpida. Mai una forzatura, tutto cantato sul fiato, morbidamente e con l’uso di colori variegati. In Libera me la Gerzmava si è distinta per la linea del canto perfetta e per le sfumature sottilissime.

Il giovane mezzosoprano francese Clémentine Margaine è stato una rivelazione della serata. In possesso di uno strumento ben equilibrato e gradevole, di timbro chiaro e di una spiccata musicalità, ha stabilito un contatto strettissimo, quasi intimo col soprano russo. Una perfetta intesa tra le due cantanti ha garantito carezzevole morbidezza di suono nei duetti. Il senso drammatico della musica verdiana non è stato trascurato, ma a favore del sublime.

Conosciamo Piero Pretti come un bravissimo professionista dotato di una notevole sensibilità musicale e stilistica: qualità che hanno avuto conferma nell’esecuzione veronese del Requiem verdiano. La padronanza dello stile, la linea morbida del canto e il fraseggio sapiente non hanno fatto dimenticare però una certa tensione nel registro acuto.

Michele Pertusi, entrato nel mito ormai, ha affrontato le parti affidate alla voce di basso quali Mors stupebit et natura e Confutatis maledictus con una dedizione e un’eloquenza particolari. È sempre stato e rimane un grande maestro per quanto riguarda lo stile, la dizione e l’accento; qualche rimprovero andrebbe alla voce, oggi a tratti secca e opaca, priva di smalto.

Sul podio il maestro, la direttrice d’orchestra Speranza Scappucci come si definisce (maestro al maschile, direttrice al femminile). Non siamo ancora abituati alla presenza femminile sul podio, mentre l’artista romana dirige con successo opere liriche e sinfoniche in teatro e in sala da concerto a Vienna, Parigi, Roma, Budapest, Barcellona, Zurigo, Liegi, Tokyo, Los Angeles e New York. Ieri ha debuttato in un luogo unico al mondo, l'Arena di Verona, appunto, ed è stato un debutto strepitoso. È dotata di un gesto chiaro e espressivo e di forza comunicativa impressionante; ha trasmesso il suo pensiero d’interprete in modo deciso e addirittura volitivo, ha ottenuto risposte immediate dai vari gruppi di strumenti e li ha valorizzati. Ha colto perfettamente lo spirito tragico e ieratico dell’opera verdiana ed è stata ugualmente efficace nella lettura delle pagine più liriche e celestiali. Nelle sue mani l’orchestra areniana si è trasformata in qualcosa simile ad un prato fiorito o un tappeto prezioso in cui i fiori e i fili sono di colori diversi: l’orecchio ha tratto piacere sia dalle trasparenze degli archi sia dallo splendore degli ottoni. Insomma, il Maestro Speranza Scappucci ha dimostrato di vivere la musica sulla propria pelle in modo naturale e decisamente forte.

Con una bacchetta di tale forza è stato particolarmente animato il da sempre superlativo coro dell’Arena di Verona preparato da Vito Lombardi: ha sussurrato, suggerito, sofferto, minacciato e gioito, è stato sempre preciso musicalmente e capace di rivelare una gamma vastissima di sfumature.

Non ci sembra esagerare se parliamo di una vera catarsi alle fine dell’esecuzione e nutriamo i dubbi se una serata di tale calibro possa ripetersi.


 

 

 
 
 

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