L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

Il buffo, nel suo piccolo

 di Roberta Pedrotti

Enzo Dara (Mantova, 13 ottobre 2017 - 25 agosto 2017) era come una persona di famiglia. Nel momento meraviglioso e irripetibile in cui per la prima volta si scoprono Il barbiere di Siviglia, La Cenerentola, L'italiana in Algeri, Don Pasquale o L'elisir d'amore, Don Bartolo, Don Magnifico, Taddeo, Pasquale Da Corneto e Dulcamara avevano il suo volto, il suo timbro, le sue movenze, dal sorriso al guizzo degli occhi ai passettini fitti fitti.

Quel suo sillabato in cui ogni parola schioccava infallibile ribattendo nota per nota resta nel nostro impriting, ma con un'amabilità che ce lo fa ricordare come un amico prima ancora che come un mito. Eppure mito lo è stato, né il primo né l'ultimo né l'unico grande buffo del XX secolo, ma il punto di riferimento di un nuovo modo di vivere l'opera comica in tutte le sue declinazioni, un modo rigoroso, attento, da cui discenderanno poi tutte le migliori espressioni ed evoluzioni del teatro in musica dei nostri giorni.

Dara si approcciava all'opera da musicista, da uomo colto, attento al testo e non all'effetto: la risata viene non se la cerchi platealmente, ma se entri con esattezza nei meccanismi del teatro musicale. Ha dimostrato così, complice Claudio Abbado (ma non solo), che la grandezza del buffo rossiniano non consisteva nell'opportunità di smorfie, gag, interpolazioni, ma nell'essenza del canto, del carattere, della parola. Sapeva che un sorriso intelligente poteva essere ben più appagante di una risata sguaiata, e se anche confessava che per pubblici non madrelingua e di gusto leggermente differente (leggi: al Met di new York) a volte bisognasse calcare un po' più la mano, lo faceva sempre con il gusto e la grazia che possiamo gustare nei video del Barbiere (Blake, Nucci, Battle, diretti da Weikert, regia di Cox) o dell'Elisir (Pavarotti, Battle, Pons, diretti da Levine, regia di Copley). Era simpatico, immediatamente simpatico, perfio il suo Bartolo e il suo Magnifico apparivano come tiranni umani che sotto sotto potevano fare un po' tenerezza, e gli bastava poco, d'altro canto, per trovare la giusta malinconia in frasi come “Ah, Taddeo! Quant'era meglio che tu andassi in fondo al mar.” o “È finita, Don Pasquale, hai un bel romperti la testa! Altro a fare non ti resta che d'andarti ad affogar”.

Questo perché, oltre all'intelligenza del musicista, c'era la voce. Una voce non eclatante (per rimanere all'epoca dei suoi primi successi, Italo Tajo prima, Bruscantini poi furono senz'altro più dotati), ma una vera e franca tessitura di basso là dove troppo spesso la verve e uno stile più o meno parlante hanno imposto nei ruoli buffi voci pressoché tenorili o perfino non-voci. Dara è stato fra coloro i quali hanno insegnato che i ruoli buffi vanno cantato non meno che i seri, ma è stato forse l'unico a dedicarsi esclusivamente a essi.

Che Dara cantasse bene con il timbro e la tessitura giusta lo confermano le sue ultime performance: chi l'abbia ascoltato fra la fine degli anni '90 e i primissimi 2000 ricorderà, sì, una vocalità un po' indebolita e fiati più brevi, ma anche una saldezza d'emissione invidiabile anche per cantanti più giovani. Ho ascoltato Dara fuori forma, l'ho perfino sentito scivolare su un sillabato (ma in quella sciagurata prima del Barbiere all'Arena di Verona nel 1996 tanti e tali furono gli inconvenienti che davvero nulla gli si può imputare), ma mai l'ho sentito emettere una nota che non fosse ferma e ben centrata, ma un dubbio d'intonazione, mai un'oscillazione. Questa dignità musicale faceva ben capire che per il ragazzo che aveva esordito con i Ramfis e i Monterone in provincia, il repertorio comico non era un ripiego, ma un vero amore ricambiato.

Con una dedizione senza pari, che non ha praticamente conosciuto escursioni in ruoli seri, Enzo Dara ci ha insegnato il valore del buffo, grande anche “nel suo piccolo”, e lo ha fatto con l'arguzia che, giornalista oltre che cantante, metteva anche nella penna. Anche il buffo nel suo piccolo, come tutti i suoi scritti, è un volumetto spietatamente gustoso, una lettura che ogni amante dell'opera dovrebbe affrontare, trovandovi profetiche satire sull'amministrazione e le attività sindacali nei teatri (e lui, è risaputo, era un convinto elettore del PCI, quindi non certo nemico delle rivendicazioni dei lavoratori!), racconti ironici e acuti sulle tournée in un mondo ancora diviso fra cortine e dittature (divertente e intelligente è il ricordo del viaggio in URRS con i complessi della Scala; toccante il sincero turbamento nel vedere l'amico e collega amatissimo Bruno Campanella fare il saluto militare di fronte a Pinochet in Cile). E poi, più scanzonate, ci sono le memorie degli esordi, delle recite in provincia con complessi di fortuna, le Aide con i coristi raffazzonati e sagome dipinte per d'are l'illusione di masse imponenti, o l'incontro con Del Monaco per un Sansone e Dalila (ovviamente, in italiano).

Si è spento un grande cantante, un artista storico che è stato anche regista e docente, ma anche uno scrittore e un cronista di vaglia, che ha saputo raccontare il teatro d'opera come pochi altri, con garbo, arguzia, competenza, senza un briciolo di autorefenzialità (al massimo autoironia). Enzo Dara era un uomo di teatro, un intellettuale vero, ma lo sentivamo sempre come uno di famiglia, uno a cui voler bene per la simpatia innata con cui si esprimevano la sua cultura e la sua intelligenza, e per questo ci mancherà.