L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

rossini, stabat mater

Rossini e gli altri

 di Roberta Pedrotti

G. Rossini/ G. Tadolini

Stabat Mater

G. Rossini

Giovanna d'Arco

Cullagh, Pizzolato, Sola, Palazzi

direttore Antonino Fogliani

Camerata Bach Choir - Poznam

Württemberg Philharmonic Orchestra

Bad Wldbad, 14, 15, 17 luglio 2011

CD Naxos 8.573531, 2016

Attribuire ogni opera a un autore è senz’altro rassicurante, come lo è immaginarla nascere formata e definitiva come Atena dalla testa di Zeus. Sebbene sia riconosciuto che i grandi poemi epici greci non possono essere fatti risalire all’autonoma iniziativa creatrice di un singolo aedo cieco, seguitiamo a dare alla tradizione orale collettiva il nome di Omero. In tempi più vicini a noi, siamo ben consci che i musicisti si parlassero, si confrontassero, si scambiassero idee, pareri, materiali e che collaborassero. Per necessità, per amicizia, per scelta capitava che compositori lavorassero a quattro mani, ospitassero pagine altrui nei loro lavori, si dividessero i compiti, contribuissero alla stesura di partiture di colleghi. Rossini non fa eccezione e, al di là della pratica comune di affidare i recitativi e arie di personaggi secondari a qualche collaboratore, onorò, per esempio, il contratto romano per Matilde di Shabran lasciando un buon terzo del libretto nelle mani di Pacini: così, purtroppo, questa prima stesura è completamente caduta nell’oblio in favore di quella napoletana, per la quale il Pesarese sostituì con propri i numeri altrui. A Parigi, poi, offrì un buon contratto all’amico Carafa per fornire Semiramide di danze e altri adattamenti al gusto locale.

Nulla di strano se i libri ci ricordano che anche lo Stabat Mater, alla prima assoluta del 1833, contava solo sei numeri rossiniani sui tredici complessivi. Avere l’occasione di ascoltare il contributo di Giovanni Tadolini è, invece, occasione più unica che rara, sia per questioni pratiche (dei sette numeri tadoliniani possediamo solo la riduzione pianistica), sia per questioni artistiche (chi avrebbe il coraggio, in presenza del sublime capolavoro rossiniano da cima a fondo, di programmarne ed eseguirne una versione “minore”?). Quest’ultimo dubbio si ribalta in forte motivazione per il Festival di Wildbad, specializzato in rarità estreme e nel mondo musicale intorno a Rossini, mentre l’orchestrazione curata da Antonino Fogliani permette di tornare a quanto verosimilmente di più simile all’originale primo Stabat Mater.

Il primo impatto è senz’altro straniante, l’impressione di un netto scarto fra Rossini e Tadolini, ma se ci sforziamo di ragionare non con il senno di poi, bensì immedesimandoci in chi udiva per la prima volta questa musica, non possiamo non rilevare la piacevolezza dell’invenzione tadoliniana e come il diverso equilibrio porti a leggere anche i brani rossiniani sotto diversa luce. In particolare il tono affabile di Sancta Mater istud agas sembra porsi in continuità con una dolcezza lirica più che in contrasto con una vivida drammaticità, come sarà nella stesura definitiva. Quel che colpisce dal punto di vista strutturale e fa, soprattutto, la differenza è l’ampiezza dei numeri: Rossini pensa per campate più ampie, in senso più teatrale se vogliamo, di certo più denso e compatto. Tadolini pensa un po’ all’antica, secondo la prassi sacra di musicare versetto per versetto o poco più: così le tre frasi distribuite in nove versi che Rossini affiderà al tenore solo (Cuius animam) sono ripartite in tre numeri distinti, aria del tenore, duettino delle voci femminili, aria del basso. I tredici numeri della stesura a quattro mani si riuniranno in una decina, con l’apoteosi del monumentale Amen in sempiterna saecula, in cui culminerà l’arco di tensione dello Stabat Mater così come oggi lo conosciamo e lo eseguiamo abitualmente; conoscere il ritmo e lo spirito della sua prima forma aiuta a comprenderne ancor meglio la grandezza.

Il CD è completato dalla cantata Giovanna d’Arco, scritta in forma di Gran scena e dedicata alla seconda moglie Olympe Pélissier, che ne fu con ogni probabilità la prima interprete. A differenza della Petite messe solennelle, questo lavoro privato non suscitò alcuna ipotesi di versione orchestrale in Rossini, che lasciò campo libero ai suoi successori. Dopotutto le collaborazioni e gli scambi fra compositori permangono anche ad anni, secoli di distanza e, rimanendo più pragmaticamente con i piedi per terra, disporre di una versione per organico orchestrale offre ulteriori occasioni di programmazione della cantata in sede concertistica. La stessa scrittura pianistica, peraltro, è impressionante per la sintesi idiomatica delle diverse famiglie strumentali: ascoltandola risulta naturalissimo immaginare cavate o tremoli degli archi, guizzi dei legni, fanfare militari. Tanto denso, preciso, perfetto che un buon pianista è già di per sé un’orchestra, ma anche tale da far apparire una buona orchestrazione come naturalissima e possibilissima. Per l’edizione 1989 il Rossini Opera Festival commissionò il lavoro a Salvatore Sciarrino, ora ascoltiamo la versione di Marco Taralli, giustamente fedele alla limpida traccia lasciata da Rossini. 

La voce di Giovanna, e mezzosoprano nello Stabat, è quella di Marianna Pizzolato, che si conferma artista di primissimo livello. La chiarezza della dizione, unita alla piena consapevolezza del senso drammatico, poetico e musicale, è già crisma di un’artista di rango, capace di dare tenerezza al cantabile, di scolpire fierezza ispirata, di far respirare la coloratura come parte integrante della frase e dell’espressione. L’emissione naturale, priva di forzature d’ogni sorta, è un valore aggiunto nel segno dell’ideale “cantar che nell’anima si sente”.

Nondimeno, nello Stabat, fa bella mostra di sé anche Mirco Palazzi, che sembra nato per questo repertorio e lo affronta con la dovuta, ispirata nobiltà, forte anch’egli di una preziosa vocalità emessa e sostenuta secondo i dettami del belcanto.

Il tenore José Luis Sola non ha da affrontare le difficoltà del Cujus animam rossiniano e non gli resta che offrire il contributo di un timbro piacevole e di una chiara articolazione, in attesa di riscoltarlo in altri cimenti.

Un po’ più problematica, benché gratificata in curriculum da un bel catalogo discografico di rarità, è Majella Cullagh, soprano sempre più aspro, secco e spigoloso. L’insidioso Inflammatus et accensus era già presente in questa versione dello Stabat, il che non le giova, né è compensato da un cantabile (l’aria di Tadolini Vidit suum dulcem natum ne è un esempio) non proprio morbido come si vorrebbe.

Ad Antonino Fogliani va reso il merito di aver promosso la riscoperta e l’incisione del primo Stabat, compresa l’amorevole ricostruzione di un’orchestrazione dei numeri di Tadolini. Talvolta risulta un po’ pesante, talaltra si potrebbe desiderare un fraseggio più sfumato anche nell’agogica, ma il valore musicologico del complesso supera ogni possibile rilievo.

Le note di copertina sono di Reto Müller, una delle penne più precise e informate del panorama attuale.


 

 

 
 
 

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