L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L'inferno fra le cave

di Isabella Ferrara

La stagione del Teatro Bellini di Napoli si inaugura con La Cupa di Mimmo Borrelli, un viaggio negli abissi più oscuri dell'umanità.

NAPOLI, 8 ottobre 2022 - Tutto ha inizio e fine da qui”: il canto della bella e potente voce di Maria (Rossella De Martino) è come una ninna nanna, come quelle che raccontano di orchi e del buio in cui gli innocenti, bambini della vita, mai dovrebbero trovarsi da soli; quelle in cui le braccia dei genitori li cullano trascinandoli lontano dalla paura, ma mai potendo proteggerli e liberarli dalla nascita all’umanità e ai suoi orrori. La Cupa è un viottolo oscuro tra le cave di tufo, ed è il buio degli animi corrotti, dove non filtra la luce dell’innocenza che è solo di passaggio e destinata a patire e morire. È il racconto di una favola macabra e feroce, in cui animali e uomini si fondono e si uniscono, si scambiano i ruoli fra ragione e istinto, interpretando una primordiale contemporanea volontà di agire. È la storia antica di famiglie che si scontrano, e che per i torti subiti non si curano delle vittime ignare; le due famiglie di scavatori, quella di Giosafatte ‘Nzamamorte e di Tommaso Scippasalute che si contendono da tempo la cava in cui vivono, che nasconde rifiuti tossici e cadaveri di bambini per il mercato degli organi. Nel buio di questi orrori strisciano le vite dei personaggi che vi abitano, sfilando “in passerella” ognuno con le sue colpe nascoste, patite, mai perdonate; ognuno che, nell’accadere degli eventi che rotolano precipitosi verso una conclusione mai del tutto purificatrice, mostra, urla, mima, canta, mugugna la propria confessione di omicidi, pedofilia, infanticidi, stupri. E si oltrepassa quel limite supposto di ciò che si può sopportare tutto in una volta. È l’inferno dantesco in versi, in dialetto, in gesti e movenze, che prova a farsi rumoroso per risvegliare dall’abitudine al feroce, al volgare, all’odore di morte.

I dannati danzano nei loro Baccanali, fra le musiche, dal vivo, di Antonio Della Ragione, che evocano piaceri, paure, dolori, violenze, pianti; che creano suggestioni immersive, che seguono e conducono il filo dello spettacolo, che spiegano e accompagnano i personaggi, che chiariscono e comprendono la parola. I versi musicali, violenti, aggressivi, passionali, irruenti e focosi di Borrelli sono un dialetto e tanti dialetti, sono eco di tradizioni popolari, di riti religiosi, di leggende da cantastorie, di feste e folclori. Non sempre del tutto comprensibili sembrano una lingua inventata e ritagliata su una umanità di scarto, quella che si dipana nel buio, ma che non è invisibile. Anche questa difficoltà di “tradurre” le parole è un gioco che incanta, laddove la fisicità musicale e musicata esprime ciò che la mente e il corpo agiscono per fuggire alla ragione che punisce, che chiarisce e che intrappola.

Lo spettacolo è lungo, non rinuncia e non sacrifica. Lo spazio è occupato egregiamente da attori bravissimi che non risparmiano energie, e ognuno ha quel ruolo ineludibile che compone un racconto ambizioso non riconducibile ad uno, ma a tanti. Tanti uomini, tante comunità, tante culture e tradizioni, dialetti e codici, simbolismi e citazioni. Eppure, infine, è ricondotto ad uno. Una umanità dell’uomo sulla Terra a cui tornerà sempre. Difficile rievocare ed evocare l’atmosfera del tutto imprevedibile che si presenta allo spettatore, trasportandolo in un altrove che ha qualcosa di conosciuto. Come un’esperienza in un bosco, o in una strada pericolosa da evitare; in una casa dove si soffre, o dove si litiga; in una stanza a leggere in penombra, o in un sogno che sembra un incubo. In un teatro dove qualcuno riesce a trasformarsi, che bravi Veronica D’Elia e Stefano Miglio, in animale, creatura di istinto, eppure buona e saggia; dove qualcuno non può che restare ‘solo’ un uomo, corrotto nella ragione dalla rabbia, dalla vendetta, dalle miserie. Dove qualcun altro sa cantare l’amore, sa viverlo con l’intensità di chi mai prima l’aveva incontrato, con la purezza di chi non vede e non sa cosa è stato sotterrato sotto i suoi piedi e dentro le anime. E il mondo continua ad essere diviso fra la luce e il buio, la vita e la morte, che continuano incuranti ad incontrarsi e mescolarsi.


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