L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Un’inedita, bella coppia

 di Alberto Ponti

L’abbinamento, intrigante e inconsueto, del balletto La Giara con la notissima Cavalleria rusticana supera la prova del pubblico torinese, generoso verso tutti gli interpreti

TORINO, 13 giugno 2019 - Dalla Sicilia, microcosmo e mondo a sé, ci si può attendere di tutto. Nel suo nome infatti nasce l’inedito accoppiamento di La giara (1924) di Alfredo Casella con Cavalleria rusticana (1890) di Pietro Mascagni, proposto al Teatro Regio come penultimo appuntamento della stagione 2018/2019. Due lavori diversissimi che, se non avessero il punto di tangenza nell’origine da soggetti di Verga e Pirandello, ambientati entrambi nel selvaggio scenario della terra natia, per il resto agli antipodi su quasi tutto, si fatica a pensare possano essere stati composti a poco più di trenta anni di distanza. Il balletto di Casella è l’opera raffinatissima di un musicista cosmopolita, di casa a Parigi, capitale artistica mondiale nei ruggenti anni ’20, battezzata nel trionfale esordio al Théâtre des Champs-Elysées dalle scene e i costumi di Giorgio de Chirico. Forte di un’orchestrazione scintillante e sapiente, che riesce a trarre da una compagine strumentale non grande una varietà infinita di timbri e colori, questa Giara prende a pretesto le linee essenziali, e inevitabilmente semplificate, della novella pirandelliana per un racconto di pura gioia estetica, destinata a trovare una puntuale corrispondenza negli sgargianti costumi a metà via tra tatuaggio e frattale di Roberto Zappalà (con l’aiuto di Veronica Cornacchini), regista e coreografo di uno spettacolo animato e sognante, applaudito dal pubblico e ritmato dalle movenze inesauste di undici danzatori maschili, racchiusi nello spaccato di un’immensa giara coincidente col palcoscenico. Ora cilindro verticale, ora ellisse orizzontale in un’illusoria ambiguità di punti di vista, ottenuta grazie al gioco delle luci, l’abbraccio curvilineo della materia si rende capace di conservare, trasfigurato nella carnale rotazione dei corpi, il relativismo sfuggente e ironico della fonte letteraria. Poche musiche possono essere più graffianti all’ascolto: il giovane e istrionico direttore Andrea Battistoni si dedica con fervore alla concertazione di una partitura sempre brillante, infarcita di colpi di scena inaspettati, che tiene col fiato sospeso dalla prima all’ultima nota. Casella era troppo musicista per non ricreare ex novo melodie e nenie e accenti di danza che nulla hanno a che vedere col folclore locale, filtrato attraverso uno sguardo di alta civiltà che tenta, con distacco aristocratico per elezione ma indulgente per educazione, di penetrarne lo spirito più profondo. Perché la lontana Sicilia, all’elegante pianista prodigio nato sulle rive del Po, dovette apparire un remoto luogo di incanto alla stregua dell’Oriente di Flaubert e Maupassant, seppur condito di un volenteroso spirito patriottico, e un tantino retorico, nel sapersi parte della stessa nazione. Fatta l’Italia, gli Italiani dopo oltre mezzo secolo erano ancora in larga parte da fare e nell’occhio sofisticato del compositore, più che l’amarezza agrodolce di Pirandello, si avverte lo stupore avventuroso dell’epigono del grand tour. Qui non c’è nostalgia del passato, e non mancano invece i riferimenti allo Stravinskij neoclassico (soprattutto quello di Pulcinella), all’impressionismo d’Oltralpe, colti con spirito indagatore dall’eclettico Battistoni, che innalzano La Giara al pregio di un’opera di livello europeo ma ne costituiscono anche il limite. Latita in questa pregevole musica, nel passaggio dalla sala da concerto alla scena, la sfacciataggine sincera della vita vera, così come la disperazione dell’arte nel cogliere l’essenza finita e mortale delle cose umane sublimata nella frivolezza apparente del balletto.

Con molte meno suggestioni intellettuali, sopperite da un intuito che ha del miracoloso (e che infatti fu destinato a non ripetersi più nella pur lusinghiera carriera dell’autore), Mascagni va a segno in Cavalleria rusticana. Ogni battuta dell’atto unico racchiude, in modo semplice, talvolta sguaiato, un preciso e infallibile gesto teatrale, tanto da impressionare all’epoca, al di là del successo travolgente del titolo, musicisti del calibro di Verdi e Mahler. Bene ha fatto Gabriele Lavia nell’impostare una scenografia più che parca consistente in un terreno lavico, inesistente, per sua stessa ammissione, nella Vizzini del racconto di Verga, ma nondimeno evocativo nel contrasto tra il suo cupo incombere e il rosso di una colata agli estremi del palco. Non compaiono edifici in muratura, porte, finestre, nulla che faccia pensare alla piazza del paese; non vi è che l’affacciarsi degli uomini, la presenza ossessiva del coro, tutti in costumi anch’essi scuri e opprimenti, prodotti con realismo filologico da Paolo Ventura.

La bacchetta di Andrea Battistoni, dopo il furioso virtuosismo caselliano, sfodera all’occasione una direzione attenta, mai precipitosa, addirittura scrupolosa nel ricercare certi dettagli inaspettati che rivelano come in fondo Mascagni, messi da parte i compiacimenti al facile gusto, fosse un conoscitore non banale della letteratura sinfonica. Nelle ampie volute disegnate dagli archi nel preludio mai come ora abbiamo avvertito le affinità con l’inarrivabile scena d’amore del Roméo et Juliette di Berlioz, che il livornese dovette intendere. I cantanti non si trovano quasi mai soverchiati dall’orchestra, nemmeno il Turiddu di Francesco Anile, voce meno robusta del quintetto dei protagonisti ma sottilmente tornita e in grado di ascendere e mantenersi nel registro acuto con una drammaticità naturale in cui egli sa infondere dalla passione del duetto ‘Tu qui, Santuzza?’, vertice poetico dell’opera, alla timorosa ma sprezzante inquietudine della scena con Alfio ‘A voi tutti salute!’. Il mezzosoprano Cristina Melis è una Santuzza fiera e convincente, di forte impronta lirica e di sicuro temperamento scenico, ricca di sfumature anche nella recitazione e nel declamato che tanta parte hanno in Cavalleria, a partire dalla sua apparizione (‘Dite, mamma Lucia…’), ed emerge, tralasciando l’estensione della parte, per qualità del timbro e dell’emissione nei confronti degli altri pur corretti mezzosoprani Michela Bregantin (Lucia) e Clarissa Leonardi (Lola). Completa il cast il baritono albanese Gëzim Myshketa nel ruolo di Alfio, ottima pronuncia e suono piacevole e rotondo, che passa dalla spavalda canzone d’esordio ‘Il cavallo scalpita’ - staccata tuttavia con intenzione poco mossa  - allo slancio tragico, senza sforzare, del duetto con Santuzza e con Turiddu. Al termine della serata gli applausi del teatro affollato della seconda rappresentazione sono distribuiti con equo entusiasmo per tutti i protagonisti, non ultimo il coro del Regio, guidato da Andrea Secchi, autentico personaggio cui sono demandati alcuni dei passi più popolari e importanti del dramma.


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