L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il gusto del pretesto

di Roberta Pedrotti

Al teatro Sociale di Bergamo torna in scena Chiara e Serafina, opera non troppo fortunata di un Donizetti venticinquenne. I limiti non solo drammaturgici restano, ma si apprezza l'entusiastica interpretazione dei giovani dell'Accademia della Scala con la direzione di Sesto Quatrini e la messa in scena giustamente surreale e sgargiante di Gianluca Falaschi.

BERGAMO, 19 novembre 2022 - Per le trame d'un infido uomo di fiducia, l'eroico Don Alvaro è bandito e si crede ucciso dai mori, quando invece è in salvo con la figlia maggiore Chiara e con lei naufraga alla natìa Majorca sotto mentite spoglie. Lì è rimasto proprio il traditore Don Fernando, tutore della figlia minore (ed ereditiera) Serafina, che vorrebbe impalmare ma è stato costretto a promettere a Don Ramiro, il figlio del podestà che l'ama riamato. Per raggiungere il suo scopo chiede al pirata Picaro, già suo servitore, di fingersi Don Alvaro con la ragazza, senonché, pur spacciandosi per il padre, questi medita di sposarla a sua volta. Poi c'è Don Meschino, che ama Lisetta, figlia di Agnese. E c'è chiara che si traveste da mendicante messicano muto per informare Don Ramiro delle trame ai danni di Alvaro e di Serafina. Si finisce nella cisterna segreta della rocca di Majorca a cercare le carte che discolpano Alvaro, ma la rocca è occupata dai pirati, che prendono prigionieri un po' tutti i protagonisti (salvo Agnese, Don Fernando, che dopo un paio di scene sparisce per sempre, e Don Ramiro, che deve arrivare come deus ex machina salvatore), sicché, dopo un paio d'ore di confusione l'innocenza è riconosciuta e l'amore trionfa.

Nel ridurre in libretto il melodrame La cisterne di Pixérécourt per il venticinquenne Donizetti debuttante alla Scala, Felice Romani non sembra essersi messo molto d'impegno: assembla situazioni topiche e avventurose, sfrutta l'ambientazione esotica che piace sempre (ma in confronto Il furioso all'isola di San Domingo sembra Shakespeare), pasticcia molto e si ricorda di essere il librettista coltissimo che è giusto quando fa cantare a Lisetta le gesta di Alvaro per salvare la città assediata proprio di fronte all'eroe naufrago e incognito. Ecco il nostos di Odisseo, Chiara come Telemaco (dopotutto si presenta en travesti per quasi l'intera commedia), Fernando e Picaro i proci intorno a Serafina/Penelope. Ma è solo un lampo di luce in quello che a noi, dopo duecento anni che hanno decantato e filtrato il gusto nei testi più riusciti e longevi, sembra un delirio librettistico. Forse, più semplicemente, era mestiere quotidiano in un mondo in cui la produzione era serratissima e non tutti potevano essere capolavori (prendiamo le filmografie dei divi della Golden Age hollywoodiana: son sempre pellicole degne di nota?). Certo, che non sia stato un successo non stupisce, anche se il ciclo dei bicentenari che attraversa il festival bergamasco permettendoci di saggiare in diretta l'evoluzione di Donizetti di anno in anno ci pone di fronte ad alcuni numeri davvero ben riusciti, a una mano sempre più sicura, sebbene il trattamento dei temi sia dispersivo e non giovi all'effetto teatrale nel suo complesso.

Allora, fa in fondo bene Gianluca Falaschi a puntare con il suo drammaturgo Mattia Palma sulla carta del surreale, ammiccando al musical tropicale, con un luccichìo autoironico che fa mormorare “tanto glitter per/sul nulla”, non come sarcasmo all'indirizzo della squadra creativa odierna (tutt'altro!), semmai all'inconsistenza del soggetto che giustamente si trasforma in un gioco scintillante. Il fatto che il cast provenga dall'Accademia della Scala, in una collaborazione che riguarda pure settori tecnici trucco e parrucco, ci fa divertire con elementi mobili, sfilate di sgargianti costumi, menti e nasi grotteschi, chiome variopinte. Insomma, in questa bizzarra Majorca piratesca, per una felice intuizione, ce la si spassa almeno con i mestieri teatrali e il bel laboratorio didattico funziona anche per il pubblico.

Sesto Quatrini, sul podio dell'orchestra Gli Originali, mostra dedizione alla partitura, ai suoi momenti migliori come a quelli più macchinosi, ma soprattutto fa fronte all'inconveniente dell'ultimo minuto: Pietro Spagnoli, che avrebbe dovuto guidare il cast con la sua esperienza come Don Meschino, è indisposto, lo sostituisce Giuseppe De Luca, cover sì ma bisognoso comunque di un sostanzioso ripasso musicale e registico, mentre la parte in origine affidata a De Luca, Gennaro, passa a Luca Romano, artista del coro che ne impara in extremis gesti e battute.

L'emozione è palpabile, ma il cast è affiatato e merita di essere accolto con calore. Piace soprattutto la Serafina del garbato soprano leggero Fan Zhou. Una Chiara assai determinata è la giovanissima Greta Doveri, Matìas Moncada si sobbarca le parti del tutore cattivo e del buon padre, vale a dire Don Fernandoe Don Alvaro, mentre il tenore Hyun-Seo davide Park è Don Ramiro. Sung-Hwan Damien Park è un esuberante Picaro (inevitabile il gioco di parole con il quasi omonimo rossiniano), Valentina Pluzhnikova una vivace Lisetta, Mara Gaudenzi è un'efficace Agnese, Andrea Tanzillo il pirata Spalatro. E tanto di cappello a De Luca per la disinvoltura con cui si appropria della parte non facile di Don Meschino.

Gli applausi coinvolgono anche il coro diretto da Salvo Sgrò: bravi tutti, davvero, anche se per Chiara e Serafina è facile immaginare un nuovo, lungo sonno in qualche cassetto.


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