L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Rappresentazione sacra

di Roberta Pedrotti

Daniele Rustioni dirige per il Festival Verdi 2026 un Requiem improntato alla misura e all'equilibrio di stampo lirico avvendosi di un quartetto vocale di qualità, omogeneo e convincente: Roberto Tagliavini, Saimir Pirgu, Ekaterina Semenchuk ed Eleonora Buratto.

PARMA 23 ottobre 2026 - Nel cartellone del Festival Verdi il Requiem costituisce una costante che non deve sapere di rituale ciclico e immutabile. Anzi, di fronte alla suprema meditazione sulla vita e la morte, nata dal turbamento musicale per la scomparsa di Rossini e concretizzata nel lutto intellettuale per la dipartita di Manzoni, si apre un ventaglio potenzialmente infinito di letture e prospettive, dalla solennità michelangiolesca alla massima introspezione, dalle corde dell'umana fragilità a quelle dell'ineluttabile destino, fra la speranza e lo sconcerto. Ogni anno, un diverso direttore più dire una parola nuova e diversa, disponendosi sullo spettro amplissimo che Verdi gli offre, ma possibilmente senza uscire da esso: per chi voglia leggerla, c'è nella musica (e nella cultura che la circonda) quanto basta per non aver bisogno di inventare stravaganza.

In questo spettro, Daniele Rustioni sceglie sicuro la strada del teatro. Le note di sala in cui parla del legame fra l'opera e il capolavoro sacro, di una precisa drammaturgia musicale attraverso le voci che intonano la sequenza liturgica trovano una perfetta corrispondenza in quel che si ascolta e confermano un principio sempre valido: leggere quel che gli artisti hanno da dire dopo l'ascolto (e la visione), perché le loro parole devono essere un modo per confrontare intenzioni, risultati e percezioni, non una guida preventiva. In questo caso, fin da subito si nota come Rustioni non spinga le dinamiche agli estremi e chieda un pianissimo più morbido che impalpabile, un fortissimo più risoluto che tellurico. La misura sembra un filtro per accostarsi all'assoluto senza esserne travolti, farne teatro che inventa il vero cercando una distanza che permetta di reggere il pathos e comprenderlo nella ragione umana. Si rinuncia, è vero, a vertigini e profondità, ma lo si fa con cura e coerenza.

Questa visione teatrale – ma per nulla melodrammatica, anzi! – si incarna nel quartetto vocale, in una sorta di moto ascensionale che parte dall'accento sapiente, pensoso e accorato, con cui Roberto Tagliavini rifugge tonanti atteggiamenti profetici in favore di una profonda, attonita riflessione. Gli rispondono l'ardore tenorile di Saimir Pirgu, l'anima fallace in cerca di redenzione, e la compunta sicurezza di Ekaterina Semenchuk, l'anima serenamente consapevole anche del dolore. Infine, nel Libera me, Domine, Eleonora Buratto incarna l'eterna incertezza, l'attesa senza risposta dell'inconoscibile per l'uomo, anche attraverso la ragione che ne rappresenta il mistero, anche attraverso il pensiero, la passione, la sapienza. L'idea generale di equilibrio senza contrasti eclatanti si riflette nei rapporti fra le voci e nella qualità del canto, per un Requiem in cui la misura è sempre sinonimo di chiarezza, anche per le belle prove del Coro del Regio preparato da Martino Faggiani e della Filarmonica Toscanini.

Al termine, il fedelissimo pubblico del Regio e del Festival, applaude con una convinzione ribadita anche dal rimbalzare dei commenti positivi dispensati soprattutto per i solisti defluendo verso strada Garibaldi. Parma val bene un (altro) Requiem, sempre lo stesso e sempre diverso, a riparlarci di umanità nel condurci alla conclusione di un cartellone fittissimo, fra opera, spazi per i giovani e la musica contemporanea, impegno sociale, aperture e sperimentazioni Off.

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