L’ape musicale

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Tosca disumanata

di Francesco Bertini

Lascia perplesso i farraginoso simbolismo con cui Serena Sinigaglia rivisita la vicenda di Tosca per l'unica nuova produzione del ciclo pucciniano offerto questa primavera dalla Fenice di Venezia. Non convince nemmeno la resa musicale, con un cast alterno e la concertazione di Daniele Callegari, autoreferenziale e poco attenta al palcoscenico.

VENEZIA, 28 maggio 2014 - Dal 19 aprile all’1 giugno il Teatro La Fenice di Venezia ha dedicato anima e corpo al “Progetto Puccini”: per ricordare i novant’anni della morte del compositore, in un mese e mezzo si sono susseguite ventisette rappresentazioni spartite traLa bohème Madama Butterfly e Tosca. Solo quest’ultima beneficia di un nuovo allestimento.

A firmare la produzione è Serena Sinigaglia che si è avvalsa della collaborazione di Maria Spazi per le scene, Federica Ponissi per i costumi e Alessandro Verazzi per le luci. La regista milanese è fondatrice e direttrice artistica dell’A.T.I.R. (Associazione Teatrale Indipendente per la ricerca) con sede nel Teatro Ringhiera di Milano: ha all’attivo alcune produzioni d’opera e di prosa. Il suo lavoro procede per simbologie, perdendo però di vista i significati drammaturgici del libretto di Giacosa-Illica. La Sinigaglia sceglie di dividere i personaggi tra buoni e cattivi: da un lato troviamo la protagonista e Cavaradossi, animati da una forza artistica portatrice di un messaggio benefico, dall’altro Scarpia e i suoi sgherri che risultano velati da una negatività dovuta alla violenza, alla perversione e all’amoralità. Fin qui la regista potrebbe rivelare un intento condivisibile, tuttavia la lettura complessiva pare affaticata da trovate farraginose ma allo stesso tempo speranzose di far breccia nel pubblico con tinte da thriller. Le scene assecondano questa visione: la natura in rivolta pare commentare l’innaturalità e la malvagità della vicenda. Dalla faglia che taglia la scena nell’intera sua lunghezza, durante il primo atto, si passa ad un vero e proprio cratere, nella prosecuzione dell’opera; i personaggi agiscono in un luogo frantumato dove la natura, maligna, ha preso il sopravvento sulle “cose” umane. La camera di Scarpia, nel Palazzo Farnese, è arredata con mobilio sghembo, insolito, inutilizzabile, dunque ancor più violentemente in contrapposizione con la scelta di vestire i personaggi secondo un gusto tradizionale e accurato. Così strutturato il palcoscenico supporta la concezione registica della disumanizzazione dei personaggi, sovente privati delle caratteristiche così ben delineate da libretto e musica.

Per quanto attiene la resa musicale, la situazione è ugualmente poco allettante. Daniele Callegari si è rivelato concertatore disattento alle esigenze dei solisti, interessato alla propria discutibile lettura ma incapace di interazioni con il palcoscenico: le dinamiche aitanti si beano di agogiche dilatate che diradano le sfumature e distorcono i significati pucciniani.

La protagonista, Svetla Vassileva, denota un irrobustimento vocale parzialmente dovuto al repertorio frequentato negli ultimi anni. Alla sua Tosca manca una certa determinazione: a brevi passaggi sanguigni seguono lunghi tratti resi con fraseggio quasi anonimo e una probabile preoccupazione vocale dovuta ad udibili incertezze, soprattutto in zona acuta.

Il bel timbro di Stefano Secco, Mario Cavaradossi, sopperisce solo in parte agli sbandamenti d’intonazione e alla proiezione vocale deficitaria nell’ascesa del pentagramma. Durante il secondo atto, gli interventi del tenore paiono più sicuri e partecipi nel tratteggiare la figura del pittore.

Nonostante le emissioni nasaleggianti, a tratti insistenti, Roberto Frontali affronta Il barone Scarpia con personale iniziativa. A parte alcuni esiti eccessivi, il personaggio emerge ma, forse, non sempre pienamente credibile.

Gustoso il sagrestano di Enric Martínez-Castignani e imponente l’Angelotti di Cristian Saitta. Completano il cast Cristiano Olivieri, perfettibile Spoletta, Armando Gabba, Sciarrone, e il giovane Ludovico Furlani, pastore ancora un po’ acerbo. L’Orchestra della fondazione veneziana non rivela grande interesse esecutivo, limitandosi ad assecondare le fortunose scelte direttoriali. Lo stesso coro, affiancato dai validi Piccoli Cantori Veneziani preparati da Diana D’Alessio, è sembrato poco veemente.

La gremita sala del Selva si è espressa positivamente nei confronti dell’intero cast.

 

 


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