L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

L'artista dietro la leggenda

 di Roberta Pedrotti

A Tribute to Gilbert Dupez

G. Verdi, G. Donizetti, H. Berlioz, G. Rossini

arie da Jérusalem, La favorite, Les martyrs, Lucie de Lammermoor, Dom Sébastien, Benvenuto Cellini, Guillaume Tell

tenore John Osborn

direttore Constantine Orbelian

Kaunas City Symphony Orchestra

Kaunas State Chorus

CD Delos DE 3532, 2017

Può rivelarsi un’arma a doppio taglio rappresentare un momento di passaggio nell’evoluzione della vocalità, diventare il simbolo di una sorta di rivoluzione al punto da conseguire una fama, nella storia della musica, che travalica i confini esoterici dei cultori di divi antichi e manuali. Gilbert Duprez (1806-1896), “l’inventore del do di petto”, colui alla cui ascesa si imputa il suicidio di Adolphe Nourrit, ormai passato di moda con il suo falsettone da aulico haute-contre, è divenuto nel tempo una sorta di sbiadita figurina bidimensionale eletta a padre ed eroe fondatore del tenorismo di forza, del cosiddetto tenore “espada”. Ma se fu il prototipo dell’eroe romantico, lo fu sempre fra gli anni Venti e Quaranta dell’Ottocento, raccolse il testimone dei vari Nourrit e Rubini ma, muovendosi sempre in un alveo di nobile romanticismo radicato nell’estetica del Belcanto, rappresenta un cambiamento nel gusto ma non una cesura traumatica e totale.

Più di mille parole, aiuta a fare un po’ di chiarezza l’omaggio a Duprez realizzato da un artista come John Osborn, che non si picca di sterile archeologia vocale, ma, ben sostenuto dalla concertazione di Constantine Orbelian a capo della Kaunas City Symphony Orchestra e del Kaunas State Chous, affronta con piena ed eloquente consapevolezza stilistica il repertorio del tenore francese. Alle sei opere più significative di cui fu primo interprete assoluto si aggiunge quella che, nella vulgata, segnò la sua rivoluzione: il Guillaume Tell, affrontato con piglio romantico più energico rispetto al nobile neoclassicismo attribuito al suo predecessore, e creatore del ruolo, Nourrit. Osborn è il più importante Arnold degli ultimi anni, uno dei tenori che più spesso hanno affrontato l’opera dal vivo; se poi si parla della partitura nella sua versione originale e integrale, il cerchio si restringe notevolmente e forse all’artista statunitense può spettare il primato assoluto. Quale sia l’impatto della voce di Osborn nel Guillaume Tell è, dunque, ben noto: il suo è un Arnold svettante, adeguatamente sonoro, dalla dizione chiara e incisiva. Ma soprattutto è un eroe romantico che proprio in quanto tale sa giocare di fioretto, cercare colori, accenti, legare il suono, fraseggiare con eleganza e passione. Così coglie il punto di un Arnold à la Duprez: non proto verista, ma virile e cavalleresco. Il caso di Amerigo Sbigoli – morto nel tentativo di emulare il canto più vigoroso di Domenico Donzelli – evocato anche nelle note di copertina ricorda, peraltro, che l’esigenza crescente di maggior intensità drammatica non poteva uscire dai binari dell’eleganza e dell’emissione belcantista. Che poi la tendenza a privilegiare il vigore della puntatura acuta alla coloratura spericolata in continuo movimento ai vertici del pentagramma, a chiudere con un acuto dapprima sulla dominante (e dunque sulla penultima nota con conseguente discesa di una quinta) e poi addirittura sulla tonica sull’ultima nota sia stata vista, nell’ottica dell’estetica rossiniana, come un involgarimento, non v’è dubbio. Ma ciò che parve volgare e fuori luogo a Rossini, nel suo atteggiarsi a passatista, non lo è necessariamente con il senno di poi. Sbigoli pagò il fio di un’emissione di forza senza misura e controllo, Duprez sapeva cantare e fu alfiere di un gusto in evoluzione.

Osborn lo interpreta benissimo con acuti sempre emessi a dovere, anche con suoni misti dove la linea musicale e il testo lo ammettano (ricordiamo che, scientificamente, l’emissione puramente “di petto” non può esistere, ma si tratta di un’immagine figurata per intendere gli acuti raggiunti senza ricorrere comunque al falsettone), sempre con adeguata proiezione, sempre sul fiato e ben sostenuti. Così sentiamo sia lo slancio brillante sia il dolce ripiegamento poetico del Benvenuto Cellini di Berlioz, così abbiamo un saggio perfetto di quel che dovrebbe essere il Verdi francese, sintesi di belcanto, rinnovamento drammaturgico-musicale, tradizione aulica transalpina dell’haute-contre: da Jeusalem, “Je veux encore entendre ta voix” possiede un afflato, una continuità espressiva che raramente si riscontra nella versione italiana dello stesso pezzo (“La mia letizia infondere”) e si chiude con una perfetta messa di voce sulla puntatura acuta, che è dunque dolcezza amorosa e non sfogo “espada”; la perorazione disperata “Ô mes amis, mes frères d’armes”, pezzo scritto appositamente per Duprez, esprime parimenti la forza orgogliosa del cavaliere ingiustamente disonorato con la morbidezza di un legato particolarmente duttile ed espressivo, accorato e ricco di colori. Questo stesso canto poetico, ispirato, incline alla mezzavoce ma sempre innervato da una vibrazione passionale si riconosce nelle pagine donizettiane, che da sole occupano quasi la metà del programma: abbiamo lo slancio ben calibrato nelle tensioni e distensioni di dinamica e agogica per “Oui, j’irai dans leur temple” (da Les martyrs), fresco ed entusiasta, mossa da un’esaltazione mistica che non sfocia nella frenesia gratuita, ma in una puntatura perfetta al mi naturale, sulla penultima battuta. L’abbandono di “Seul sur la terre” da Dom Sébastien fa il paio con l’attonita delusione di “Ange si pur” da La favorite e con il grande finale (purtroppo interrotto prima dell’ingresso del coro funebre e, quindi, orbato della stetta “Ô bel ange, ma Lucie”) dalla Lucie de Lammermoor, rielaborazione parigina del 1839, un vero capolavoro di fraseggio e di belcanto romantico.

Alcuni acuti presi di sbalzo, come il Do di “Ange si pur” ci ricordano perché Duprez divenne famoso anche come baldanzoso dispensatore di puntature, ma, appunto, anche e non solo per questo: l’omaggio di Osborn ci offre un quadro artistico ben più articolato e complesso e ci suggerisce di guardare alla storia del canto cercando l’arte al di là delle leggende e dei simboli.