L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

A scuola dal gran Mustafà

 di Andrea R. G. Pedrotti

Ripresa sempre gradita, quella del celebre e intramontabile allestimento dell'Italiana in Algeri firmato da Jean Pierre Ponnelle. Problemi di salute hanno colpito la protagonista, Anna Bonitatibus, e il tenore previsto, Javier Camarena, costretto a rinunciare alle recite. Gli subentra un deludente Juan Diego Flòrez, mentre il grande Mustafà di Ildar Abdrazakov e le interpreti femminili portano al successo la recita, concertata con mano poco felice da Jesus Lòpez Cobos.

Si preannunciava una serata di festoso belcanto rossiniano alla Wiener Staatsoper, ma pare che su questa produzione si sia abbattuta la mannaia del morbo e che Esculapio si fosse concesso meritate ferie, poiché dopo la defezione del tenore messicano Javier Camarena, abbiamo dovuto registrare anche l'indisposizione del mezzosoprano Anna Bonitatibus, annunciata dal palco dell'ex teatro della corte imperiale asburgica, dal sovrintendente Dominique Meyer; tuttavia Anna Bonitatibus è andata ugualmente in scena, al contrario di Camarena - vittima di un'infezione che l'ha obbligato al riposo -, sostituito dal celebre collega Juan Diego Flòrez. Per le restanti repliche, invece, il ruolo di Lindoro sarà sostenuto dall'emergente Edgardo Rocha, che abbiamo ascoltato pochi giorni prima al Teatro Filarmonico di Verona [leggi la recensione].

La serata viennese è stata ugualmente festante, anche grazie alla sempre frizzante regia di Jean Pierre Ponnelle; un allestimento che non stanca mai, ideale sintesi di tradizione ed eleganza. La scena è funzionale e ricca, senza mai eccedere in inutili dettagli, le trovate umoristiche sono simpatiche e mai volgari, sempre fedeli alla scrittura musicale e drammaturgica, senza che lo spettacolo venga minimamente disturbato da effetti atti semplicemente a strappare sterili risa dal pubblico astante: al contrario, quelle che sgorgano spontanee dall'animo dei numerosi presenti sono sincere e partecipate.

Autentico trionfatore della serata è stato Ildar Abdrazakov, realmente un “gran Mustafà”: migliore attore della compagnia di canto, catalizza l'attenzione di ognuno con una perfetta disinvoltura scenica, fine e ironica al tempo stesso. Sue le trovate migliori, specialmente nel quintetto del secondo atto e nel terzetto dei Pappataci, completamente monopolizzato dal carisma e dalla simpatia del basso russo. Non è da meno sotto l'aspetto vocale, con agilità precise, un ottimale controllo dei fiati e squillo sicuro. Un vero piacere ritrovare un simile artista in un repertorio che pensavamo avesse abbandonato, e ritrovarlo addirittura migliorato in quel belcanto che lo vide nascere come Selim o Assur al Rossini Opera Festival. Superato l'impatto della indiscutibile avvenenza dell'Elvira di Aida Garifullina, abbiamo il piacere di ascoltare un giovane soprano vocalmente meritevole, che accompagna la presenza scenica a una appropriata recitazione e ad una bella linea di canto. I do del finale I sono ben centrati e squillanti. Considerate le recenti numerose presenze della Garifullina alla Wiener Staatsoper, alla sua uscita, al termine dell'opera ella riceve numerosissimi applausi da parte di un pubblico che, evidentemente, ben la conosce. Buona la Zulma di Rachel Frenkel, la quale risolve il ruolo della serva di Elvira con una prova scenica e vocale.

Dicevamo dell'indisposizione di Anna Bonitatibus, che ovviamente non le consente di portare sul palcoscenico viennese l'Isabella che avrebbe desiderato. Ciò nonostante la cantante risulta una piacevolissima giovane italiana. Il volume è opportunamente controllato, in merito al malanno occorsole, ma si denota ugualmente un grandissima raffinatezza e sensibilità musicale. Molto belle le variazioni e le cadenze da lei eseguite nel corso dell'intera serata. Abile e misurata in scena, indossa benissimo il meraviglioso costume del finale del primo atto. Mihail Dogotari è un Haly giovane; molto disinvolto sul palco, è privo di una voce tonante, ma risulta ben udibile e adatto al ruolo affidatogli. Con gli interpreti rimanenti siamo costretti a registrare le dolenti note - in senso letterale - di questa Italiana in Algeri. Non è alibi bastante per Juan Diego Flòrez l'aver annunciato l'addio al ruolo, o l'aver sostituito all'ultimo il tenore titolare. Il Lindoro di Flòrez è interamente negativo, statico in scena, se non nel grande concertato, dove pare in preda a un violento attacco di nevrastenia. I fiati sono corti e mal controllati, le agilià costantemente aspirate, il volume poco incisivo, al pari dello squillo, sempre più esile. Il tenore cerca di ovviare a una voce pesantemente svuotata di armonici, rispetto ad alcuni anni fa, gonfiando il suono di continuo, senza ottenere i risultati sperati, se non quello di divenire paonazzo in viso. Come se non bastasse egli erra in più punti le parole del libretto e il fraseggio risulta estremamente piatto. A titolo di curiosità, notiamo che il suo personaggio non indossava la solita divista da marinaio italiano dello spettacolo di Ponnelle, ma una locale uniforme da ufficiale austro-ungarico.

Insufficiente anche il Taddeo di Paolo Rumetz: piuttosto grezzo sia vocalmente, sia scenicamente. Non giovanissimo, la sua voce risente di tutti gli acciacchi del tempo, palesando scarsa tenuta nello squillo e un'emissione fin troppo cavernosa. Gli unici tentativi del baritono di accentuare l'aspetto comico dell'accompagnatore di Isabella, cadono nel gelo generale, mentre quello melanconico risulta assente.

Pessima la concertazione di Jesus Lòpez Cobos, con i professori d'orchestra della Staatsoper che vedono vanificate le loro straordinarie qualità di esecutori. Per quanto il suono risulti sempre bellissimo, gli strumentisti seguono pedissequamente la bacchetta del direttore, che comanda perennemente attacchi errati e travisa completamente le dinamiche: buca e palco risultano così scollati totalmente e l'esecuzione è salvata dagli artisti.

Ottima, al contrario, la prova del coro della Wiener Staatsoper, preparato, nell'occasione, da Martin Schebesta. L'organico corale del teatro viennese palesa un colore e un'omogeneità del timbro invidiabile, partecipando costantemente all'azione in maniera divertente e divertita.

Le scene e i bei tradizionali costumi erano a cura dello stesso compianto Jean Pierre Ponnelle.


 

 

 
 
 

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