L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Poesia di borgata

 di Isabella Ferrara

A Napoli lo spettacolo di Massimo Popolizio evoca la poesia e la cruda concretezza del mondo pasoliniano.

NAPOLI, 26 marzo 2019 - Nella penombra del proscenio, appare un giovane in camicia e cravatta, con la giacca sgualcita portata su una spalla e la camicia fuori dai pantaloni, un fazzoletto sudato che stringe in una mano, a mo’ di giovane uomo che dopo una giornata di lavoro si ritrova come stesse camminando nella sua città, lasciandosi trascinare dalle emozioni, dai sentimenti che gli affiorano prorompenti e che scaturiscono senza filtri dalle sue parole, dai suoi gesti, dall’intensità delle sue espressioni. Ed è subito Pasolini, con la lingua del sentimento, il gergo delle borgate di Roma, quelle della miseria, della violenza, della diseducazione. Il giovane non è la voce fuori campo del racconto di ciò che non viene portato in scena, non è personaggio fra i personaggi, non ha un nome, è attore e narratore, è qualcuno che ha visto e ha vissuto, che partecipa di quelle vite, raccontandole e a tratti trovandovisi immerso. Il suo ruolo è quello che fu di Pasolini: vivere, accogliere e raccogliere quelle realtà di vita e malavita, di morte e violenza, di gioie effimere ma godute, di paesaggi desolati, e cieli carichi di meraviglie; fra nuvole, sole, temporali, stelle e colori di “tramonti senza speranze”, odori grevi e profumi di libertà, quando un bagno al fiume nel caldo torrido estivo diventa il conforto più grande. L’attore/narratore Lino Guanciale è lui stesso affascinato da quelle parole, da quelle descrizioni, le vede dinanzi a sé e le fa vedere a tutti, sembra toccarle, anelare a possederle, commosso ed emozionato rapisce e incanta. Spostandosi sulla scena occupandola a pieno titolo, o raggomitolato in disparte, assiste e partecipa, racconta disegnando luoghi e situazioni, spiegando azioni e reazioni, svelando momenti nascosti, compiendo con le sue parole, la sorte di quelle vite narrate. E proprio quelle vite irrompono cariche di giovialità, di sfrontatezza, di rudezza gridando le une verso le altre nei corpi nudi, in slips bianchi e troppo larghi perché consumati, mentre si tuffano in acque gialle di fango e detriti e spazzatura. Ci si ritrova, da spettatori, coinvolti immediatamente in una storia, in una scena di vita la cui povertà è semplicemente chiara, senza artifici, presentata da ragazzi svestiti che parlano in un romanesco a tratti volgare, ma di una volgarità che non risulta invadente, perché è naturalmente quello che ci si aspetta; è la verità di giovani del popolo che vive di espedienti, che vive di quel poco che però pare riempire sempre di più le vite, rendendole talmente cariche da diventare insostenibili talvolta.

La regia di Massimo Popolizio è sorprendente. Riesce a restituire la coralità, il senso del gruppo di quei ragazzi, uniti nelle giornate di scorribande e piccole delinquenze, ma soli nelle conseguenze, nelle scelte. Restituisce il senso del canto della Roma verace, delle città - paese che nel canto esprimono e descrivono, “cantando pieni di gratitudine verso la vita, allungati a pancia all’aria sull’erba secca” o cantando la tristezza da scacciare ed esorcizzare, o intonando sfide provocatorie alla volta del più debole prescelto. Cantano sul palco, e non appare fuori luogo, non diventa mai una canzone intonata per il palcoscenico, non è un sottofondo musicale, è un modo di esprimersi, è un altro aspetto della quotidianità, è la spontaneità di chi voglia cantare o fischiettare mentre in casa pulisce, o di chi tornando dal lavoro rilassa la mente, o di chi ha una musica che gli rimbalza in mente e gli accompagna i passi. Gli attori sono tutti anche narratori della propria personale storia, recitando completano il racconto come se leggessero dalle pagine di un libro. Tutto scorre senza interruzioni, lo spettatore viene trascinato dalle movenze di quei corpi che nuotano, saltano, corrono affannati, si tuffano, litigano, recitano un personaggio e lo raccontano come se lo guardassero dal di fuori mentre lo vivono dal di dentro, contemporaneamente. Alcuni espedienti di regia sono quasi poetici, rimandano ad un universo di solidarietà, di sostegno, seppure nella piena individualità di un gruppo di ragazzi che va crescendo. Un esempio ne è il momento in cui Er Riccetto, un molto credibile Lorenzo Grilli, si tuffa nel Tevere da una barca per salvare una rondine: tuffandosi non tocca il palco ma è preso dal narratore, Guanciale, che portandoselo in braccio arretra lentamente come se davvero nuotasse contro corrente.

In ogni movenza, in ogni tuffo e corsa, e attesa e fuga, o gioco, o lotta, non sembra che quei ragazzi siano limitati su un palco, sembra vederli sul fiume, o per strada, o su quel tram su cui davvero sembrano salire in corsa. La scenografia ha pochi elementi, ma di grande effetto nel creare un contesto, e nel proporre un’immagine reale, lasciando allo sguardo come una foto tratta da un film di Fellini.

Nella scelta drammaturgica di Emanuele Trevi, come egli stesso dichiara, non tutti i racconti di questi ragazzi di vita avrebbero potuto essere inclusi. La scelta ha seguito un filo conduttore dal vitalismo alla malattia, alla sofferenza. In questa scelta è rientrata la storia della lotta di cani, in cui gli attori, Flavio Francucci, Francesco Santagada, Silvia Pernarella risultano superbi, rendendo alla perfezione quanto Pasolini volle facendo esprimere con parole degli animali: “molte volte i ragazzi purtroppo conducono la vita come animali”.

Trova posto il racconto del “Froscio”, l’omosessuale che si invaghisce del Riccetto, ma non realizza alcun sogno d’amore. L’interpretazione di Giampiero Cicciò è tutto quello che serve per assistere a quello che era la dinamica storica e moralistica della figura dell’omosessualità ai tempi di Pasolini e dei Ragazzi di vita. Un misto di oscena perversione, usata come sfogo giovanile dai ragazzi di strada; di rifiuto da parte della società dalla cui riprovazione nascondersi; di espressione di allegrezza ed entusiasmo per la vita; di ingenua ricerca d’amore e di accettazione; di triste rassegnazione per il rifiuto e per il biasimo, per la violenza negli incontri, e per lo squallore di bui nascondigli contrapposti ai colori degli abiti e dei modi. Non altro si può aggiungere, assistere alla storia portata in scena riempie e appaga più di qualsiasi parola o descrizione, o approfondimento sociologico.

Un altro tipo di amore, che pure provoca biasimo nella società, ma con atteggiamenti a tratti più benevoli, viene vissuto da questi ragazzi. Lo incontrano e lo cercano, lo pagano e lo consumano con l’entusiasmo di una bricconata, con la vitalità di un bisogno, di una scanzonata parentesi di vita, e con l’approccio di inesperti che nascondono le insicurezze con la veemenza. È l’amore a pagamento con una prostituta. In questa scena di vita siamo altrove: lontani dal fiume, siamo al mare; fra gente comune che conduce una vita normale, tranquilla, che si gode i bagni al mare, con costumi e cabine e spiaggia. Qui arrivano i Ragazzi, per guardare, per assaporare, per prendere un po’ di vita normale anche loro, eppure consumano questi momenti fra le braccia di un’altra “donna di vita”, la prostituta Nadia, che Roberta Crivelli rende in tutta la sua aggressiva indisponibilità all’amore, e rassegnazione nervosa al lavoro per soldi. Ebbene neanche in questa storia di vita dai tratti squallidi, si prova repulsione o si sente invadente una volgarità di modi o espressioni. Tutto è intonato e adeguato, appare naturalmente e tristemente vero, con un senso di malinconica umanità.

Ultimo capitolo è quello che chiude il romanzo, e che chiude con queste vite, di cui poche davvero sono rimaste. Alberto Onofrietti è un Genesio tremante che “in mezzo al fiume non cessava di muovere le braccine svelto … sempre senza chiedere aiuto” sotto gli occhi di un Riccetto che stavolta non salverà la rondinella. “Io je vojo bbene ar Riccetto, sa!” è il suo modo di allontanarsi dal dolore, dalla tragedia inevitabile, dalla sua coscienza, dalla realtà di una giovinezza perduta insieme ai tanti amici perduti.

Lo spettacolo è commovente nella sua efficacia, sorprende per una regia a tratti poetica, per le scene esplicative nella loro immediatezza; porta in scena Pasolini e i suoi Ragazzi di vita come se l’autore stesso fosse presente a dare indicazioni e a farsi meravigliare a sua volta.


 

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