L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Gambe d'acciaio, braccia di seta

di Irina Sorokina

Grande successo per Il lago dei cigni nella coreografia storica di Vladimir Burmeister, valorizzata appieno da un eccellente corpo di ballo. Delude invece la resa musicale sotto la direzione di Roman Kalošin.

Mosca, 14 aprile 2021 - Il lago dei cigni rappresenta un caso unico della storia del balletto. Non c’è una persona che almeno una volta nella vita non ne abbia sentito parlare, milioni di spettatori sono corsi e corrono a vederlo in teatro e i forum chiamati “ballet friends” ogni santo giorno discutono la sua storia travagliata, ma soprattutto migliaia di interpretazioni dei ruoli principali in tutto il mondo. Ogni giorno ballerine e ballerini nei cinque continenti, col fiato sospeso, ci cimentano con il pas d’action e le variazioni del principe Siegfrid, la misteriosa principessa dei cigni Odette e la sua sosia, figlia dello stregone Rothbart, Odile. Fiumi d’inchiostro e tonnellate di carta furono spesi e continuano ad essere spesi per i dettagli che riguardano il balletto più famoso e amato del mondo; ai profani, tutta quella gente che ne discute con una tale passione, sicuramente, appare matta.

Il primo balletto di Pёtr Il’ič Čajkovskij, messo in scena nel 1877 al Teatro Bol’šoj di Mosca, ebbe un successo modesto, ma non fu un fiasco come erroneamente sostengono alcune fonti. Fu uno di tanti spettacoli che all’epoca si davano al Bol’šoj, considerata la Cenerentolа dalla direzione dei teatri imperiali, che dedicava tutta l’attenzione compagnia di balletto della capitale San Pietroburgo. Tuttavia, il balletto fu rappresentato per ben trentanove volte (non male!), con aggiunte di musiche di altri compositori e fu tolto dal cartellone dopo sette anni. Non male anche questo.

Dopo Il lago dei cigni, il cui debutto potrebbe definirsi né carne né pesce, la musica di Čajkovskij continuò a conquistare una popolarità sempre più grande, diventò  persona gradita alla corte, scrisse gli altri due balletti prodotti al Teatro Mariinsky con lusso sfrenato. E poi morì all’improvviso. Per celebrare la sua memoria, fu deciso di rappresentare il secondo quadro del Lago dei cigni che ormai pochi ricordavano. Lev Ivanov, il secondo maitre de ballet del Mariinsky, talentuoso, ma depresso e dedito all’alcool, produsse un miracolo: con l’uso di formule coreutiche tipiche del suo tempo, creò qualcosa di originale e commovente. A questo punto entrò in gioco il suo capo, il primo maitre de ballet del Mariinsky, il paziente e abile Marius Petipa. Dalla loro collaborazione nacque la versione standard da cui partirono tutti i Lago dei cigni futuri. Pur modificate nel tempo, le loro coreografie geniali, il secondo quadro coreografato da Ivanov e il terzo coreografato da Petipa, rimasero ai posteri e continuano a turbare i sogni dei ballettomani e le future ballerine. Turbano anche i sogni del pubblico: in Giappone la gente è pronta a vedere Il lago dei cigni in ogni stagione e con qualsiasi interprete.

Ci sono anche Il lago dei cigni dei coreografi russi e non che, pur prendendo spunto dalla versione Petipa-Ivanov, vanno oltre e propongono versioni piuttosto originali. Una di loro è quella di Vladimir Burmeister, per decenni a capo della compagnia di balletto del Teatro Musicale K.S. Stanislavky e V. I. Nemirovič-Dančenko. Risale al 1953, si mantiene gelosamente nel repertorio della magnifica compagnia e conquistò popolarità anche all’estero: è nel repertorio del Teatro alla Scala di Milano e nel passato venne rappresentata all’Opéra di Parigi finché non fu sostituita dalla versione di Rudolf Nureyev.

Nel 2023 la versione Burmeister festeggerà settant’anni dalla nascita, un risultato eccellente. In attesa di questa data lo spettacolo continua a vivere sul palcoscenico del teatro dove nacque, e questa vita è tutt’altro che noiosa.

Fu il grande regista Vladimir Nemirovič-Dančenko a spingere Burmeister di riformare la versione “vecchia”. Di questa versione solitamente rappresentata a Mosca, Burmeister conservò il libretto, e dello spettacolo di Petipa-Ivanov, ovviamente le coreografie del secondo quadro, con il celebre Pas d’action di Odette, Siegfrid e il corpo di ballo delle fanciulle-cigni; in questa impresa gli venne in aiuto il grande conoscitore del repertorio Pёtr Gusev. Per il primo, terzo e quarto quadro Burmeister creò le proprie coreografie. Sulle noti commoventi dell’Introduzione, la principessa Odette stava raccogliendo dei fiori quando venne tramutata in cigno da Rothbart, il genio del male: per questo personaggio furono inventate ali di quattro metri ciascuna; mentre Odette passeggiava serena raccogliendo i fiori, le ali la coprivano e ne usciva già sotto le sembianze del candido uccello bianco (nel giudizi degli storici del balletto non manca l’ironia nei confronti di questa soluzione registica di Burmeister). Non solo un coreografo di talento, ma anche un regista di valore: Burmeister trovò delle soluzioni efficaci e spettacolari per il terzo quadro, il ballo nel castello, dove le celebri danze di carattere sono state interpretate come passioni e seduzioni e di gran effetto fu l’apparizione di Odile al posto della solista della danza spagnola che spariva nel nulla.

Burmeister riuscì anche a creare il proprio Pas de deux “nero”, oggi largamente conosciuto; prima delle sue coreografie sembrava che il Pas de deux di Marius Petipa nel 1895 per la celebre ballerina milanese Pierina Legnani con l’introduzione di trentadue fouettes sarebbe rimasto insuperabile.

Oggi è fortunato lo spettatore che può assistere al una rappresentazione in cui il doppio ruolo di Odette-Odile è affidato alla prima ballerina dello Stanislavsky Oksana Kardaš: il godimento e le emozioni sono garantite. Oksana è una vera ballerina russa, frutto della tradizione secondo la quale la ballerina non è soltanto bellissima fisicamente e preparata tecnicamente al limite del possibile, ma lavora in continuazione sul personaggio e, una recita dopo l’altra, scopre dei dettagli che non sono mai visti prima. Gambe pulite e braccia di seta: queste parole d’ammirazione le abbiamo riservato alla prima ballerina della seconda compagnia del balletto classico moscovita; aggiungiamo una lode per i suoi arabesque, forti come una freccia e precisi come una linea tracciata da un grande disegnatore. Un’Odette dolcissima e sofferente e un’Odile diabolica, come vuole Il lago dei cigni; tutto superlativo, tranne il difficile trucco acrobatico introdotto alla fine dell’Ottocento da Pierina Legnani: le fouettes sono state eseguite in un continuo spostamento e non sullo stesso punto del pavimento.

Al suo fianco, Denis Dmitriev, in possesso di tutte le qualità per i ruoli dei principi azzurri , indispensabili per i celebri balletti del repertorio, delizia gli occhi dei ballettomani e semplici spettatori con fisico perfetto, viso bello, tecnica classica solida e soprattutto  morbidezza e cantabilità nel movimento, così cari e sempre apprezzati da chi ama il balletto. Nel ruolo del principe Siegfrid dà il ritratto di un giovane dolcissimo e spesso fragile; il primo ballo al castello è interpretato come il primo tentativo di affacciarsi alla vita, il secondo rivela nel protagonista la purezza dell’anima che lo induce in inganno. La variazione nel pas de deux dai grandi salti puliti e la musicalità spiccata è generosamente applaudita ed è un partner attento e umile, al servizio della sua bellissima dama, Oksana Kardaš, Odette e Odile.

Un grande entusiasmo per Gheorghi Smilevsky-giovane (suo padre dallo stesso nome e cognome è stato una star del Teatro K.S. Stanislavsky e Nemirovič-Dančenko) nel ruolo del Buffone, arricchito fino all’impossibile di virtuosismi, a volte eccessivi. Un artista pieno di brio e voglia di esibirsi, crea un contrasto necessario alle figure romantiche dei protagonisti. Davvero formidabile l’uso delle ginocchia e l’atterraggio morbidissimo: auguriamo da tutto il cuore a Gheorghi Smilevski una lunga carriera e soprattutto una lunga vita alle sue meravigliose ginocchia.

Statuari ed espressivi Jana Bol’šakova – la Principessa e Nikita Kirillov – Rothbart, e i solisti nel primo quadro dimostrano una tecnica impeccabile nelle variazioni. Molto apprezzato per la purezza dello stile, bravura tecnica e focosità il corpo di ballo del secondo teatro dell’opera e il balletto moscovita, impegnato parecchio in tutti i quattro quadri del balletto – amici e amiche del principe, cigni, ospiti dei vari paesi al ballo. La suite delle danze di carattere coreografata da Burmeister in modo diverso dalla versione standard di Petipa e Ivanov regala dei momenti passionali al pubblico.

Le scene e i costumi firmati da Valdimir Aref’ev, la storica presenza al Teatro K. S. Stanislavsky e V.I. Nemirovič-Dančenko sono da sempre l’oggetto d’ammirazione; la verità, soprattutto quando si tratta del pubblico russo, sta nel desiderio di vedere uno spettacolo di lusso, di grande impatto visivo, multicolore, negli abiti di stampo classico, tra tutù lunghi colorati nel primo quadro e quei corti bianchi nel secondo e quarto, e fantasiosi abiti per le danze di carattere del terzo, e dagli effetti speciali (si ricordano le ali di Rothbart, uniche al mondo) e luci suggestive (del noto light designer Damir Ismagilov). Si vuole un banchetto per gli occhi di stampo classico, e lo storico allestimento del teatro non delude.

Purtroppo, quella sera la celebre partitura cajkovskiana non trova l’interpretazione giusta dal parte dell’orchestra del teatro moscovita diretta da Roman Kalošin. Siamo sicuri che la causa di questa delusione siano le prove insufficienti. La musica, spesso chiamata “canzoni senza parole“ per la semplicità e cantabilità e il carattere malinconico, è suonata con poca cura, senza armonia tra i gruppi di vari strumenti, ma soprattutto con spirito piuttosto superficiale, “da can can“. Le sonorità piatte, i tempi galoppanti e alcune imprecisioni d’intonazione degli ottoni non rendono giustizia alla partitura celebre e tanto amata.

Successo pieno, nonostante qualche pecca nella buca d’orchestra. Non poteva andare diversamente: troppo grande è stata ed è sempre la voglia del pubblico venire in teatro per vedere lo spettacolo dal vivo. Una vera panacea nei tempi di coronavirus.


 

 

 
 
 

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