L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Fantastico Don Chisciotte!

 di Stefano Ceccarelli

Era il 2012 l’ultima volta in cui abbiamo assistito, al Teatro dell’Opera di Roma, a una produzione di Don Chisciotte. Torna ora questo titolo importante del repertorio classico, sotto la bacchetta dell’inossidabile David Garforth e per le cure coreografiche di Hilaire. Nel cast spiccano i due primi ballerini Iana Salenko e Isaac Hernández. La produzione, coloratissima e frizzante, è lautamente applaudita.

ROMA, 17 novembre 2017 – Semplicemente delizioso il Don Chisciotte, musicato da Ludwig Minkus, ora in scena al Costanzi: non sentivo applaudire il pubblico così di gusto da tempo! Merito, certo, è della bella scenografia, dei bei costumi, fantasiosi, ispirati all’arte spagnola dell’avanguardia novecentesca, reinterpretata in una chiave da cartone animato: il tutto, insomma, mette veramente allegria. Il merito, però, certamente è anche dell’ottima performance del corpo di ballo e dei due ballerini solisti ospiti, Iana Salenko e Isaac Hernández.

Ma andiamo con ordine. Le scene di Vladimir Radunsky e A. J. Weissbard (che ha curato anche le luci), come pure i costumi a firma del primo, sono incredibilmente colorati: mettono gioia! Una Spagna fantastica, «oleografica, con danzatrici di strada, zingari, barbieri» (C. Lo Iacono), da cartoons, direi; una Spagna dai palazzi sgargianti (rossi, blu, gialli) e dagli abitanti ancor più appariscenti, buffoneschi, in costumi assai curati, a tratti satiricamente esagerati: si pensi solo a Gamache, con i capelli blu e una pomposa gorgiera; o a Lorenzo, con le sue calze a pois. È questo l’universo fantastico in cui scenografi e costumista ci immergono; l’universo in cui ha luogo una vicenda del tutto assurda, la trama del balletto Don Chisciotte, una rielaborazione di alcuni spunti marginali del monumento di Cervantes. Ma Marius Petipa volle che fosse così: «negli anni in cui l’arte russa, soprattutto la letteratura, mostrava le distorsioni dell’animo umano e della società, Petipa allietava il suo pubblico creando forme coreografiche di una geometrica e solare vacuità. Sognava ik suo ‘impossibile sogno’ di perfezione classica, fascino esotico, couleur locale». Con Don Chisciotte, certamente, gli riuscì l’esotico e il colore, meno l’estrarre una trama così concisa da un romanzo monumentale e dal forte messaggio. Naturale, dunque, che il tutto appaia quasi come un sogno strano. I personaggi, difatti, sono schizzati dal costumista e dagli scenografi proprio come se emergessero dalla mente di un bambino, come se prendessero vita dai disegni astratti, vagamente picassiani, che ci accolgono impressi sul secondo sipario all’inizio e negli intervalli. Una fantasia pura, tradotta nel linguaggio dei cartoni: coerente, del resto, con i sogni, le aspirazioni e le fantastiche avventure di Don Chisciotte. Né, comunque, sono mancati veri e propri coup de théâtre: la visione di Dulcinea in apertura, dove sembra che Don Chisciotte l’insegua volando (il tutto è un gioco illusorio col velatino scuro); o il tableau del sogno di Don Chisciotte, dove compare il ballo allegorico.

Il balletto – l’abbiamo detto – non è un capolavoro di drammaturgia; è quel che è: contiene, però, molta buona musica, ben ritmata, spagnoleggiante e colorata, che ben incornicia una consueta storia d’amore, con i suoi alti e bassi: quella fra Kitri e Basilio, naturalmente. David Garforth ha avuto cura di apprestare, per questa produzione, una nuova edizione della partitura basata sostanzialmente su quella di Minkus (precisamente sulla copia conservata alla biblioteca dell’Asami Maki Ballet di Tokio), aggiungendo poco o nulla e arrangiando nuovamente qualcos’altro. Garforth dirige bene l’orchestra dell’Opera di Roma, seguendo al solito con attenzione e coordinazione le evoluzioni della coreografia che Laurent Hilaire ha reinterpretato dall’originale di Petipa e Gorsky, basandosi su quella, appositamente apprestata per l’American Ballet, dal celebre ballerino Mikhail Baryshnikov (che molti ricorderanno, anche, per il cammeo nell’ormai datata, ma sempre frizzante, serie TV Sex and the City). Lo spettacolo si regge, soprattutto, sulle performance dei due primi ballerini. L’ucraina Iana Salenko (principal dancer dello Staatsballett di Berlino) danza una convincente Kitri, sia nell’interpretazione del personaggio (sa essere peperina, ma leggera), sia nell’aspetto tecnico, naturalmente: si prendano, ad esempio, i vari momenti a due con Basilio, soprattutto il pas de deux finale, con le celeberrime variazioni, che esegue con presenza. Apprezzabili le varie diagonali e il suo assolo nel sogno di Don Chisciotte. Ha una bella presenza attoriale, come pure salde figurazioni e arabesque. Una spanna sopra la Salenko, però, è il Basilio di Isaac Hernández. Il messicano – che parte già col physique du rôle – è straordinario nei salti, nelle agilità, nella velocità d’esecuzione, come pure nella pura esplosività: la cosa incredibile è, anzi, la pulizia e la velocità con cui esegue queste difficoltà. M’è rimasta vividamente impressa la sua variazione nel pas de deux finale (dove, nei salti incredibili si vede la firma di Baryshnikov) e l’incredibile serie di fouettes che ha condiviso con la Salenko, generando un turbinio di applausi. Gli interpreti, peraltro, sono stati ambedue molto applauditi, in vari momenti della serata. Anche i comprimari sono stati eccellenti: la prima ballerina dell’Opera di Roma, Rebecca Bianchi, ottiene un successo personale nel ruolo di Amore (II, 2: sogno di Don Chisciotte): la grazia e l’ottima esecuzione della variazione e dei pezzi d’assolo rendono meritevoli gli applausi tributatele. Ma non vorrei dimenticare la leggiadria di Marianna Suriano nel ruolo di Regina delle driadi; la precisione e pulizia di Claudio Cocino in Espada; e l’esilarante esibizione di Manuel Parruccini (Gamache), Mike Derrua (Sancho Panza) e Michael Moore (Lorenzo) nei rispettivi ruoli. Trasognato, assente come se fosse in un altro mondo, l’azzeccato Don Chisciotte di Damiano Mongelli. Non è facile saper anche recitare bene, in una produzione, poi, che richiede in tal senso molto sforzo: c’è molta pantomima. Da segnalare la Mercedes di Annalisa Cianci e le evoluzioni di Marco Marangio come capo dei banditi. Straordinario, al solito, il corpo di ballo, come ho già detto, praticamente in tutti i momenti della serata, per cui non bastano tutti gli applausi che la produzione ha ricevuto.

foto Yasuko Kageyama