L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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La maschera viva

di Roberta Pedrotti

E. W. Korngold

Violanta

Kremer, Kupfer-Radecky, Reinhardt, Chiuri

direttore Pinchas Steinberg

regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi

Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino

maestro del coro Andrea Secchi

Torino, 21 e 23 gennaio 2020

DVD Dynamic 37876, 2020

leggi la recensione della recita dal vivo: Torino, Violanta, 28/01/2020

Amore e morte, morte e amore, lussuria, sangue e tradimento. Rimbalzano da un capo all'altro dell'Europa decadente ed estetizzante, fra gli estremi di Wilde e D'Annunzio, i medesimi ingredienti variamente rimescolati. Nel 1917 Alexander von Zemlinsky fa debuttare la sua Eine florentinische Tragödie, in cui un marito geloso uccide l'amante della moglie e prima di vendicarsi anche dell'infedele consorte viene travolto dalla passione, ben corrisposto dalla donna eccitata dall'omicidio. In Italia un quasi coetaneo di Zemlinsky (1871), Isidoro Capitanio (1874) scrive un'opera, destinata a rimanere nel cassetto fino al 1998, su libretto di Antonio Lega (di dieci anni più giovane): in Pasqua fiorentina una femme fatale ordirà un piano diabolico per liberarsi di uno spasimante e distogliere i sospetti dal vero amante, ma alla fine anche questi verrà ucciso dal marito geloso. Di mezzo c'è anche Salome che fa tagliare la testa del Battista per appagarsi nel bacio necrofilo, e il dannunziano Prunier che nella Rondine pucciniana proclama "La donna che conquista |dev'esser raffinata,|elegante, perversa...|Degna insomma di me:|Galatea, Berenice,|Francesca, Salomè!". Non stupisce se il diciassettenne Erich Wolfgang Korngold (l'opera però, debutterà nel 1916, quando ne avrà dicannove, e sul podio ci sarà Bruno Walter) ricorre a un soggetto perfettamente alla moda com'è quello del libretto di Hans Müller: Violanta vuole vendicare la sorella sedotta, abbandonata e suicida e alletta il dongiovanni con un incontro che che sarà una trappola mortale. Il piano sembra riaccendere prospettive di passione con il marito, coinvolto come sicario, ma alla fine s'innamora dell'odiato seduttore e si fa uccidere in sua vece. Il tutto nella cornice sempre efficace di una fantasiosa Venezia (non può che far sorridere lo svarione di Müller che cita il "teatro Felice") sinistra e carnascialesca, gotica, sepolcrale e sensuale. Nihil sub sole novi, insomma, con temi che finiscono facilmente per trasformarsi in cliché, se non fosse che il giovane Korngold ha già le spalle abbastanza larghe per non accontentarsi di una diligente maniera. Si pone, è pressoché inevitabile, sulla scia straussiana e, in generale, del tardo romanticismo tedesco, ma si mostra sensibile anche a echi francesi non solo debussyani. Soprattutto, fa sentire una padronanza notevolissima dell'orchestrazione, un gusto teatralissimo per gli impasti e i contrasti timbrici; fa sentire che è in grado di tristaneggiare quanto basta per non diventare uno stucchevole epigono, ma per farci credere perfino all'improbabilissimo duetto d'amore fra Violanta e Alfonso. Dalle parole diremmo che lui sfoderi la triste storia della sua vita senz'amore dal collaudato manuale del conquistatore, e invece la musica ci convince dell'incontro fra spiriti affini sul crinale fra eros e thanatos. La brevità del dramma combinata alla padronanza e all'ispirazione del compositore assicurano a Violanta il successo sulle scene, dove le tinte forti e ai confini della credibilità importano poco se supportate dalla coerenza complessiva della creazione.

A Torino, per l'attesa prima italiana dell'opera - gennaio 2020 e pare un altro mondo - si può contare sulla bacchetta di Pinchas Steinberg, che al solito lavora di fino con un'orchestra del Teatro Regio pronta e ricettiva, ci fa godere dei preziosismi della scrittura di Korngold lasciano fluire l'ispirazione melodica e incalzare la tensione drammatica, illividire il vigore perentorio della canzone carnascialesca - un inno alla vita che esordisce evocando una danza macabra di morti redivivi. Il cast ruota intorno alla protagonista Annemarie Kremer, sferzante e determinata ma anche capace di assottigliarsi in languori, perversa e sconfitta com'è giusto che sia, in perfetto contrasto con il morbido calore della nutrice Barbara (Anna Maria Chiuri) e con il rigido, ma non inflessibile, Simone Trovai (il marito) di Michael Kupfer-Radecky. Molto bene anche Norman Reinhardt come seduttore Alfonso, sicuro in una tessitura insidiosa e in una scrittura molto esigente. La piccola schiera di comprimari che popola il carnevale veneziano fra soldati, pittore, giovanotti, dame e ancelle trova parimenti una efficace caratterizzazione con Peter Sonn, Soula Parassidis, Joan Folqué, Cristiano Olivieri, Gabriel Alexander Wernick, Eugenia Braynova, Claudia De Pian.

Pierluigi Pizzi sembra evocato quasi per naturale associazione di idee quando si parla di Venezia e di una Venezia estetizzante. Ecco allora una scena tutta rossa con una grande finestra circolare, lunghi tendaggi come sipari, elegantissimi costumi primi Novecento con qualche strizzata d'occhio a Klimt, ma rielaborati senza pretese di assoluta aderenza storica. D'altra parte, il fintissimo Rinascimento di Müller può ben prendere le forme dei tempi suoi e di Krongold, con qualche libertà, non meno finto, forse, ma ai nostri occhi del XXI secolo credibile quanto quello lo era agli occhi di cent0anni fa. La regia, per il resto, segue i fatti senza cercare atmosfere e suggestioni particolari, senza volersi inoltrare troppo fra le righe del testo e cercare una più intrigante sostanza drammaturgica nel decadentismo di Müller. Quasi a ribadire che, se non ci fosse l'esordiente Korngold a vivificarla, Violanta rischierebbe di essere solo una fra le tante maschere d'un collaudato cliché.


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