L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La più divina delle poesie

 di Andrea R. G. Pedrotti

G. Puccini

La bohème

Lungu, Berrugi, Besong, Cavalletti, Cho, Sagona

direttore Gianandrea Noseda

regia Àlex Ollé

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino

Torino, ottobre 2016

DVD Unitel/CMajor A00050041, 2017

Leggi anche la recensione della recita dal vivo: Torino, La bohème, 12/10/2016

Il libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica per La bohème di Giacomo Puccini non si definisce esplicitamente come dramma, tragedia, o altro, solamente “Scene liriche in quattro quadri”. Il capolavoro pucciniano si potrebbe definire come un intimo dramma senza tempo ed è pienamente attuale: basta notare che è stato composto nel 1896, prendendo fonte da un celebre romanzo del 1851, Scènes de la vie de bohème di Henry Murger, su racconti di vita di alcuni bohémiens parigini che animavano, nel 1840, il quartiere latino. La bohème non è un semplice capolavoro della musica, ma autentico magistero delle capacità comunicative e di introspezione dell’animo umano che fecero grande Giacomo Puccini. Per quanti sforzi si possano fare, si fatica a trovare altre composizioni capaci di commuovere in un DVD sin dal menù delle tracce, poiché in sottofondo si ode la breve introduzione orchestrale allo struggente duetto del quarto quadro “Sono andati? Fingevo di dormire”.

La bohème non è altro che un’esplosione di umanità inarrestabile dalla prima all’ultima nota della partitura, dal primo all’ultimo verso del libretto. Pensiamo bene: un gruppo di studenti sfaccendati che si ritrovano a convivere in un alloggio non propriamente comodissimo di una grande città, quando uno di loro, il poeta, incontra, in combinata casualità, una ragazza vicina di casa e comprende appieno d’aver trovato la sua poesia.

Poi tutti vengono travolti dal dramma, lei è afflitta da un male incurabile, non desidera che l’amato ne soffra, si confida con l’amico di lui, ma la tragedia avanza inesorabile con la sola consolazione di potersi giurare amore sull’inesorabile letto di morte, unico evento capace di spezzare la catena fatta di sogni d’amore, sospetti, amarezze e carezze che li legava indissolubilmente. Non è forse questa una vicenda immaginabile in qualsiasi epoca storica? Chiunque leggesse il racconto senza esser avvertito che si tratta dell’opera di Puccini, risponderebbe quasi certamente di sì.

L’edizione eternata dalla Unitel è stata registrata a Torino il 12 ottobre 2016, a centoventi anni dalla prima esecuzione assoluta, sempre al Teatro Regio, il 1° febbraio 1896.

Nella sua concezione registica Àlex Ollé traspone rispetto alla tradizione (che, comunque, anche nell’osannato Zeffirelli, sposta sovente l’ambientazione di almeno cinquanta anni) le vicende all’epoca contemporanea e questo non dovrebbe né sconvolgere, né, tanto mento, scandalizzare. I quattro bohèmiens abitano in un appartamento soppalcato a basso costo; sul fondo si notano le ventole dei condizionatori delle altre case, Rodolfo scrive al computer, Schaunard rimedia una pizza d’asporto, ma l’atmosfera è quella di sempre, le dinamiche relazionali sono immutate. Per il secondo quadro non è necessario un lungo cambio scena, poiché la struttura che costituiva la soffitta può essere agilmente sostituita da Caffè Momus: solo Musetta appare meno manierata e conformista, perché l’ambiente è meno borghese dell’abituale, mentre il finale del quadro non desta stupore, con la banda che entra in scena, come il solito, accompagnata, in questa produzione, da una formazione di majorettes.

Con il terzo quadro, quello in cui il dramma inizia a manifestarsi, l'azione si sposta in uno slargo, con la nevicata d’obbligo, qualche guardia di passaggio, prostitute e delinquenti di vario genere assai diffusi nelle periferie delle grandi città. Unica differenza sostanziale rispetto alla tradizione (che nei significati non viene mai elusa) è la morte di Mimì, non per tubercolosi, ma per un tumore, che, secondo le dichiarazioni che Ollé fece in occasione della diretta radiofonica, rappresenta il male di oggi. Visivamente l’unico riferimento esplicito a un cancro è una diffusa stempiatura della protagonista, la quale, molto probabilmente, aveva da poco concluso un trattamento di chemioterapia.

La regia, che nel suo complesso appare interessante, manca, tuttavia, di un’autentica vena di originalità. Si riscontra una grande attenzione all’immagine d’assieme, ma il tutto sarebbe stato più interessante con una maggior caratterizzazione e attenzione nei movimenti dei solisti, specialmente nell'interazione fra Rodolfo e Mimì nel primo e nel terzo quadro.

Fra gli interpreti si segnala la buona prova di Irina Lungu, come Mimì. In questo ruolo il soprano mette in luce le sue capacità di fraseggio e può sfruttare la maturazione di una voce che appare sempre più adatta a un repertorio schiettamente lirico.

Ben figurano anche Giorgio Berrugi, sicuro vocalmente e a suo agio in scena, così come il Marcello di Massimo Cavalletti. Desta qualche perplessità la Musetta di Kalebogile Besong, che non riesce a trasmettere appieno le sfaccettature di un personaggio brioso, trasgressivo, malinconico e altruista al tempo stesso. Qualche problema anche sul versante vocale e nell’intonazione.

Completavano il cast Benjamin Cho (Schaunard), Gabriele Sagona (Colline), Metteo Peirone (Benoit/Alcindoro), Cullen Gandy (Parpignol), Mauro Barra (Sergente dei doganieri) e Davide Motta Fré (Un doganiere).

Molto bene la concertazione di Gianandrea Noseda, che concede respiro orchestrale solo quando questo non cozzi con il dramma. La sua è una lettura della partitura pucciniana interessante e molto curata, poiché sostiene l’intimità della tragedia prediligendo le sfumature dinamiche a un’agogica che non presenta grandi variazioni. Complessivamente l’orchestra del Regio di Torino di dimostra in buona forma.

Con Ollé hanno firmato la produzione Alfons Flores (scene), Lluc Castells (costumi) e Urs Schönebaum (luci).

Il maestro del coro del Regio di Torino era Claudio Fenoglio. Il regista delle riprese è Tiziano Mancini.