L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

la traviata, mihaela Marcu

Là, tra quei fior

 di Roberta Pedrotti

Ancorché passibile della rifinitura dell'esperienza teatrale, il debutto operistico di Alice Rohrwacher dimostra un attentissimo, scrupoloso studio del testo in tutti i suoi aspetti. Un cast affiatato, con la raffinata Violetta di Mihaela Marcu, il brillante Alfredo di Antonio Gandia e il ponderato Germont di Marcello Rosiello garantisce il buon esito sotto la direzione di Francesco Lanzillotta, attenta e analitica.

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CREMONA 10 dicembre 2016 - Di fronte a un futuro incerto, vi son casi in cui l’unione ha saputo fare la forza anche oltre rosee aspettative e se anche i circuiti dei teatri di tradizione, ormai estesi e intrecciati oltre i confini regionali, non avranno raggiunto chissà quali vertici di perfezione, hanno saputo spesso segnare, negli ultimi anni, una qualità cresciuta di pari passo con l’impegno a battere strade meno consuete, nei titoli e nelle realizzazioni. Per chi si ricorda le produzioni che rimbalzavano fra i capoluoghi di provincia una ventina d’anni fa, molto spesso la necessità di allestimenti agili, facilmente adattabili e trasportabili con poca spesa non significava altro che allestimenti poveri. Ultimamente le direzioni artistiche scelgono di osare di più: di recente si è vista una produzione eccellente del Midsummer Night’s Dream [leggi la recensione], frutto sorprendente di una felice coalizzazione di forze; un paio d’anni fa, dalla Lombardia alle Marche si riuscì a vedere un Don Giovanni che aveva permesso a voci giovanissime di lavorare con un grande del teatro come Graham Vick [leggi le recensioni dei due cast da Brescia e Reggio Emilia]. Ora, con un titolo delicato come La traviata, si tenta un altro gran colpo e si invita al debutto operistico una delle più brillanti cineaste italiane, premiata dalla giuria di Cannes già al suo secondo lavoro. Il richiamo mediatico di un’operazione del genere (e la relativa eco talvolta un po’ distorta) poteva trasformarsi in un’arma a doppio taglio: quanti debuttanti provenienti da altri ambiti abbiamo visto naufragare una sostanziale estraneità a linguaggio operistico, in una superficialità che poteva sfociare nella bizzarria fine a sé stessa come nella banalità più anodina? Proprio per questo bisogna prima di tutto rendere merito ad Alice Rohrwacher di aver studiato molto, e bene, per creare una propria lettura consapevole del testo (e dei relativi contesti e sottotesti) e della sua tradizione interpretativa. È indubbio che la regista toscana conosca gli allestimenti di Willy Decker, Robert Carsen, Laurent Pelly (e, sì, anche il deprecato Tcherniakov) e che ne abbia subito qualche suggestione, ma per costruire un proprio spettacolo, senza adagiarsi nella carta carbone di lavori altrui. Sconta così anche qualche ingenuità (i bicchieri luminosi, le luminarie colorate esposte e immediatamente raccolte durante il preludio al terzo atto), qualche piccolo impaccio nei movimenti del coro, ma son le imperfezioni del debutto di chi si è sporcato le mani seriamente e con l’esperienza potrà solo migliorare. Il racconto scorre comunque chiaro, con simboli ben definiti. Violetta è un’attrice, come dopotutto lo era Thais, e la sua vita è un mondo di finzione, falsi amori, false amicizie, illusioni effimere, oggetto per i cupidi sguardi altrui (chi ricorderà l’incisione ottocentesca che raffigura una splendida e indifesa Alphonsine Plessis, la vera Signora delle camelie, divorata nel suo palco da un pubblico mostruoso fatto tutt’occhi e fisso a lei senza badare minimamente alla rappresentazione vera e propria?). Nel suo ingombrante abito-gabbia tutto d’oro firmato da Miu Miu, che alla fine scopriremo aver sognato nella sua infanzia provinciale, sembra Greta Garbo in Camille, il film ispirato al romanzo di Dumas e così titolato per questioni di diritti. Quando, però, si abbandona all’amore per Alfredo e lascia il set, implacabile la incalza Flora, che da assistente, grazie alle relazioni giuste, assurge al ruolo di stella e primadonna: solitamente si usa vedere nella Bervoix, fra le figure femminili del romanzo, l’amica (interessata ma non rivale) Prudence più che la sbiadita concorrente Olympe, che invece qui riemerge sfrontata e agguerrita. Violetta, la ragazza di campagna che aveva messo radici nel bel mondo parigino, si trova sradicata e sotto di lei si apre la fossa presaga di morte, indicata con gesto eloquente nel promettere “sarò là, tra quei fior”. Bersagliata, nel coro carnascialesco, dai flash di paparazzi sciacalli intenti a glorificare la nuova diva Flora, la ragazzina seminalfabeta che dalla Normandia aveva conquistato Parigi creandosi un nome altisonante (Marie Du Plessis, il casato di Richelieu, in luogo dell’umile Alphonsine Plessis), un fascino irresistibile di sofisticata eleganza, arte, conversazione muore. Saluta con l'ampio gesto di Norma Desmond e si accoccola come la bambina di Bellissima: la diva se ne è andata e non resta che l'anima. Era un mito, ma aveva solo ventitré anni appena compiuti, il suo fiore fragile era sbocciato e appassito nello spazio di un mattino.

Margherita, Violetta: sono fiori di campo e non aulici gigli e rose che la letteratura e l’opera associano a colei che fece delle raffinate camelie orientali il proprio emblema. Mihaela Marcu, con una figura che ricorda Isabelle Huppert nel film di Bolognini, ne incarna la delicatezza, la dolce semplicità: nel primo atto traspare una sorta di incoscienza giocosa che sostituisce l’amaro disincanto di una donna divenuta adulta troppo presto con lo spirito ancora innocente di un amore leggero, spensierato. Sembra scherzare con Alfredo, consegnandogli il fiore, prima che si faccia strada la trepida verità del sentimento e con essa l’amarezza della sua incompatibilità con il mondo di cui è effimera regina. La sua prova è in crescendo man mano che cresce la consapevolezza di Violetta, vinta, spossata, ma passionale, disperatamente combattiva. E dolcissima; non per nulla i suoi punti di forza sono proprio le morbide mezzevoci, le frasi legate, il doloroso, intimo ripiegamento in un soffuso “amami quant’io t’amo, quant’io t'amo...”. Uno dei momenti più emozionanti della serata risulta, così “Dite alla giovine”, in cui il pathos del raffinato cantabile del soprano si sposa al pianissimo ben ponderato e sfumato del Germont di Marcello Rosiello, cui va riconosciuto il merito, se non di una vocalità verdiana di per sé abbacinante, di una musicalità intelligente, sicché autorevolezza, empatia, distacco sono risolte tutte nella misura di dinamiche e fraseggio, senza inutili effetti.

A completare l’equilibrato terzetto protagonista, Antonio Gandia è un Alfredo disinvolto, squillante e appassionato. Non nascondiamo che al momento di “Qui pagata io l’ho” (con furia frenetica forse memore del Villazon salisburghese) una lacrima si è affacciata per la commozione.

Daniela Innamorati ha incarnato con spavalda convinzione l’ambiziosa e irridente Flora, mentre Alessandra Contaldo era un’Annina dolce e delicata, quasi adolescenziale. Con il baldanzoso Gastone di Giuseppe Distefano ricordiamo, poi, Davide Fersini, Barone, Matteo Mollica, Marchese, Shi Zong, Dottore, Alessandro Mundula, Giuseppe, Pietro De Fino, Domestico di Flora, e Victor Andrini, Commissionario, e il coro Operalombardia diretto da Diego Maccagnola.

Sul podio c’è Francesco Lanzillotta e se l’operisticamente debuttante Rohrwacher è stata una scommessa, la bacchetta già sulla carta prometteva una sicurezza che non ha deluso. Preciso, come sempre, intende dare - orchestra permettendo - al primo atto un taglio particolarmente asciutto, pragmatico, quasi a enfatizzare la falsità crudele del mondo di Violetta e a lasciar spazio alla leggerezza dell’amore nascente, arricchendo via via il ventaglio dei colori negli atti seguenti, con l’approfondirsi del dramma e della psicologia della protagonista. Soprattutto, però, ha curato in maniera sapiente l’intarsio metrico e ritmico della partitura, nel respiro del lirismo più soffuso come nell’incedere implacabile della tragedia, con una marcia funebre di “Prendi, quest’è l’immagine” scandita a dovere per culminare in un epilogo finalmente tutto cantato (e con grande intensità), finalmente integrale in tutti gli interventi di Alfredo, Germont, Annina e Grenvil.

Certo, non tutto è perfetto: se non possiamo che compiacerci dell’interesse che questa Traviata “di provincia” e “di circuito” ha saputo sollecitare e meritare, nonché dell’equilibrio d’intenti e risultati raggiunto, spiace che il passaggio dai teatri emiliani delle prime recite (Reggio Emilia e Modena) ai fratelli lombardi abbia comportato anche un rapido cambio di orchestra e coro. Saranno state le poche prove con i complessi subentrati con il passaggio a nord del Po, sarà una distribuzione di elementi e organici forse non favorevolissima rispetto alle altre produzioni in corso per Operalombardia, fatto sta che la qualità specifica soprattutto dello strumentale è risultato al di sotto delle aspettative e non sempre sollecito alle intenzioni intuibili dal podio. Ne fa le spese soprattutto il primo atto, quello più scoperto quanto a orchestrazione, che risulta sotto il profilo musicale complessivo il meno convincente. L’unione e le idee fanno la forza, i teatri dei circuiti regionali hanno saputo dimostrarlo di recente in più occasioni: meriterebbero proprio un riconoscimento pecuniario che permetta di superare anche queste contingenze legate alla compresenza e alla gestione economica di cori e orchestre su più produzioni e più sedi.

I calorosi applausi premiano i tre interpreti principali e in particolare si accendono per la protagonista; il pubblico saluta, comunque, affettuosamente tutti gli artisti, con i quali ricordiamo anche la scenografa Federica Parolini, la costumista Vera Pierantoni Giua, i curatori di luci, Roberto Tarasco, e movimenti coreografici, Valentina Marini, nonché l'aiuto regista, si presume sempre prezioso per un debutto teatrale, Danilo Rubeca, con l'assistente alle scene Giuliana Rienzi.

foto tratte dalle recite con entrambe le interpreti principali: Mihaela Marcu (bionda) e Claudia Pavone (mora)


 

 

 
 
 

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