L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Turandot senza timori

  di Claudio Vellutini

Riuscita inaugurazione per la stagione lirica di Vancouver con Turandot, soprattutto grazie all'ottimo debutto del soprano Amber Wagner nel ruolo eponimo.

VANCOUVER, 21 ottobre 2017 - Turandot torna a Vancouver per la quinta volta nella storia cinquantennale della compagine operistica locale. Opera tra le più temibili del repertorio, l’incompiuto capolavoro pucciniano sembra non suscitare eccessivi timori sulla costa settentrionale del Pacifico. E in effetti, pur senza far gridare al miracolo, la produzione inaugurale della stagione operistica locale riesce a convincere. Lo fa, innanzitutto, in virtù della fortunata circostanza di poter disporre di un’artista in ascesa ma di sicura affidabilità come Amber Wagner, qui al suo debutto nel ruolo della protagonista. Ma la riuscita complessiva è da attribuire anche allo spettacolo, tradizionale ma efficace, del team canadese formato dal regista e coreografo Renaud Doucet e dallo scenografo e costumista André Barbe, nonché a un cast di solidi professionisti nelle altre parti principali.

L’americana Amber Wagner è una delle voci di soprano emergenti da seguire con maggiore attenzione. Dopo aver preso parte al programma per giovani artisti della Lyric Opera di Chicago, la cantante ha mantenuto un rapporto privilegiato con questo teatro, dove ho avuto modo di ascoltarla in molti dei suoi cavalli di battaglia: l’Ariadne straussiana, Senta e Elisabeth, rispettivamente dall’Olandese volante e da Tannhäuser, e una ragguardevole Leonora ne Il trovatore. Rispetto a questi ruoli, Turandot costituisce un ulteriore passo verso una vocalità marcatamente drammatica. Ciò probabilmente ha indotto la Wagner ad affrontare l’opera per la prima volta in un contesto meno esposto dal punto di vista mediatico di quello di Chicago, dove la sua Principessa di Gelo è prevista tra dicembre e gennaio. La cantante porta in dote a Turandot una vocalità sicurissima e duttile, capace di affrontare i momenti più ostici senza colpo ferire ma anche di trovare colori raccolti e suggestivi. Quel che più stupisce del canto della Wagner è l’apparente facilità con cui risolve uno dei ruoli più impervi dell’intero repertorio operistico: ben di rado, infatti, la parte ci è stata restituita in modo altrettanto agevole. In linea con la visione registica di Renaud Doucet, la Wagner fa di Turandot una creatura tormentata che, fin da subito, a malapena riesce a nascondere la propria attrazione per Calaf. Numerosi sono infatti i momenti in cui la cantante abbandona lo sfoggio di volume (che pure non manca) per rifuguarsi in emissioni attenuate e mettere in mostra un legato sinuoso e sensuale.

Accanto a lei, si fa notare la buona prova di Marianne Fiset, titolare del ruolo di Liù e voce dotata di timbro non sopraffino, ma usato con molta intensità. La solida tecnica le permette di sostenere la parte con agio e ottimi esiti espressivi. La prova del tenore argentino Marcelo Puente è sembrata più interlocutoria. Benché il suo sia uno strumento di indubbio spessore, l’emissione non sembra controllata a dovere, con il risultato che a tratti la voce, oltre che afflitta da un vibrato stretto poco gradevole, tende a risultare schiacchiata sotto il peso dell’imponente orchestra pucciniana. Detto questo, va riconosciuta a Puente un’indubbia scaltrezza nel dosare oculatamente le proprie risorse durante il corso della recita per non mancare l’appuntamento con “Nessun dorma”, che il cantante ha reso con generosità e a cui il pubblico ha tributato una lunga ovazione. Mediocre il basso Alain Coulombe, Timur dall’intonazione precaria e linea di canto malferma. Si fanno valere, invece, le tre maschere affidate a Jonathan Beyer (Ping), Julius Ahn (Pong) e Joseph Hu (Pang). Sia Sam Chung (Altoum) che Peter Monaghan (un mandarino) risolvevano dignitosamente i rispettivi ruoli.

L’allestimento di Doucet e Barbe tende a scadere ogni tanto nel decorativisimo un po’ kitsch, una scelta che, in taluni momenti, sembra trasformarsi in un commento volutamente ironico sugli esotisimi della musica pucciniana. Lo si capisce soprattutto in apertura del secondo atto, quando il trio delle maschere è risolto come un gioco di stereotipi occidentali sulla cultura asiatica, che a Vancouver è particolarmente presente. Nei quadri rituali, tuttavia, tale sottile critica sembra perdersi un po’ nella ricerca di effetti esteticamente gratificanti ma anche un po’ ripetitivi. La formazione coreografica di Doucet si faceva apprezzare nella cura dei movimenti delle masse, nelle pregevoli danze inserite durante le scene collettive (particolarmente riuscite mi sono parse le figure floreali realizzate dalle ballerine durante l’invocazione alla luna all’inizio del primo atto) e nel trio delle maschere. Più trascurata, invece, è apparsa la recitazione degli altri personaggi principali, limitata a gesti convenzionali e abusati.

Buona la prova dell’orchestra dell’Opera di Vancouver sotto la direzione diligente, ma un po’ anonima, di Jacques Lacombe, e di notevole impatto sonoro il coro diretto da Leslie Dala. Una menzione spetta alla sezione delle voci bianche, timbrate e intonatissime, preparate da Kinza Tyrell.

foto Tim Matheson