L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La rivincita del mestiere

 di Roberta Pedrotti

Se non memorabili, perlomeno più solidi e teatralmente meglio inquadrati gli interpreti alternativi della Tosca bolognese. Sempre più convincente la concertazione di Valerio Galli.

La recensione della prima del 15 dicembre con Vassileva, Park e Bretz

BOLOGNA, 19 dicembre 2017 - La recita, fuori abbonamento, pullula di giovani che hanno approfittato delle promozioni loro dedicate. Molti non erano mai entrati al Comunale, molti vedono Tosca, o addirittura un’opera, per la prima volta. C’è chi legge il libretto tramite l’apposita applicazione sul cellulare, c’è chi osserva i soprattitoli proiettati sulla scena, chi segue senza bisogno di supporti. L’approccio è cauto ma attento e, nonostante il direttore Valerio Galli lasci volentieri il respiro per le reazioni del pubblico, questo si scioglie definitivamente solo dopo la pausa drammatica del “Vissi d’arte”, ma al termine si lancia in vere e proprie entusiastiche acclamazioni e ripetute chiamate al proscenio.

Una bella atmosfera, senz’altro, per una recita che non annoteremo fra quelle memorabili ma, come spesso avviene, ingrana una marcia molto più efficace rispetto alla prima del 15 dicembre. Un merito non indifferente va attribuito allo Scarpia di Gevorg Hakobyan, che conosce bene il ruolo, ha bella voce e chiara dizione, non possiederà la scintilla del genio fuoriclasse ma inquadra nella giusta luce il personaggio cardine dell’opera. Un esempio per tutti viene da un piccolo dettaglio: mentre il suo collega dell’altro cast se ne andava dalla parte opposta del palco per sibilare “Segno ch’è ben celato”, Hakobyan ha cura d’indirizzarsi chiaramente a Cavaradossi dando pieno senso alla risposta “Sospetti di spia!”.

Il pittore volterriano non trova in Diego Torre la dote vocale fuori dal comune di Rudy Park e a puntature acute ben centrate corrisponde un medium meno proiettato e sostenuto, tuttavia si nota almeno un maggior impegno attoriale ed espressivo, una caratterizzazione tutto sommato convenzionale, non troppo rifinita, ma chiara e senza inciampi, con la volontà, se non altro, anche di muovere dinamicamente il fraseggio. Non è un’attrice sopraffina nemmeno Elena Rossi, ma ha il portamento della primadonna abituata a stare a testa alta al centro della scena, sguardo fiero e dritto al pubblico, forse un po’ troppo, ma Tosca può essere anche questo e il soprano si mostra a suo agio nel ruolo, che conosce bene e affronta con sicurezza. Spiace allora solo che una tendenza invero superflua a spingere impoverisca, in realtà, il timbro e la linea di canto, con un evitabile vibrato e qualche durezza di troppo.

Invariati i comprimari a eccezione di Raffaele Costantini come Carceriere e di Annalisa Taffettani come Pastorello.

Senza risplendere di luci rivelatrici, lo spettacolo di Daniele Abbado acquista con un cast più rodato una maggior fluidità e ritroviamo anche l’accenno di sconforto finale in Cavaradossi, consapevole che l’esecuzione non potrà essere simulata, che Tosca è stata ingannata, ma determinato a non toglierle questi ultimi istanti d’illusoria speranza.

Si fa apprezzare ancor più che alla prima la bella concertazione di Valerio Galli, che ottiene un suono duttile e compatto dall’orchestra, plasma con perfetto controllo le impennate dinamiche, respira con il canto articolando il discorso musicale in simbiosi con l’evoluzione del dramma. In particolare sottolineiamo, con i colori suggestivi dei momenti più soffusi fra cui il finale secondo o l'alba romana, come il “Vittoria” di Cavaradossi non si gonfi di retorica, non soccomba a una furia istintiva, ma abbia una sua autentica, fiera solennità.

Del successo finale si è detto, ora, di Puccini in Puccini, occhi puntati sull’imminente inaugurazione della stagione 2018: fra meno di un mese sarà la volta della Bohème nel nuovo allestimento di Graham Vick diretto da Michele Mariotti.

foto Rocco Casaluci