L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

maurizio pollini

L’eleganza del tramonto

 di Roberta Pedrotti

Maurizio Pollini apre con un attesissimo concerto, a quattro giorni dal suo settantacinquesimo compleanno, il ciclo Lezioni di piano varato da Musica Insieme con il Teatro Comunale. Dopo il ritorno dell'Orchestra Mozart [leggi], l'anno musicale bolognese sembra aprirsi nell'eco dell'universo artistico di Claudio Abbado, che di Pollini fu fra i più stretti sodali. 

BOLOGNA, 9 gennaio 2017 - Non esiste un tramonto uguale a un altro, ciascuno differirà sempre dagli altri per tinte e tempi, precipitando repentino o scivolando con lentissimo indugio nelle tenebre, smorzando o degradando pian piano i colori, fiammeggiando negli angoli più accesi dell’iride, linee sempre più soffuse o vivide e nette all’orizzonte.

Il delicato crepuscolo che Maurizio Pollini dispiega sul paesaggio del Comunale di Bologna, gremito come non mai per il suo primo recital a settantacinque anni compiuti, non fa balenare pennellate vivaci, ma lascia sciogliere nella foschia le luci della sua giornata. Così, è come se le ombre giocassero con la purezza apollinea dei contorni inducendo le dita a inciampare, mentre il pedale soccorre levando il pulviscolo di una nube sottile, insospettata dopo un meriggio così limpido.

Sì, il Pollini di oggi non è più terso come un tempo, sebbene nelle dita conservi la classe lieve del grande, come quando lascia scivolar via le ultime battute della Patetica, quando amministra rapporti rimbrici fra mano destra e sinistra nel cantabile, o quando, scaldatosi per il gran finale, percorre rapido la tastiera nell’Appassionata. Resta quell’elegantissimo senso della misura che è la sua cifra distintiva e cui deroga solo alla bisogna, limitandosi e dissimulando proprio per bilanciare l’affievolirsi di altre virtù: dunque, sempre alla ricerca dell’equilibrio. Resta, anche a dispetto di qualche passaggio un po’ sbilenco, il senso di un legato in cui ogni nota è pur segnata dal suo giusto accento, né più, né meno; resta la dinamica calibrata con chiarezza e senza eccessi; restano bagliori lunari nel timbro, anche se magari si noteranno maggiormente anche le ombre di una superficie irregolare e se i pregi dovranno farsi strada in un percorso più accidentato.

Come in un capolavoro della scultura classica percosso dai secoli e dalle intemperie, il pianismo di Pollini conserva le proporzioni del disegno originario, anche se la levigatura perfetta del marmo, la pelle, i panneggi non son più quelli, si nota qualche crepa, qualche graffio o abrasione, i colori si sono sbiaditi e scrostati.

Non v’è Luna senza i suoi crateri, non v’è forma intatta che si baratterebbe a cuor leggero con le ferite della Nike di Samotracia, e anche il tramonto di Pollini, unico e peculiare nel suo affievolirsi pian piano in un equilibrio nuovo ricreato anche fra ombre e foschie, è la traccia di chi ha fatto la storia del pianoforte nel Novecento.

Per esempio si apprezza la saggezza coraggiosa del programma, sintetico ed eloquente. Inserire tre sonate beethoveniane emblematiche come la n. 8, Patetica, la n. 23, Appassionata, e la n. 24 è rischio o mancanza di fantasia nel giovane o nel mediocre, è cimento cui si attente al varco il grande. Porle a cornice di due raccolte di Schönberg (Drei Klavierstücke op. 11 e Sechs Kleine Klavierstücke op.19) significa suggerire dei legami, proporre una chiave di lettura, permettere di gustare questi gioielli del primo Novecento in rapporto dialettico con la grande tradizione, evidenziando parallelismi, svelando la fresca modernità delle pagine più abusate, la sapiente continuità storica del grande padre dell’avanguardia. Basta il colore, il tocco di qualche nota ribattuta nel viennese o nel tedesco per far rombalzare l’eco da un secolo all’altro. Non per nulla le pagine di Schönberg sono anche le più riuscite della serata, con un certo qual lirismo in luogo della lucidità scientifica che ci saremmo aspettati più facilmente. Ma questo odierno è un Pollini in cui lo smalto scintilla a tratti, magari meno fine e regolare, non certo privo di lampi fascinosi.

Lui stesso, passo rigido e severo, postura un po’ ingobbita, quando percorre rapido il palco fra le quinte e il piano sembra comunicare la consapevolezza di un tramonto senza fiammate, un tramonto pastello in cui una lieve umidità sfuma i contorni ma lascia rifrangersi e risplendere qualche raggio di sole.

Di fronte a un pubblico che non accenna ad alzarsi, a un applauso compatto, come un largo fiume dalla voce baritonale, Pollini non lesina due bis dalla Bagatelle op. 126 di Beethoven. Misuratissimo, sempre, nel gesto, senza profferir parola, si siede e attacca un Andante cantabile e grazioso, poi ancora un Presto. Lieve ed elegante. Poi si accendono le luci e pian piano il pubblico scorre via dalla sala del Bibiena.


 

 

 
 
 

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