L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

juraj valcuha e Evgeni Bozhanov

Celebrando Toscanini

 di Roberta Pedrotti

Juraj Valčuha ed Evgeni Bozhanov sono i protagonisti con l'Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini del concerto per il sessantesimo anniversario dalla morte del maestro parmigiano.

PARMA, 15 gennaio 2017 - Sembra ieri, ma sono passati già dieci anni da quando, in un Auditorium Paganini fresco di appena un lustro, si celebravano i cinquant’anni dalla scomparsa di Arturo Toscanini, Kazushi Ono sul podio, solista – per i Vier letzte Lieder di Strauss – Anja Kampe. Sembra ieri, ma a conti fatti è anche un’eternità, nella quale abbiamo imparato a prendere disincantata confidenza con questa sala, uno degli emblemi dei cammini tortuosi che le città italiane sembrano destinate a incontrare nel tentativo di dotarsi di moderni spazi per la musica. Da un lato la struttura che Renzo Piano ricavò da un ex zuccherificio è pratica e bella, superiore a molte sorelle nazionali per estetica, finiture e funzionalità. Ci accoglie un bel parco, con comodo parcheggio, gli spazi sono ariosi e ben organizzati, il colpo d’occhio della vetrata dietro l’orchestra di rara bellezza; un livello decisamente più elevato rispetto ad altri recenti, maldestri quanto assai ambiziosi, esperimenti sorti nel nostro paese. Peccato davvero che i problemi acustici di una sala stretta e alta, con troppo vetro in posizioni infide, nonostante il ricorso a pannelli correttivi, ci riporti nella delusione di un’occasione ancora una volta non ben sfruttata da parte di architetti e costruttori.

Così, le difficoltà ricadono su chi ascolta e su chi deve suonare e dirigere e rendono ancor più lodevole l’impegno fruttuoso della Filarmonica Toscanini per modellare il proprio suono quanto più efficacemente possibile, in questo caso sotto la guida eccellente di Juraj Valčuha, direttore di polso e intelligenza, energico, sì, ma con un controllo tale da evitare il rischio, qui esiziale, di ridondanza.

Nel terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven il maestro di Bratislava si trova in perfetta sintonia con il pianista bulgaro Evgeni Bozhanov, che dosa accuratamente il pedale senza adagiarsi nell’edonismo di un suono potente e rigoglioso amato da certe scuole slave, ricercando, piuttosto, colori chiari, tocchi netti, un bell’equilibrio nel rubato e nelle dinamiche, una forza che risiede soprattutto nella chiarezza del fraseggio.

Era difficile, di fronte al repertorio ampio di Toscanini, individuare un programma veramente emblematico per questa celebrazione, e pure si è rivelata vincente la proposta con due ottimi artisti giovani ma già ben formati (quarant’anni Valcuha, trentadue Bozhanov) di quella stessa partitura di cui il maestro parmigiano lasciò memorabile incisione con Rubinstein.

Non meno azzeccata è stata, poi, la decisione di consacrare la seconda parte del concerto a due pannelli del trittico romano di Respighi, Le fontane e I pini di Roma. Valčuha conosce bene e frequenta abitualmente queste pagine, ne ama evidentemente la vis, il virtuoso ed esuberante colorismo orchestrale ispirato a modelli russi ma miscelato a dovere con aromi popolari e stilemi neoclassici italiani. Ecco dunque un controllo impeccabile dell’orchestra, una bella pasta sonoro, un bel gioco timbrico, la capacità di esprimere senza paura effetti anche spregiudicati (certi glissandi, certi tocchi realistici che s’imparentano con il futurismo), di giocare con tratti che potrebbero rischiare la stucchevole olografia (il canto degli uccelli). Ecco, soprattutto, una lettura in cui la descrizione e l’evocazione esuberante non rimangono in superficie, ma sanno evocare più profonde suggestioni, imporsi con la misura di un perfetto controllo della situazione.

Grandi, meritati applausi per una celebrazione senza fronzoli, in sola musica, come sarebbe piaciuto al grande Arturo. 


 

 

 
 
 

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