L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Storie d’amore al Maxim’s

 di Antonino Trotta

Celebrazione nella celebrazione, in occasione del 70° anniversario dalla scomparsa di Franz Lehár, al Teatro Coccia di Novara va in scena La vedova allegra: vita vissuta e realtà scenica si intrecciano in un intenso abbraccio che emoziona il pubblico e fa da balsamo alle escoriazioni della serata.

Novara, 14 Gennaio 2018 – A cavallo di un secolo che vive da un lato dei bagliori dell’incalzante progresso scientifico e tecnologico e dall’altro delle ombre della I guerra mondiale, in un clima di ingenuo benessere che da lì a poco si tramuterà in uno struggente ricordo dei tempi che furono e che non sarebbero più stati (la cosiddetta Belle èpoque), La vedova allegra di Franz Lehár non racconta solo una storia d’amore, ma fornisce con piacevole leggerezza un’istantanea che immortala le sfaccettature di un’epoca (come La traviata del resto) che getta le basi per lo sviluppo della società moderna. Un racconto cadenzato, scandito a ritmo di danza, con profondi echi viennesi, dove il Valzer, che Strauss aveva consacrato a simbolo di identità nazionale, acquista una dimensione intima e personale.

L’allestimento del Teatro Coccia di Novara della Vedova allegra risponde bene alla realizzazione di queste premesse, forse non attese ma sicuramente non deluse. Equilibrata e di tradizione la frizzante regia di Andrea Merli e Renato Bonajuto. Le scenografia e i costumi di Artemio Cabassi ben ricostruiscono la spensierata allure dei saloni borghesi parigini di fine Ottocento, incorrendo qui e là in lievi anacronismi (gli stucchi dorati nel salone dell’ambasciata sembrano di stile rococò, i costumi delle cancaneuses nel finale sono eccessivamente moderni).

Nel complesso molto buona la direzione del maestro Giovanni di Stefano, che trae dalla giovane Orchestra Talenti Musicali sonorità cangianti e fresche. La concertazione ben si adatta alle esigenze degli artisti sul palcoscenico senza sacrificare il recondito gusto viennese che pervade la scrittura musicale dell’intera operetta. Fa il meglio che può il Coro San Gregorio Magno preparato da Mauro Rolfi.

Alti e bassi nell’ibrida compagnia vocale (molti giovani con buone doti musicali, alcuni veterani che suppliscono ai segni vocali del tempo con una presa teatrale consapevole e professionale) scelta per questa rappresentazione. Manuela Bisceglie (Hanna Glawari) unisce alla sensualità delle movenze sul palcoscenico una capacità interpretativa che dà vita ad un personaggio malizioso, elegante, volitivo, appassionato. Anche vocalmente si preservano queste peculiarità: la voce è limpida e ben tornita, le dinamiche ben pronunciate. Nella sortita «Io di Parigi ancor non ho» si ha la possibilità di apprezzarne morbidezza nei filati e ampiezza nelle messe di voce, mentre nei pezzi d’assieme emerge con sonore puntature in acuto. Meno precisa sul piano vocale Marta Calcaterra, inficiata probabilmente dal taglio eccessivamente giulivo pensato per il personaggio di Valencienne che, sulla falsariga di Dorabella e Fiordiligi, si ritrova alla mercé delle proprie incoerenze e inquietudini. Buone le prove di Virginia Mc Intyre (Silvyane, simpatico l’accenno alla cabaletta di Violetta nel finale del primo atto), Federica Pieropan (scatenatissima e verace Olga) e Teresa Gargano (Praskowia).

Sottotono la compagine maschile. Stefano Marchisio (Visconte Cascada) si afferma come la voce più interessante della serata per la limpidezza del fraseggio. Le spigliate capacità attoriali e la bella presenza scenica di Mauro Bonfanti nei panni del conte Danilo non trovano riscontro purtroppo sul versante musicale, dove si avvertono in generale problematiche nell’emissione che si riflettono in una linea di canto disomogenea e poco curata. Senza nuance il Camille de Rossillon del giovane Nestor Losan che risente delle dimensioni ridotte della voce nonostante la piacevolezza del timbro. Degne di nota sono le performance teatrali, molto meno quelle canore, di Saverio Bambi (Kromow) e Stefano Consolini (Raoul de St Brioche). Completano il cast Armando Ariostini (Barone Mirko Zeta) e Simone Manzotti (Pritschitsc).

Menzione a parte merita ed è dovuta a Daniela Mazzucato, indiscussa trionfatrice della serata, a cui è stato dedicato un cameo all’inizio del terzo atto che ha segnato il punto di massimo godimento della rappresentazione. «Frou-frou del tabarin» è il brano che il soprano porta in scena tra gli entusiasmi del pubblico che, irrefrenabile, si unisce all’esecuzione con un coro a bocca chiusa degno delle migliori Butterfly. Rincuora constatare come l’incessante roteare delle lancette non scalfisca né l’artista né la vocalista, che preserva intatte l’eleganza nel portamento, la nobiltà del gusto e dell’espressività musicale, il magnetismo di chi ha fatto proprie le scene dei più grandi teatri. Emozionante la dichiarazione d’amore scambiata sul palco con il marito Max Renè Cosotti (carismatico Njegus in questa produzione) e il romantico duetto tratto dall'aria di Das Land des Lächelns (Il paese del sorriso) «Tu che m’hai preso il cor», che smentisce quanto poc’anzi affermato dal conte Danilo. Una testimonianza insomma, non solo professionale, ma anche di vita.