L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Pánta réi

 di Antonino Trotta

Il Nabucco di Pier Luigi Pizzi arriva al Teatro Coccia di Novara per sancire la conclusione della stagione lirica. Entusiasmanti la prove di Amartuvshin Enkhbat, Marko Mimica e Rebeka Lokar. Meno accattivante, ma corretta, la direzione di Gianna Fratta.

Novara, 25 Febbraio 2018 – Gli ottoni attaccano gli icastici accordi dell’ouverture con solenne mestizia. Avvolti da un fondale bianco, sette danzatori nerovestiti, tanti quante i bracci della menorah, appongono il candelabro sacro sul fondo del palcoscenico. I legni cicalano in terzine di semicrome e gli Ebrei, immersi nello splendore della loro patria «sì bella» e non ancora «perduta», insieme ai mimi, si dispongono compiacenti in proscenio specchiandosi nella fossa orchestrale. Solo due atti dopo, su questa stessa riva lambita dai vorticosi flutti orchestrali, intoneranno il celeberrimo «Va’, pensiero». Inizia così, in quest’aura misteriosa e profetica, il Nabucco di Giuseppe Verdi in scena al Teatro Coccia di Novara per la chiusura della stagione lirica 2017/2018.

Lineare ma piacevole lo spettacolo firmato da Pier Luigi Pizzi, che ne cura costumi e scenografia. Essenziali gli elementi scenici: una menorah, un «trono aurato» accuratamente rifinito nelle decorazioni, una rete di maschere d’oro del re Nabucodonosor sospesa che crolla – come previsto da libretto – nell’istante della conversione del sovrano. In quest’ambientazione, scevra da “distrazioni” scenografiche, la psicologia dei personaggi acquista maggior centralità e costituisce per quasi tutto lo spettacolo il fulcro della narrazione teatrale. I costumi, semplici ma brillanti nelle tonalità di colori, accentuano il contrastante clima di oppressione in cui si contestualizza l’opera. Arricchiscono l’impianto visivo i ballerini – con coreografie curate da Francesco Marzola – che poco aggiungono al discorso ma sopperiscono in maniera funzionale alla vacuità dello spazio scenico. Semplici le luci, curate dallo stesso Pizzi.

La regia musicale è affidata a Gianna Fratta, alla guida dell’Orchestra del Teatro Coccia rimpolpata nelle file dagli studenti del Conservatorio “Guido Cantelli”. La concertazione della Fratta è attenta alle sfumature strumentali e strizza l’occhio ai madrigalismi annidati nella trama della partitura verdiana. Se nei momenti lirici l’intreccio è sciolto con efficace resa coloristica, la direzione perde smalto laddove sia richiesto maggior mordente: le introduzioni ai quadri, ad esempio, non sfruttano appieno la carica drammatica dei tempestosi cromatismi e tutte le strette risentono di una bacchetta talvolta pesante che ne lima eccessivamente le angolosità. Nel complesso, però, la narrazione scorre fluida e priva di sbavature.

Davvero valida la triade di protagonisti schierata per questa produzione, a cominciare dall’eccellente Nabucco di Amartuvshin Enkhbat. Sicuro nella ferrea emissione, forte della vocalità priva di spigoli e del bel timbro brunito, Enkhbat sorprende anzitutto per il coinvolgente istrionismo nel porgere e accentare ogni singola frase. Il baritono mongolo, del quale si apprezza anche l’ottima pronuncia, mostra una matura conoscenza del libretto ed estremizza l’intensità della parola scenica, tornita in un fraseggio curatissimo e impreziosita da una caleidoscopica varietà di sfumature dinamiche che delineano con nitidezza nel tratteggio la repentina evoluzione psicologica del personaggio. Mettendone a nudo forze e debolezze, tanto col canto quanto con la recitazione, il monarca babilonese assume una caratura umana di rara bellezza che nell’accorata supplica alla figliastra (III Atto) rimanda all’amato gobbo verdiano.

Anche Marko Mimica porta in scena un magnetico Zaccaria confermando le qualità che si ha avuto modo di apprezzare già al Regio di Torino. Mimica plasma con mano ferma un pontefice ieratico, assertivo, ma nel contempo nobile e rassicurante, coordinando con estrema maturità le pulsioni vocali e le necessità drammaturgiche. La voce è timbrata, avvolgente nelle pastose note gravi e fulgida negli acuti. Sorregge l’ottimo materiale vocale una rigorosa preparazione tecnica: il basso-baritono croato stocca con piglio le serrate puntature del terzo atto e le agilità della cabaletta iniziale mentre disegna con sacrale incisività gli interventi cantabili.

Rebeka Lokar risolve egregiamente l’impervia Abigaille in una dimensione vocale e teatrale che conferisce al personaggio un’interessantissima caratura femminea, a tratti voluttuosa e appassionata, ben lontana dai deliranti aneliti di potere e dalle fobie di esautorazione della futura Lady Macbeth, con la quale condivide una partitura estremamente onerosa. Per questa splendida Abigaille l’ascesa al trono e la condanna del popolo eletto non sono conseguenza di un «ambizioso spirto» ma vindice strumento contro chi l'ha tradita o ferita. La morbida vocalità della Lokar, mirabile nelle eteree filature e nel vellutato legato, rivela già nel sensuale cantabile di sortita la frustrazione della principessa assira, consumata dalla gelosia per Fenena, e sfiora vette altissime nella rarefatta purezza del finale. A queste plastiche linee melodiche, dove l’espressività della Lokar si sostanzia in un canto dispiegato di grande espressività e trasporto, si contrappongono slancio, potenza e precisione nelle furenti agilità di forza, nei vertiginosi salti di ottave, nelle perentorie gragnole di sedicesimi, nei colossali do sopracuti, in cui l’emissione del soprano sloveno si conserva solida e mai sforzata. Invidiabile il torrenziale mi bemolle in chiusura del duetto con Nabucco. Le si possono imputare solamente un minor spessore negli estremi della tessitura grave – ampiamente sollecitata e correttamente fronteggiata senza cadere nel declamato – e un vibrato persistente che a volte inficia la pulizia del fraseggio.

Buona la prova di Sofia Janelidze nei panni di Fenena. Il mezzosoprano georgiano sfoggia una voce sonora – non sempre parsimoniosamente centellinata – e mostra buona sensibilità nell’unica aria riservatale da Verdi. Anche Madina Karbeli (Anna) riesce a trovare il suo spazio negli avviluppati concertati, facendosi apprezzare per il colore adamantino dello strumento. Deludente invece Tatsuya Takahashi che ci presenta un Ismaele abbastanza rabberciato nella costruzione complessiva. L’emissione non è a fuoco, la voce poco proiettata e sforzata nelle note più alte. In generale il canto, e di conseguenza il personaggio, appare piatto e privo di nuance. Non brilla nemmeno la prova del coro San Gregorio Magno coordinato da Mauro Rolfi, specialmente nella sezione maschile che nei pertichini, generosamente disseminati in quest’opera, è praticamente inconsistente. Completano il cast Daniele Cusari, abbastanza corretto nel ruolo del Gran Sacerdote, e Gjorgji Cuckovski, pessimo in quello di Abdallo.

Alla fine dello spettacolo, il pubblico novarese tributa calorosi applausi all’intera compagnia e in particolare all’amatissimo regista italiano. Tutto scorre ma il lavoro di Pizzi, per fortuna, resta.

foto Mario Finotti