L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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la rondine

Uova di rondine

 di Antonino Trotta

Delude l'attesissima Rondine al Carlo Felice di Genova. Disordinato allestimento di Gallione, che non ricicla a dovere gli elementi scenici della sua Traviata. Maggiori soddisfazioni dalla compagnia vocale.

Genova, 24 Marzo 2018 – Travagliata è stata la genesi della Rondine del compositore lucchese e travagliata è stata la rinascita di questo capolavoro pucciniano al Teatro Carlo Felice di Genova: annunciata e poi cancellata nella stagione passata per ragioni economiche, ritorna dopo centouno anni di assenza sul principale palcoscenico ligure in un “nuovo” allestimento firmato da Giorgio Gallione. E soffermiamoci immediatamente sull’aggettivo “nuovo”. Non poche volte capita di sentirsi spaesati dinnanzi a questa equivoca etichetta, spesso appiccicata su spettacoli raffazzonati con estrema leggerezza. Sembra già un ossimoro parlare di novità quando ci si confronta con una realtà che deve la propria popolarità e il proprio successo all’imperitura immutabilità, a una bellezza consolidata che inossidabile sfida lo scorrere del tempo, quindi a un’appassionante storia di cui già si conosce il finale. Ma il dinamismo è la ricchezza dell’arte, l’inventiva lo scudo contro l’estinzione, e ad ogni rappresentazione, quando un’opera rinasce, rivive, rimuore, la novità può diventare ancillare a un linguaggio accattivante, innovativo, che consente a spettatori diversi di fruire appieno dello stesso contenuto. Dove va ricercata dunque la novità? Ognuno è libero, in maniera indiscutibile, di scrutare una recita lirica per individuare quanto più lo aggrada: evasione in un arcadico mondo fiabesco fatto di immagini tenui e scenografie bucoliche, sfide intellettuali saziate da idee stimolanti e chiavi di lettura aggrovigliate, puro sollazzo appagato dai movimenti goffi e dalle accentazioni comiche dei recitanti. Quando una messa in scena apporta un contributo diverso, anche minimale, a uno solo dei molteplici ingranaggi che incastrandosi danno vita alla meravigliosa macchine teatrale, nonostante qualche disallineamento che potrebbe minare la lubrificazione e la fluidità di questo complesso apparato, allora si può parlare di novità. Novità che in questo senso latita nell'allestimento genovese, dove l'aggettivo “nuovo” si aggrappa al mero significato letterale.

La speculazione filologica che partorisce il parallelismo tra La rondine e La traviata, se da un lato legittima il riciclo delle scenografie e degli elementi decorativi dell'allestimento del capolavoro verdiano che porta la stessa firma e che sarà di nuovo in scena tra qualche settimana, dall'altro si infrange contro l'assenza di un'idea sostanziale che ne motivi l'accostamento. Nel complesso lo spettacolo risente di questa vacuità e si presenta rabberciato con trovate frammentarie che non hanno ragione di essere. Mi è difficile comprendere perchè Magda debba cantare la celebre aria – difficile sia vocalmente sia psicologicamente per la sua notorietà – sospesa in aria, seduta su un'enorme luna luminescente. Questa esasperata ricerca di verticalità, tipica di un alpinista più che di un regista, accompagna l'opera per tutta la sua durata: a turno i cantanti si arrampicano sui pianoforti e sulle sedie per cantare anche solo una frase, e quando non scalano vette e mobilio occupano i praticabili laterali della buca in posa estatica, spiaccicati contro il muro. Per non parlare della nevicata bohèmienne di coriandoli che prima investe Magda, ancora sulla luna, quando Prunier esclama «Ai vostri piedi tutte le grazie della Primavera», e poi è generosamente aspersa durante il secondo atto, già saturo di paillettes, piume e brillantini. Per entrare da Bullier occorrerebbero degli occhiali da sole onde evitare un attacco epilettico causato dal fatale intreccio di luci, led e costumi folgoranti, curati da Luciano Novelli. In questo zibaldone cromatico, appesantito per di più da parrucche davvero bruttissime, anche i ballerini della compagnia ZEOS, su coreografie di Giovanni di Cicco, creano confusione e intorbidiscono la nitidezza visiva, apparendo più volte scoordinati. Peccato perchè le enormi grisettes di ispirazione boteriana calate dal cielo ricreano un'atmosfera cabarettistica che, almeno sulla carta, sembra piacevole e ispirata. Alla caleidoscopica tavolozza di colori della prima parte si contrappone un terzo atto dove il colore preponderante è un bianco diafano. La scena, come in quella Traviata, è predominata dallo stesso albero divelto e messo lì con scopo riempitivo. Sul fondale, tra fiori, ancora i pianoforti. In conclusione dell'atto, un enorme telo rosso apre forse uno spiraglio sui ricordi della protagonista, che esasperata rimembra l'abbondanza della vita parigina. Un improvviso slancio verso la psicologia del personaggio principale, finora a malapena lambita.

Maggiori soddisfazioni arrivano fortunatamente dal versante musicale, a cominciare dall' appassionata direzione di Alvise Casellati, corretta nei tempi e nelle dinamiche, attenta agli elementi che preludono ai modernismi di Turandot e toccante nei momenti di maggior inflessione lirica come i finali del primo e secondo atto. Buona anche la prova dell'Orchestra del Teatro Carlo Felice, meno quella del coro, preparato dal maestro Franco Sebastiani, impreciso in più di un'entrata e spesso poco omogeneo.

Maria Teresa Leva, che già avevo ascoltato nella Turandot della stagione passata – nel cast con Giovanna Casolla – conferma anche nel ruolo di Magda la stessa generosità dello strumento, ampio, sonoro e morbido nelle frequenti filature. Se la fatidica aria iniziale risente di più di una sbavatura e tradisce una buona dose di nervosismo che non favorisce un canto sereno e dispiegato, forse deconcentrata dai tre metri d'altezza, la Leva recupera bene nel resto della serata confezionando un'eroina romantica e trasognante. Ottime sfumature dinamiche, sebbene l'attacco dei pianissimi non sia sempre sicurissimo. Molto belle la smorzature nel finale del secondo atto e la messa di voce in conclusione dell'ultimo. Al suo fianco, Roberto Iuliano snocciola il ruolo di Ruggero con una pertinente vena di lirismo. Il timbro non è indimenticabile ma la linea vocale è adeguatamente tornita. Come per la protagonista, il canto sfumato si dimostra una buona carta vincente ed è proprio nelle mezze voci che il tenore raggiunge il suo momento migliore. Frizzante la Lisette di Francesca Tassinari, di cui si loda, oltre alla sicurezza in acuto e al colore cristallino della voce, una bella eleganza nella resa scenica del personaggio. Meno valida la prova Alessandro Fantoni (Prunier) che deve fare i conti con una voce piccola – quando canta dalla parte più interna dell'enorme palcoscenico in sala arriva ben poco – e sforzata nella tessitura acuta. Completano il cast Sergio Bologna (Rambaldo), Giuseppe De Luca (Perichaud), Didier Pieri (Gobin), Davide Mura (Crebillon), Francesca Benitez (Yvette/Georgette/Un cantore), Marta Leung (Bianca/Gabriella), Marina Ogii (Suzy/Lolette), Loris Purpura (Un maggiordomo).

Insomma, l'uovo di rondine, seppur covato con materno desiderio, si è dimostrato mal fecondato. E se l'uovo non si schiude, non resta che fare una frittata.

foto Marcello Orselli