L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

Tradurre, tradire, tramandare

 di Roberta Pedrotti

 

Complesso, composito, problematico, Il flauto magico allestito da Graham Vick per l'inaugurazione del Macerata Opera Festival allo Sferisterio esplora le contraddizioni, le ambiguità di fondo e le utopie del Singspiel traducendole nella contemporaneità.

Leggi anche

Macerata, L'elisir d'amore, 21/07/2018

Macerata, La traviata, 22/07/2018

MACERATA, 20 luglio 2018 - Tradurre, certo, significa anche tradire, ma è l'unico modo per consegnare (tradere) e dunque far vivere un testo, un contenuto. Ogni opera d'arte (sì, anche figurativa...) non può esistere avulsa da un contesto e dalla percezione di chi la osserva, tanto più nella musica e nel teatro ogni esperienza diretta viene da un'interpretazione, che è anche una traduzione, un tradimento più o meno evidente, un passaggio. Per vivere l'opera deve rinnovarsi e ricrearsi di volta in volta, è nella sua natura, altrimenti anche il capolavoro si riduce ad accessorio decorativo, distrazione senz'anima.

Con questo spirito si può anche tornare a tradurre un libretto, pratica oramai desueta e non senza ragione in un XXI secolo globalizzato, perché riprendere Die Zauberflöte (anzi, Il flauto magico) in italiano rientra in un'operazione ben precisa, che scava a fondo nella natura del testo e lo rapporta ai giorni nostri. Ciò comporta la scelta necessaria di una strada fra le mille possibili e suggerite, o suggeribili, dal testo. Graham Vick non teme di scegliere e di osare, anche per vie scomode, perché, come sempre, ogni dettaglio del suo lavoro si fonda su una ferma consapevolezza di base. E, cioè, che il Singspiel è uno spettacolo popolare, in cui l'utopia, il simbolo, la fiaba si mescolano alla comicità immediata, allo scherzo, al quotidiano, all'attualità, in cui lo spettatore si deve sentire parte coinvolta, non necessariamente penetrando tutti i livelli allegorici ed esoterici del testo. È teatro della comunità, in cui la comunità agisce come un coro greco, ma non impettito in stasimi lirici, bensì interlocutorio, vivace, polemico, anche contraddittorio. La base della versione ritmica italiana di Fedele d'Amico si aggiorna, allora, con qualche limatura poetica ma, soprattutto, con una rivisitazione dei parlati che si accorda perfettamente con il concetto di tradurre e tradire per tramandare, e che rinnova la popolarità schietta del Singspiel, della fiaba, dell'apologo simbolico con commenti e interventi di un coro eterogeneo quanto coeso di un centinaio di cittadini di diverse provenienze. Proprio l'aspirazione utopistica del testo di Schikaneder e Mozart si trava tradotta e tramandata, dunque, in questa dimensione partecipativa, nel coinvolgimento di “cittadini del mondo” (sic in locandina) che non sono né devono essere teatranti di professione, ma divengono inevitabilmente elemento fondamentale di uno spettacolo di forti ambizioni sociali.

Che ciò avvenga proprio a Macerata ha un profondo valore simbolico in relazione ai tempi che stiamo vivendo, se si pensa che proprio in questa città, solo pochi mesi fa, un caso di cronaca nera che vedeva coinvolte persone di origine nigeriana ha scatenato un turbinìo di imbarazzanti reazioni razziste, culminate in quello che a tutt'oggi si può considerare l'unico episodio terroristico verificatosi nel nostro Paese in questo secolo: la folle azione di un militante di destra che ha sparato nella folla con l'unico movente del colore della pelle dei suoi bersagli. Proprio a Macerata, vedere Monostatos (detto “il moro”, ma nero più che altro perché abituato a indossare un passamontagna mefisto nelle sue vesti di caporale che, in tuta o in cravatta, vessa gli “schiavi”) che insidia una Pamina dall'aria decisamente infantile fra i commenti di diverso segno del popolo spettatore-attore è un momento di grande forza provocatoria. Anche perché non si rifugge dalle contraddizioni, le accuse e le giustificazioni si accavallano come le chiacchiere e i commenti che si intrecciano, spesso a sproposito, nei canali social, benché il fatto che sia proprio un gruppo di ragazzi di colore a rigettare più decisamente Monostatos e le sue azioni lascia uno spiraglio costruttivo di speranza. Perché Il flauto magico è un'opera di speranza, quand'anche forzosa, utopica, inafferrabile. Come tale viene vissuta, una fiaba simbolica in cui non manca la magia (il flauto è effettivamente miracoloso), ma che si immerge tuttavia nel mondo reale. Tant'è vero che i templi di Natura, Ragione e Sapienza sono sostituiti dal potere economico (che nasconde armi innescate ed è simboleggiato da un grattacielo con il simbolo dell'Euro), dai media e dalle nuove tecnologie (un tablet con il logo Apple) e dalle religioni (una chiesa simile a S. Pietro, dentro la quale si cela una Madonna imbavagliata). Il Tamino iniziando che espone le proprie certezze vaghe quanto incrollabili e viene messo in crisi dal Sacerdote che gli chiede prove, verifiche, onestà intellettuale di fronte all'emblema delle nostre comunicazioni sui social network non può non apparire come un'evidente, puntuta allusione alla propaganda via internet, alla diffusione di notizie false che deviano l'opinione pubblica. Insomma, si traduce la denuncia dell'oscurantismo di Mozart e Schikaneder ai giorni d'oggi, così come il drago mostruoso della prima scena prende le sembianze, eloquentissime per il pubblico italiano, di una ruspa che minaccia le tende e le baracche degli emarginati.

D'altro canto, com'è nella drammaturgia originale, non mancano le alternanze di registro, con un Papageno comicissimo fattorino di pollo fritto d'asporto che non disdegna di fumare un po' d'erba (e l'aria del secondo atto diventa spassosissima, giustificando fra una boccata e l'altra euforia, frenesia sessuale, fame chimica e, in seguito, anche la depressione suicida), oppure i tre fanciulli, ragazzi che si muovono in scooter ma all'occorrenza si presentano anche in veste di chierichetti. Viceversa le prove del fuoco e dell'acqua appaiono simboliche e drammatiche. Nel primo caso, il tablet svela un albero rinsecchito, l'albero antico da cui il padre di Pamina aveva intagliato il flauto, l'albero del Bene e del Male nel giardino dell'Eden, un residuo di purezza in un mondo contaminato in cui testate nucleari sono pronte a esplodere, una mela autentica in luogo di quella celeberrima virtuale che, come il biblico frutto della Conoscenza, verrà morsa dai due giovani iniziandi senza, tuttavia, conseguenze catastrofiche, bensì conquistando nuova consapevolezza. Una consapevolezza che porta a immergersi nell'acqua, un oceano di persone che vediamo poi scivolare esanimi al suolo. Un'immagine fin troppo attuale e che divide ormai, al di là delle ideologie, le persone che hanno serbato la loro umanità da coloro che l'hanno persa e ne fanno quasi motivo di orgoglio. Il flauto magico, tuttavia, è una fiaba, un apologo di speranza, anche ingenua magari, che infatti si conclude in gloria fra danze ironiche e scatenate e fuochi artificiali, dopo il crollo degli idoli del denaro, dei media, delle religioni come strumento di potere, delle maschere degli autentici drammi delle guerre, delle devastazioni culturali e naturali, delle discriminazioni. Il finale apparirà sopra le righe, ma anche necessario e inevitabile dopo il grumo di contraddizioni che si era sviluppato fino a questo momento: l'ottimismo del trionfo della luce non può essere rinnegato, e allora lo si celebra a tinte forti, surreali, perché resti l'inquietudine dei problemi ancora irrisolti nell'aggrapparsi a un'esplosiva festa di speranza. Preti, rabbini, imam, soldati, migranti, operai, dirigenti in doppio petto: tutti a ballare senza un perché, ma tutti insieme. Una scelta giocosa, che, ancora una volta, traduce, tradisce, tramanda lo spirito del Singspiel, solenne, intellettuale e popolano.

In questo mastodontico organismo teatrale e sociale che riflette anche i contrasti, le contraddizioni, le disuguaglianze del testo originale, ogni personaggio è carico di ambiguità, è in cerca di qualcosa che forse non troverà mai e risulta sbalzato a meraviglia. Lo sono i citati fanciulli (Ilenia Silvestrelli, Caterina Piergiacomi, Emanuele Saltari, che, tuttavia, non rientrano vocalmente nei casi che ci fanno sentire orgogliosi delle nostre voci bianche senza rimpianger quelle transalpine), lo sono le tre Dame, stupendamente metamorfiche: maschili, infagottate in tute da lavoro; sexy in vesti succinte o in aderenti lamé dall'aria mercenaria; ammiccanti in clergyman e tacchi rossi o in tailleur e altissime scarpette d'argento. Sono Lucrezia Drei, Eleonora Cilli e Adriana Di Paola, ben distinte nel timbro. Marcell Bakonyi, con la sua pronuncia esotica, è un autorevole oratore, così come assolvono bene al loro compito nei panni degli armigeri e del sacerdote Marco Miglietta e Seung Pil Choi. Davvero spassosa, poi, la Papagena di Paola Leonci, che si presenta come vecchietta borderline che vive in un cassonetto per la raccolta differenziata. Antonio Di Matteo tradisce un po' di emozione come attore nelle orazioni di Sarastro, ma la voce è quella giusta, e anche la presenza scenica. Manuel Pierattelli caratterizza a dovere un Monostatos bieco che non scade mai nella macchietta, mentre Tetiana Zhuravel, non agevolata evidentemente dagli spazi aperti, è un'Astrifiammante di gran fascino, una manipolatrice che, prima di trovare pentimento e perdono, si muove nei bassifondi sfruttando spregiudicatamente la sensualità, ma che sembra imprigionare la figlia in vesti infantili prima di imporle una sessualità repentina e precoce. È bravissima, difatti, Valentina Mastrangelo nel caratterizzare prima un canto ingenuo e bamboleggiante, poi un fare spudoratamente seduttivo, come un'adolescente che voglia bruciare le tappe e lo fa calcando i toni in modo anche un po' goffo, finché i primi dolori amorosi non l'aiuteranno a crescere davvero e a diventare veramente il motore dell'iniziazione della coppia verso l'utopia di un mondo migliore. L'aria del secondo atto, allora, appare come un'aria di seduzione deliberata dall'insicurezza, mentre la scena con i tre fanciulli si ammanta di una sincerità risolutiva. Il suo contraltare, Giovanni Sala, è un Tamino dal canto gradevole e dalla spigliata, convinta partecipazione scenica: un principe che ama mescolarsi ai poveri, o un povero che s'illude di essere principe, ma, in ogni caso, un giovane idealista che saprà mettersi in discussione nel suo percorso. Viceversa, Guido Loconsolo, vocalmente più a fuoco che in altre occasioni, è un Papageno simpaticamente terreno, un bravo giovanotto impetuoso, franco e istintivo, anche lui sulla strada di un mondo migliore, ma anche sarcastico e scanzonato, sempre, ostinatamente pronto alla battuta. Preparato da Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina il coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini fa buona figura anche quando si mescola, per un paio di interventi, al pubblico coinvolto e istruito da Tamino/Giovanni Sala prima dell'inizio del secondo atto.

Bene anche l'Orchestra Regionale delle Marche, per quanto l'organico mozartiano in questo spazio risulti un po' sacrificato quanto a presenza sonora. Lo stesso maestro Daniel Cohen, sul podio, sembra imboccare decisamente la via della morbidezza, quando forse qualche scatto dinamico e coloristico in più, qualche accento più marcato avrebbe potuto giovare all'insieme. Ne è un esempio la sinfonia: l'idea di farla iniziare senza il silenzio e gli applausi di benvenuto di rito è ottima perché rievoca la funzione introduttiva del pezzo, il suo richiamare l'attenzione della sala sullo spettacolo che va a incominciare, tanto più che i triplici, ieratici accordi che aprono l'assemblea massonica suonano perfetti in tal senso. Tuttavia, proprio per questo, una verve più perentoria avrebbe reso ancor più efficace la scelta.

Al termine, cantanti e direttore sono applauditi, mentre piovono numerose disapprovazioni (punteggiate, ad ogni modo, anche da vivaci consensi) sugli artefici della parte teatrale: Vick, Stefano Simone Pintor che ha collaborato alla stesura dei dialoghi, Stuart Nunn, scenografo e costumista, Ron Howell, responsabile dei movimenti mimici, e Giuseppe Di Iorio, luci. Il teatro è anche questo, soprattutto il teatro che non cerca compromessi. Tutto quel che è decorativo e rassicurante non crea divisioni e dibattiti, al massimo annoia. Quando si traduce, anche a costo di tradire, per tramandare, invece, si assumono dei rischi e siamo felici che vi sia ancora chi ha il coraggio di farlo.