L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La rivoluzione disillusa

 di Giuseppe Guggino

Una ripresa un po’ sbiadita di Andrea Chénier al Teatro Bellini di Catania si salva grazie ad una prova di rilievo dei complessi di casa guidati con mano ferma da Antonio Pirolli.

Catania, 2 novembre 2018 - Rinviata per qualche mese la nuova produzione di Andrea Chénier - a causa delle note criticità economiche che affliggono l’Ente lirico catanese, nonostante i propositi di rilancio dell’attuale gestione, operativa ormai da un triennio - approda finalmente quasi a fine stagione il titolo di Umberto Giordano affidato alle cure registiche di Giandomenico Vaccari; che opera nel solco della tradizione, però con qualche sottolineatura didascalica di troppo e non poche ingenuità nella gestione delle masse in scena – cosa non di poco conto, per un “dramma di ambiente storico”, ricorrendo a una scena spoglia e costumi di corretto impianto d'epoca. Non già una nuova produzione, a dire il vero, ma – con l’ineleganza dell’omissione in locandina – il ripescaggio di alcuni elementi scenici (una gigantesca statua di Marat nel secondo quadro e alcuni finestroni nell’ultimo) dalla produzione di una decina d’anni fa, firmata da Maurizio Balò per le scene e da Giovanna Buzzi per i costumi (regia allora di Federico Tiezzi).

È il Gérard del giovane Francesco Verna, balzato in primo cast per la defezione del titolare, a mettersi in luce, rendendo le aspirazioni per la rivoluzione – poi disilluse – con corretta impostazione e varietà di accenti, che si gioverebbero di un’arte scenica più smaliziata. Amarilli Nizza affronta Maddalena di Coigny con voce timbricamente ingrata e non senza disomogeneità nella tessitura, centrando comunque i pochi momenti significativi di un personaggio in fin dei conti poco sviluppato nell’economia globale dell’opera. Specularmente Hovhannes Ayzayan, impegnato nel ruolo eponimo, esordisce con buon volume e l’innegabile esuberanza di una voce scura che riporta alla memoria il giovane José Cura, che pare però esaurire la spinta propulsiva tanto nell’improvviso quanto nella difesa del terzo quadro o nel dì di maggio, scivolati nella fiacchezza – quando non proprio nel silenzio – di una sala con parecchi vuoti fra palchi e platea.

Va da sé che un dramma storico esige numerosi comprimari di lusso, mentre il comparto chiamato è assai vario, a partire dall’affidabilità di Lorena Scarlata (Contessa e Madelon) e Saverio Pugliese (Abate e Incredibile), scendendo poi con Sonia Fortunato (Bersi), Enrico Marchesini (Roucher), Gianluca Failla (Fouqier e Maestro di casa), Carlo Cecchi (Fléville, Schmidt, Dumas), fino al Mathieu parlante di Alessandro Busi.

Ha un bel da fare Antonio Pirolli in buca che per tutto il primo quadro pare più preoccupato di salvaguardare gli equilibri con la scena, senza debordare anzi indugiando su dettagli d’orchestrazione sovente poco valorizzati, salvo poi saper liberare con slancio il potenziale di un’orchestra in buona forma e un coro che con Luigi Petrozziello pare aver ritrovato una guida sicura. Complessi capaci di salvare una serata dalla noia, che meriterebbero – una volta per tutte – una vera rivoluzione, non disillusa, come quella del povero Gérard.


 

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