L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Mimì, tu più non torni

 di Andrea R. G. Pedrotti

Faticosamente approdata sulla scena del Teatro Filarmonico dopo agitazioni sindacali e difficoltà di programmazione, La bohème delude le aspettative. In un quadro artistico poco confortante si apprezzano soprattutto i due baritoni: Davide Luciano (Marcello) e Biagio Pizzuti (Schaunard).

VERONA, 23 dicembre 2018 - Per l’anteprima della stagione 2019 della Fondazione lirica Arena di Verona (rammentiamo che l’inaugurazione sarà con Don Giovanni a gennaio), al teatro Filarmonico è andata in scena La bohème di Giacomo Puccini. L’atmosfera che si respirava nella Patria di Romeo e Giulietta era ideale per il titolo, antivigilia di Natale e cieli bigi compresi.

Non ci si poteva aspettare uno spettacolo che potesse vantare, per oggettivi problemi di programmazione e di scioperi che hanno causato la cancellazione delle prime due recite, una congrua quantità di prove e, quindi, una resa ineccepibile. La situazione in cui versa la Fondazione lirica - e non solo quella veronese - nota, tuttavia si poteva e si doveva far meglio. Valga come esempio, il buon risultato della recente Bohème palermitana, di cui abbiamo apprezzato la seconda compagnia [leggi la recensione], in un contesto parimenti non facile.

Cominciamo dal cast, dunque, a partire dalla disastrosa Mimì di Maria Mudryak. Il soprano dimostra di possedere un buon mezzo vocale, ma, parimenti, denuncia gravi mancanze tecniche. L’intonazione è precaria, l’emissione fissa e i centri gonfiati artificiosamente, a grave discapito degli altri registri. È sconcertante l’insistente ricorsività nell’errare gli attacchi e i fiati chiaramente scritti da Puccini, dando l’idea, rafforzata da alcuni errori palesi errori nel testo cantato, di uno studio assai approssimativo. A tutto questo si assomma una disarmante analgesia espressiva in un fraseggio, insufficiente nei primi due atti, pessimo in un terzo atto, caratterizzato dall’esecuzione di un “Donde lieta” che può ben definirsi iconico della prestazione della Mudryak.

Discorso simile per il Rodolfo di Oreste Cosimo, il quale palesa una maggior conoscenza del testo musicale pucciniano, ma un mezzo vocale dalla natura assai meno felice. La buona volontà è, senza dubbio, lodevole, ma minata da diffuse difficoltà nella gestione dei fiati e nel passaggio all'acuto; infatti manca all'appuntamento con il Do in “Che gelida manina”. Purtroppo anche il solfeggio risulta assai approssimativo, specialmente in principio del quarto atto, nel corso della meravigliosa pagina “In un coupé”. Scenicamente palesa ben poco carisma.

Valentina Mastrangelo (Musetta) si dimostra buona musicista e attrice spigliata. Peccato che i registri risultino assai poco omogenei. Il soprano manca nell’appoggio dei gravi, scadendo sovente nel parlato, l’acuto non è luminoso e il colore diventa aspro, a differenza di quanto è possibile ascoltare in un ben più pastoso registro centrale. La gestione dei fiati è discreta e i filati nel walzer sono solo accennati, ma ben timbrati.

Per fortuna Davide Luciano regala al pubblico veronese un ottimo Marcello. La prova del baritono è in crescendo nel corso della serata; più prudente nel primo quadro (ricordiamo che era al debutto al Filarmonico) e pienamente convincente nel prosieguo dell’opera. La tecnica è precisa, bello il timbro e i registri omogenei. Per la resa espressiva e scenica sicuramente si dimostra il migliore assoluto del pomeriggio.

Accanto a lui troviamo l’altrettanto ottimo Schaunard di Biagio Pizzuti, dotato di bella voce e tecnica affinata.

Romano dal Zovo è un buon Colline, peccato per l’esecuzione fin troppo interlocutoria di “Vecchia zimarra”.

Completavano il casto lo squillante Parpignol di Gregory Bonfatti, mentre Nicolò Rigano (Sergente dei doganieri) e Valentino Perera (Doganiere).

Francesco Ivan Ciampa, alla guida dei complessi scaligeri, concerta correttamente il primo atto, fatta salva qualche eccessiva accelerazione disomogenea rispetto alla coerenza dei tempi indicati in partitura. Purtroppo il direttore campano perde progressivamente il controllo dell’organico; prima in un ingresso del coro assai pasticciato nel secondo atto e con un totale squilibrio delle sezioni orchestrali nel terzo quadro (gli archi) e nel terzo (i legni). Le dinamiche risultano fin troppo appiattite, variando esclusivamente dal mezzo-forte al forte, senza ulteriori sfumature.

Il coro della Fondazione Arena (diretto da Vito Lombardi), fatto salvo l’errore (non suo, ma della buca) all’inizio del secondo quadro, si dimostra sui buoni livelli di sempre, con lode particolare per le voci bianche A.LI.VE. dirette da Paolo Facincani.

La regia era quella storica di Giuseppe Patroni Griffi, ripresa da Stefano Trespidi (anche vicedirettore artistico della Fondazione), ma perde lo smalto che ne vide l’esordio ventidue anni fa al Teatro Regio di Torino, con protagonisti Luciano Pavarotti e Mirella Freni. Primo e quarto quadro sono narrati secondo la più consolidata delle tradizioni, al pari di un secondo quadro caratterizzato da una poco curata distribuzione delle masse artistiche. Non funziona il terzo, con la lieve nevicata che diviene tormenta, un fondale montato senza perizia e un telo, per raccogliere i fiocchi che si stacca platealmente dal terreno, costringendo Davide Luciano a un fulmineo restauro, al fine di preservare l’incolumità dei colleghi che avrebbero potuto rischiare assai spiacevoli capitomboli.

Le scene, anch’esse provenienti dal Regio di Torino, erano di Aldo Terlizzi Patroni Griffi, mentre i costumi utilizzati erano dei magazzini della Fondazione Arena. D’altra parte l’uso del riciclo è comune nelle Fondazioni di tutta Europa, che attingono ampiamente ai loro immensi depositi per le numerose produzioni, perché dovrebbe essere disdicevole farlo a Verona?

Al termine grandi applausi da parte di un pubblico che, purtroppo, dimostra di conoscere ben poco l’opera di Puccini, con numerosi applausi a coprire le code orchestrali, un insistente squillare di suonerie di cellulari e flash. Può andar bene per le estati areniane, ma, in un teatro al chiuso (che sicuramente dovrebbe avere aspirazioni artistiche più alte), un comportamento meno inurbano sarebbe consigliabile.

foto Ennevi