L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Autunno verdiano

 di Alberto Spano

Verdi la fa da padrone fra le programmazioni autunnali e le scelte inaugurali delle stagioni dei teatri italiani. A Ravenna Cristina Mazzavillani Muti mette in scena una riuscita trilogia composta da Nabucco, Rigoletto e Otello.

Ancora Verdi, fortissimamente Verdi. Con opere di Verdi si inaugurano le stagioni della Fenice [Macbeth: leggi la recensione], dell’Opera di Roma [Rigoletto: leggi la recensione], della Scala [Attila: leggi la recensione], del Teatro Comunale di Bologna, del Teatro Regio di Torino [Il trovatore:leggi la recensione], un’opera di Verdi (Simon Boccanegra: leggi la recensione) è andata in scena al neonato Teatro Galli di Rimini con Gergiev e i complessi di San Pietroburgo, di Verdi si scopre essere l’opera più rappresentata al mondo da un recente sondaggio (La traviata), con le opere di Verdi si cementano le stagioni dei maggiori e minori teatri del mondo. Insomma: “Meno grigi, più Verdi”, titolo di un recente libro di studi e riflessioni sulle opere di Verdi di Alberto Mattioli, pare dettar legge.

Non poteva mancare all’appello la costola autunnale del Ravenna Festival al Teatro Alighieri, ancora una volta affidata alle cure registiche di Cristina Mazzavillani Muti, dopo alcuni felici precedenti in campi belliniani e contemporanei. Ecco dunque una nuova “Trilogia Verdiana d’Autunno”, Nabucco-Rigoletto-Otello dal 23 novembre al 2 dicembre, nove recite complessive andate esaurite, tre messe in scena in tre giorni consecutivi, con l’ottima formula che permette di assistere alle opere un giorno dopo l’altro per tre volte consecutive, favorendo il turismo culturale in un periodo abbastanza tranquillo, con cast omogenei, un unico impianto scenografico e differenziazioni registiche attraverso l’uso intelligente e sistematico di luci e proiezioni d’avanguardia.

“Perché Verdi? Ancora una volta Verdi?” si chiede Cristina Mazzavillani all’interno del programma di sala. “Ma perché non basta mai! – si risponde - Più affondi le mani nel suo teatro e più ti accorgi della grandezza o, meglio, della compiutezza della sua scrittura. Perché continuando a mettere a confronto Verdi con Verdi, scopri che la sua linfa creativa si rinnova continuamente, che non c’è mai ripetizione. E che ogni sua opera è il segno e il frutto di un determinato periodo storico, di un particolare momento della sua vita”.

RAVENNA, 23 novembre 2018 - Detto ciò l’impronta registica di Cristina Mazzavillani ha sempre mano libera, cioè possiede una sua firma netta ed evidente, aliena da scuole o mode, da influenze o storie passate. Suscita quasi commozione in noi spettatori il fatto che un’artista, un’ex cantante lirica, una forte personalità del teatro e della cultura per decenni al centro del mondo musicale quale è Cristina Mazzavillani Muti, al momento di mettersi in gioco in una regia, lo faccia in modo così autentico, originale e sincero. Si prenda ad esempio questo nuovo Nabucco che apre la trilogia: Mazzavillani ci si tuffa con candore quasi fanciullesco, allestendo una serie di gigantesche figurine Liebig in carne, ossa, vestiti e oggetti con felice e quasi zeffirelliana esuberanza visiva, sull’impianto fisso di una bella scalinata da lei stessa ideata, con costumi e orpelli sfarzosi firmati da Alessandro Lai, in efficaci “quadri viventi” (le figurine Liebig, appunto) che colpiscono l’occhio del pubblico senza ammiccamenti o seconde letture, ma con disarmante coraggio espressivo. I personaggi si muovono e vivono questi enormi scalini con virtuosistiche evoluzioni (non senza qualche isolato impaccio), ognuno facendo forza sulla propria “arte scenica”, senza imposizioni registiche particolari. Il racconto è però assai ben svolto, trama, musica e libretto sono scolpiti con riusciti effetti spettacolari. Vincent Longuemare (light designer) e Davide Broccoli (visual designer sulle immagini e le foto scelte da Paolo Miccichè) realizzano perfettamente i desiderata registici, con eccellente resa espressiva. E sono alcune citazioni bibliche dal libretto proiettate in apertura a condurre il discorso. Il profondo istinto didascalico, la quasi ansia di rendere tutto intelligibile anche ad un primo approccio con l’opera, sortisce immediate soddisfazioni: l’impatto drammaturgico è netto e spesso violento. Nella gran macchina mazzavillaniana del Nabucco incontriamo così un perfetto Zaccaria (il giovane e promettente Evgeny Stavinski, dalla tecnica quasi immacolata e dal timbro malioso, un’altrettanto efficace Abigaille da parte di una temperamentosa Alessadra Gioia, dalla voce potente e dalla forte personalità; da un Nabucco (Serban Vasile) sicuramente bravo, di qualità, ma ancora un po’ lontano da una piena immedesimazione nel personaggio, e da un buon Ismaele (Riccardo Rados), una radiosa Fenena (Lucyna Jarzabek), un garbato Giacomo Leone quale Abdallo, un’efficace Renata Campanella nei panni di Anna e un buon Ion Stancu come Gran Sacerdote di Belo. Spiazzante, discutibile, ma con un suo senso, l’uso di un audio iniziale prima di ogni atto, un borbottio, un gargarismo elettronico, quasi un “brodo primordiale” sonoro da cui tutto il dramma musicale prende corpo: è un abbastanza innocuo vezzo registico che non si sa se definire snob o ingenuo: ma è perdonabile, dopo l’iniziale sconcerto.

Sul podio era atteso Pietro Borgonovo, il virtuoso di oboe e direttore specialista nel contemporaneo. Si è ammalato improvvisamente ed è stato sostituito in extremis da Alessandro Benigni, maestro dalle idee chiare e sensate, che salva lo spettacolo, lascia cantare i cantanti sorvegliando benissimo l’assieme, in buca l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini. Esemplare l’apporto di “comparse” iperqualificate quali i dieci “DanzActori” Alessandro Bartolini, Martina Cicogani, Francesca De Lorenzi, Ivan Gessaroli, Onico Giannetta, Mirco Guerrini, Giorgia Massaro, Martina Mattarozzi, Chiara Nicastro e Lorenzo Felice Tassiello, con un plauso speciale al mimo Ivan Merlo nei panni di un Levita, quasi sempre e ossessivamente in scena. Bene l’apporto del Coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini diretto da Martino Faggiani: buona tenuta e compattezza si sono ascoltati nel “Va’, pensiero”, visivamente immerso in una nobilissima nebbia, solo a tratti interrotta da strazianti immagini di un campo di concentramento nazista. Infine una divertita nota di merito per la disciplina del serpente boa Apophis, impartita dalla sua istruttrice/proprietaria, l’imperdibile (per via degli esorbitanti tatuaggi esibiti) Jessica Zanardi, nella grande scena della reggia.

RAVENNA, 28 novembre 2018 - Nel Rigoletto (nuova produzione), ascoltato nella prima replica il 28 novembre, il giovane tenore Giuseppe Tommaso (il Cassio nella produzione di Otello) sostituisce all’ultimo il malato Giordano Lucà: egli è un Duca di Mantova con la voce giusta, ma è molto nervoso, nell’occasione assai poco musicale e ampiamente inadeguato. Buona la prova di Andrea Borghini, un Rigoletto piuttosto truce, ma di carattere, ottima quella di Venera Protasova, una Gilda efficace, dalla particolare vocalità un po’ antica e bamboleggiante, alla Deanna Durbin, ma perfettamente in parte. Ottimi lo Sparafucile di Antonio Di Matteo e la sensuale ma elegante (forse troppo?) Maddalena di Daniela Pini, elementi di interesse (comprese una o due sorprese) fra i ruoli minori: Cecilia Bernini, Giulio Boschetti, Paolo Gatti, Giacomo Leone, Adriano Di Bella, Giulia Mattarella e Vittorio Magnarello. L’ansia didascalica registica che connotava Nabucco è qui meno forte, lo sguardo è depurato dagli orpelli, il racconto è pulito e semplice, è una Mantova riconoscibile, con splendide riproduzioni di affreschi di Palazzo Ducale e di Palazzo Te, con luci sfolgoranti ed eleganti contrasti. La figura del leone (elemento figurativo simbolico trait d’union fra le tre opere) è stavolta tratta dallo stemma dei Gonzaga: lo si esalta in tanti particolari, proiettati o no, in primis nello splendido trono. Dal Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” Martino Faggiani stavolta cava sonorità quasi inquietanti, mentre il trentenne iraniano Hossein Pishkar (proveniente dall’Italian Opera Academy di Riccardo Muti) disegna una drammaturgia musicale stringente e non usuale, trovando buoni impasti orchestrali, ma sincronismi buca-palcoscenico spesso perfettibili.

RAVENNA, 25 novembre 2018 - Infine Otello, allestimento del 2017, estremamente stilizzato, chiaroscurato e veramente lussuoso nel concept. Qui le luci raffinate e virtuosistiche di Vincent Longuemare fanno la differenza, il racconto vira tutto sull’esaltazione della forza maschia e retta di Otello e sull’obliquità di Iago. I personaggi sono ben delineati, i contrasti visivi sono fortissimi, come sbalzati in faccia allo spettatore. E nel caso di questo Otello, autentico gioiello produttivo che speriamo venga ripreso da altri grandi teatri (oltre al già previsto Teatro del Giglio di Lucca), giova particolarmente la felice mano direttoriale di Nicola Paszkowski, il quale riesce a galvanizzare l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, qui finalmente scintillante, elastica, dal suono brillante, piena di respiri e di colori. Come se fosse stata aperta una finestra e improvvisamente si fosse cambiata l’aria. Ottima la prova del georgiano Mikheil Sheshaberidze, un Otello attorialmente perfetto, giovane, aitante, esuberante, credibile, vocalmente a suo agio nell’impervia prova, dalla voce e dalla tecnica di primo livello, particolarmente in sintonia con la visione drammatica stretta di Paszkowski. Accanto a lui assai bene Luca Micheletti, che delinea uno Jago abbondantemente odioso e moderno, e Giuseppe Tommaso (un Cassio fresco e giustamente fesso). Solo discreti nelle parti minori Giacomo Leone, Ion Stancu, Paolo Gatti, Andrea Pistolesi e Antonella Carpenito. Felicissima prestazione, infine, quella di Elisa Balbo, una Desdemona fremente ed espressiva in vita, credibilissima in punto di morte, con pianissimi da brivido, voce sopranile lirica dalle mille screziature, attrice consumata e docile. Piace ricordare l’essenzialità e la crudezza della regia di Cristina Mazzavillani nell’ultima scena, con finezze di particolari, di movimenti, di messe a fuoco di luci si direbbe ideali. Un Verdi grande e geniale, splendidamente realizzato e giustamente onorato da un successo intensissimo e profondo.

foto Zani Casadio