L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Noli me tangere

 di Roberta Pedrotti

A inaugurare la stagione 2019 del Teatro Comunale di Bologna, Il trovatore secondo Bob Wilson, nell'allestimento coprodotto con il Festival Verdi. Dalla versione parigina vista a Parma a questa italiana declinata sempre secondo l'idioma dell'artista texano, le perplessità aumentano, né si accende la parte musicale affidata a Pinchas Steinberg.

Leggi anche la recensione dello spettacolo a Parma nella versione francese: Parma, Le trouvère, 04/10/2018

Leggi anche la recensione del secondo cast a Bologna: Bologna, Il trovatore, 23/01/2019

BOLOGNA, 22 gennaio 2019 - Non possiamo dirci sorpresi: è da un buon mezzo secolo che Bob Wilson proclama il rigore della sua concezione estetica essenziale, irrealistica, rituale, codificata all'estremo nei gesti, del tutto autosufficiente. Non ci sorprende che cerchi la fusione con una forma d'arte complessa e irrealistica come l'opera, né che tale fusione risulti problematica proprio per la collisione fra codici e scansioni temporali non facilmente sovrapponibili. Non ci sorprende l'effetto déjà vu costante anche rispetto ad altri titoli e proprio il ritrovare, a distanza di pochi mesi, un allestimento in coproduzione ma, si badi bene, per due versioni differenti della stessa opera, pone l'accento su una questione fondamentale come quella del rapporto di Wilson con il testo. Le trouvère dato a Parma in ottobre non è Il trovatore eseguito oggi a Bologna, non si tratta della semplice traduzione meccanica del testo con l'inserimento dei ballabili e qualche variante per l'Opéra di Parigi, ma di una revisione capillare della strumentazione e della prosodia musicale. Per entrambi, però, abbiamo sostanzialmente le stesse immagini, gli stessi gesti, le stesse luci, anche se non corrispondono alle medesime parole, a un'articolazione esattamente sovrapponibile.

I ballabili parigini a Parma erano accompagnati da un allenamento pugilistico totalmente avulso dal contesto; tuttavia anche a Bologna Wilson non vuole rinunciare a questo ciclo ossessivo di corse e scontri e lo trasforma in una pantomima che precede l'inizio del terzo atto con la sola scansione ritmica delle percussioni. Resta, però, una frattura non saldata fra “Squilli, echeggi la tromba guerriera” e l'ingresso del conte (là dove, cioè, risuonerebbero le danze), una pausa che dà l'impressione sgradevole di un taglia-e-cuci imbastito ma non rifinito fra rigidi blocchi a sé stanti. In effetti Wilson sembra sempre proseguire per la sua strada – con una coerenza per certi versi lodevole, ma che si vorrebbe accompagnata anche da un lavoro specifico sul testo, ridotto invece al solito repertorio di libere associazioni personali in ambiente asettico e bidimensionale. La rielaborazione francese poteva ammettere anche una visione più onirica, ma con il testo italiano – fitto anche di indicazioni spaziali, più fisico e sanguigno – questa visione teatrale non trova punti di contatto, nemmeno per contrasto. Può incappare in qualche suggestione visiva, ma espone tutta la fragilità della sua personalissima, e rigidissima, drammaturgia. Né la sostiene il nerbo di una lettura musicale che non può contare sulle peculiarità della rara riscrittura francese, né su interpretazione particolarmente elettrizzante ed ispirata da parte del concertatore. Pinchas Steinberg è un buon direttore, esperto, non stringe fuori luogo i tempi, conosce la differenza fra variazioni di agogica e di dinamica, lavora di fino sull'articolazione strumentale, ma si muove con eccessivo riserbo, senza abbandonarsi a involi lunari né accendere le passioni che pur dovrebbero vibrare anche – e forse ancor più – in una scena così statica ed essenziale. Censurabile, poi, è l'abbondante ricorso a tagli di tradizione nelle riprese, un'alterazione della fisionomia dei numeri musicali che oggi come oggi un approccio consapevole non può giustificare se non come estrema risorsa in casi d'emergenza (e, se a Torino, due mesi fa, Steinberg ha operato scelte simillime, forse di eccezione non si può proprio parlare: leggi Torino, Il trovatore, 10/10/2018 e Torino, Il trovatore, 12/10/2018)

Certo, per quanto il successo abbia salutato tutti gli interpreti e gli artefici dello spettacolo, fatta salva una comprensibile rimostranza per i tagli, nemmeno il cast desta incondizionati entusiasmi. Dalle recite parmigiane ritroviamo Nino Surguladze e abbiamo la conferma che l'Azucena francese le si confaccia maggiormente: la drammaticità insita nella strumentazione e nell'articolazione italiana nel testo non l'aiutano e alcuni acuti soprattutto suonano un po' duri, benché la parte sia gestita con disinvoltura e imponga la confidenza acquisita con lo spirito wilsoniano. Antica conoscenza bolognese è, poi, il soprano Guanqun Yu, che, prima di intraprendere una carriera internazionale fra New York, Zurigo e Monaco di Baviera, proprio con la Scuola dell'Opera del Comunale mosse i primi passi fino a debuttare come Leonora in un Trovatore a Busseto in collaborazione con il Festival Verdi, Michele Mariotti sul podio. Allora l'approccio apparve ancora un po' acerbo ma promettente; oggi il soprano cinese mostra comprensibilmente più sicurezza e spiace solo che il vibrato stretto riveli qualche problema nella salita all'acuto, che tende ad aprirsi e perdere di qualità. La sua voce lirica di buona qualità mostra allora qualche tensione in più nella grande scena del quarto atto.

Riccardo Massi avrebbe materiale interessante, e potrebbe essere un pregevole Manrico; purtroppo la tendenza – invero assai fastidiosa – a trasformare quasi tutte le vocali in È e O denuncia un'organizzazione tecnica non ottimale, tale da costringerlo a ricorrere a questi espedienti per regolare l'emissione, che non risulta sempre morbida e duttile come la parte esigerebbe.

Anche Vasily Ladyuk, previsto nella seconda compagnia e subentrato alla serata inaugurale per indisposizione del previsto Dario Solari, bisticcia un po' troppo con i fonemi italiani secondo convenienza, si lascia sfuggire qualche intemperanza di solfeggio (e una corona con puntatura non proprio elegantissima su “Leonora è mia”), ma la voce appare comunque salda e adeguata alla parte.

Marco Spotti torna al Ferrando italiano dopo il Fernand parmigiano, con qualche durezza in più, ma con una presenza sempre adeguata. Confermati anche Tonia Langella, Ines dal timbro torvo, e Nicolò Donini, vecchio zingaro, mentre Cristiano Olivieri è Ruiz. Tutti, con i vari attori e figuranti, sono accolti con applausi dal pubblico della prima, che riserva il suo calore per Guanqun Yu, ma non incrina in nessun caso la sua approvazione complessiva.

foto Julie Jansch