L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il cor rubello d’Isotta intenerì

 di  Andrea R. G. Pedrotti

Nella ripresa dell'intramontabile produzione di Otto Schenk concertata da Marco Armiliato, spicca l'Adina di Andrea Carroll, caratterizzata con rara sensibilità.

VIENNA, 5 marzo 2019 - Frequentare la Wiener Staatsoper è sempre un piacere, non solo per le qualità musicali espresse, ma anche per la perfetta organizzazione che consente di godere solo del lato artistico. In questo il teatro nazionale viennese resta, senz’ombra di dubbio, una delle prime istituzioni al mondo. Persino sugli schienali delle poltrone, nei comandi di un piccolo tablet da utilizzare, qualora se ne abbia il desiderio, per leggere il libretto durante l’opera, viene scandito un preciso conto alla rovescia a precedere lo spegnimento delle luci, il rituale annuncio per i cellulari e l’ingresso del direttore d’orchestra.

Ovviamente tale accuratezza nel rispetto degli orari favorisce anche il lavoro di masse artistiche, costrette dalla bulimia musicale del pubblico locale a ritmi impensabili in qualsiasi altra città del mondo.

Nella serata del 5 marzo ’19, abbiamo assistito a una fra le più fortunate produzioni del repertorio della Wiener Staatsoper, L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti. In Italia si fa un gran discutere di regie, con una distinzione qualunquista e assai pressapochista che massimalizza il giudizio di brutto per tutto ciò che è moderno e di bello per tutto ciò che è tradizionale, ma nel senso di abitudine a ciò che si è già visto in passato, o che ci si aspetterebbe di vedere, secondo una propria, discutibile, visione iconografica, priva di qualsiasi sensata motivazione culturale o razionale.

Se Otto Schenk ha monopolizzato, con merito, buona parte delle Premieren della Wiener Staatsoper, non è perché rispetta l’epoca indicata nel libretto, ma perché è un regista che conosce il teatro e non si accontenta si porre alcuni abiti vintage, che, da soli, dovrebbero costituire la cosiddetta "corretta rappresentazione". Nella produzione di Schenk ogni particolare è curato minuziosamente e solo assistendo a un suo lavoro dal vivo ci si può rendere conto di quanto il regista viennese perda in una registrazione video. Infatti una delle sue massime qualità (e l’avevamo già sottolineato in Der Rosenkavalier alla Bayerische Staatsoper - leggi la recensione) è l’utilizzo delle luci. L’elisir d’amore è qui spettacolo di repertorio, ma la libertà concessa agli artisti è relativa all’interpretazione musicale e a piccoli dettagli della recitazione. Per il resto le porzioni di palcoscenico da occupare sono ferree, perché consentono di esaltare i rispettivi stati d’animo con la differente luminosità: penombra nei momenti in cui sia il dialogo interiore a prevalere, isolando il cantante impegnato, quasi si alienasse dall’azione complessiva, maggior luminosità nell’interazione. Anche il susseguirsi delle ore nella giornata è palese, sempre con un sapiente movimento dell’illuminazione a rendere sia l’albeggiare, sia l’imbrunire. Nel suo complesso lo spettacolo è assai noto al grande pubblico e non vale la pena dilungarsi troppo sulla descrizione dell’impianto scenico (fisso), ma era necessario sottolinearne almeno una delle qualità invisibili all’occhio della telecamera.

Passando ora ai protagonisti, anche senza tenere in considerazione che il sottoscritto non abbia mai fatto mistero della propria predilezione (anche musicale) per le interpreti femminili, è innegabile che a primeggiare sulla compagnia sia stata l’Adina di Andrea Carroll. A contribuire al successo personale del soprano americano è stata l’originale lettura del personaggio. La giovane fittavola non è più una figura sadica e irridente nei confronti di Nemorino, ma malinconica, insicura e fintamente frivola. Nelle parole “Ama altrove, è a te concesso” si avverte quasi un timore, come se lei fosse già consapevole dell’affetto verso il giovane. Nel momento più struggente dell’opera, cioè la preghiera di Nemorino “Adina, credimi, te ne scongiuro, non puoi sposarlo te ne assicuro, domani forse ne avresti pena, te ne dorresti al par di me”, è questa affermazione a lanciare la risposta di Adina “lo compatite, egli è un ragazzo, un malaccorto, un mezzo pazzo, s’è fitto in capo ch’io debba amarlo, perché delira d’amor per me”. La Carroll pronunzia la frase in modo, sì, quasi materno e compassionevole, ma quasi come fosse un modo per difendere se stessa, come era fraseggiata in tono difensivo la sua avversione dichiarazione contro “l’amor costante”. Nei momenti di indifferenza da parte di Nemorino, non si secca, ferita nel suo narcisismo, ma appare sofferente nel sentimento, osservando da lontano, nella penombra delle luci di Otto schenk. La sua prova convince anche musicalmente, grazie a una bella emissione, omogeneità fra i registri e un timbro pastoso.

Meno convincente il Nemorino di Dmitry Korchak. Interprete fin troppo superficiale, ben proietta nel registro centrale, ma perde di lucentezza in acuto. Sovente pasticcia col libretto, fino ad alcuni errori madornali nel duetto del secondo atto con Dulcamara, quando inizia con l’invertire il testo di due strofe e, accortosi dell’inciampo, pronunzia una serie di periodi incomprensibili in lingua italiana. Una maggiore dedizione allo studio, avrebbe certamente giovato all’esito della sua serata.

Si torna a sorridere col Dulcamara di Adam Plachetka, attore assai brillante, corretto nella dizione italiana, e vocalmente sicuro in tutta la scrittura musicale. Belcore era Orhan Yildiz, bravo scenicamente, convince nel registro centro-grave, mentre è costretto a schiarire nell’acuto di una tessitura, evidentemente, non troppo congeniale allo strumento naturale.

Completava il cast la Giannetta di Ileana Tonca.

Eccellente, come sempre, la prestazione di Marco Armiliato, che si conferma fra le migliori bacchette a livello mondiale. La sua lettura è tradizionale, ma intensa, impetuosa sia nell’agogica sia nella dinamica, senza tralasciare il fraseggio lirico nell’elegia, nei passaggi più struggenti di questo melodramma fintamente giocoso.

L’orchestra della Wiener Staatsoper è coesa nelle sezioni e il rapporto fra buca e palcoscenico non presenta mai alcuna sbavatura. Una nota di merito particolare va al coro diretto da Stefano Ragusini, non solo per la prova vocale, ma anche per l’irresistibile verve scenica.

La regia era ripresa da Jürgen Rose.