L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Tempo di Rossini

 di Roberta Pedrotti

Non tramonta il fascino del Barbiere di Siviglia affidato a un cast collaudato che affianca esperti rossiniani e nuove leve. Il nuovo allestimento di Federico Grazzini reinventa lo spunto della sua precedente messinscena lombarda e si prepara alla tournée giapponese del Comunale di Bologna nel prossimo giugno.

BOLOGNA, 17 marzo 2019 - Un vecchio mette gli occhi addosso a una giovane donna, un pretendente di buona famiglia e di età più verde ha la meglio grazie anche all'aiuto di un complice inferiore per rango ma non per ingegno. Dal momento in cui la commedia abbandona la satira politica aristofanea e si concentra su dinamiche sociali, affettive e familiari in un nuovo ambiente borghese, è questo uno dei soggetti più fortunati e rivisitati. Tanto che non varrebbe certo l'intrigo a fare del Barbier de Seville di Beaumarchais uno dei pilastri della commedia, là dove Plauto e Terenzio, Machiavelli, Shakespeare, Goldoni o Molière potrebbero reclamare scranni più elevati nella tavola olimpica. C'è però anche Rossini, che con Cesare Sterbini consegna la pièce francese a una gloria che supera l'immediatezza storica degli elementi politici di cui Beaumarchais l'aveva innervata. Il barbiere di Siviglia, travalicando gli aspetti rivoluzionari per riequilibrare in clima di restaurazione il potere determinante del Conte, resta la commedia di caratteri perfetta, un ritratto di rapporti umani che non patisce il trascorrere del tempo.

E non lo patisce tantomeno a Bologna, dove ci si affida a una compagnia che più affidabile non si potrebbe, fra comprovati specialisti, veterani e nuove leve con tutti i quarti di nobiltà rossiniana guadagnati sul campo. Antonino Siragusa, Almaviva, e Roberto De Candia, Figaro, calcavano queste stesse scene nelle stesse parti nel dicembre del 2001, a Bologna come altrove hanno condiviso tante volte la ribalta da esibire quasi sfrontatamente una complicità perfetta nei tempi comici e nello scherzo gustoso. La confidenza con la partitura non è meno evidente e i recenti approdi verdiani non sembrano aver appesantito la vocalità di De Candia, più ampia e brunita ma non meno duttile di un tempo, così come in Siragusa la musicalità e il timbro penetrante vanno sempre di pari passo con la definizione di un Conte che ama divertirsi proprio perché conscio del proprio potere fino al trionfo del rondò finale. E proprio dopo i vigorosi applausi che coronano il cimento tenorile, ecco che Marco Filippo Romano, Don Bartolo, assesta un altro colpo di arguzia teatrale tanto azzeccata da sembrar del tutto spontanea: è l'approvazione della sala a ispirare un “insomma, io ho tutti i torti?” rivolto con intenzione al pubblico. Si sfonda per un istante la quarta parete e il buffo siciliano ribadisce il suo talento teatrale, che va di pari passo con l'ottima resa di sillabati ben timbrati.

Rossiniana di nuova generazione è pure Cecilia Molinari, che si è formata a Pesaro ancora con Alberto Zedda, e nella sua Rosina fa apprezzare il buon gusto nel fraseggio e nelle variazioni, la precisione e la duttilità del canto. Le manca giusto quel po' di pepe in più per dare alla pupilla il carattere volitivo che le compete.

Il carattere non difetta certo ad Andrea Concetti, che appartiene alle schiere dei rossiniani di lungo corso e si riconferma ottimo attore, oltre che ben a suo agio nella parte di Don Basilio; né si può dire che manchi di spirito la Berta di Laura Cherici, per quanto soprattutto in acuto qualche asperità di troppo si faccia sentire.

Il Fiorello di Nicolò Ceriani, l'ufficiale di Sandro Pucci e l'Ambrogio di Massimiliano Mastroeni completano il cast vocale con il coro maschile preparato da Alberto Malazzi.

Non patisce il tempo – inteso come epoca dell'azione – nemmeno la nuova produzione di Federico Grazzini, che ricolloca in un fantasioso Ottocento il concetto che nell'autunno 2011 per il Circuito lirico lombardo aveva sviluppato ambientandolo nella cittadina (reale) di Siviglia in Ohio negli anni '50 del ventesimo secolo. Se i costumi (oggi di Stefania Scaraggi) sono ovviamente tutti nuovi e la casetta di Don Bartolo si aggiorna di cent'anni (le scene portano ora la firma di Manuela Gasperoni), resta la divertente caratterizzazione di Figaro come autentico tuttofare di quartiere, giardiniere, imbianchino e postino (nel 2011 anche antennista e tecnico tv). Resta un'impronta sgargiante, resta una comicità con una punta allegramente surreale, che strizza l'occhio anche al cartone animato. Piace il cambio scena a vista nel primo atto, con Rosina che s'illude di fuggire all'aperto e si ritrova intrappolata in casa, per il resto, tutto scorre senza sorprese divertendo il pubblico.

Patisce un po' il tempo come dimensione musicale, invece, il pur valido Federico Santi, che concerta con correttezza, ma senza imprimere a dinamica e agogica quella vitalità propulsiva che è cifra distintiva della commedia rossiniana. Bene, anzi benissimo la morbidezza, ma se combinata all'arguzia di uno spirito teatrale che non sorge tanto dall'orchestra, quanto piuttosto viene demandato all'esperienza – sempre di qualità, breve o lunga che sia – di un cast ben assortito e collaudato.

Successo festoso e pubblico numeroso. Chissà che dopo il divorzio dal Rossini Opera Festival e la cessazione di una lunga collaborazione, il Pesarese non possa tornare a essere onorato come merita nella sua Bologna, magari anche con qualche titolo meno frequentato.