L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Azucena e vecchi merletti

 di Luigi Raso

In uno spettacolo statico e datato come più non si potrebbe s'impone l'Azucena paradigmatica di Violeta Urmana. Promettente anche la Leonora di Irina Moreva.

SALERNO, 30 ottobre 2019 - Chi ama gli spettacoli “tradizionali” - perennemente contrapposti, nella sequela di sterili dualismi di cui noi italiani siamo campioni - troverà pane per i propri denti nel vedere Il trovatore al Teatro Verdi di Salerno. Renzo Giacchieri firma infatti una regia che più tradizionale e convenzionale riesce difficile immaginare: uno spettacolo che appare costruito, per ambientazione, scenografie e costumi, come la trasposizione teatrale dei bozzetti operistici della figurine Liebig. Il problema, però, è che quella stessa staticità delle figurine la si ritrova anche sul piccolo palcoscenico salernitano.

Uno spettacolo, rassicurante per molti in quanto privo di stravolgimenti - salvo il suicidio finale del Conte di Luna -, immediato, che si avvale di bei costumi (dello stesso Renzo Giacchieri), con scenografie ben costruite e indubbiamente belle da vedere, ma in definitiva privo di interesse e irrimediabilmente datato nella sua staticità per il gusto estetico e teatrale di oggi.

Sul piano musicale, Daniel Oren dirige da par suo, assicurando l’equilibrio tra buca orchestrale e palcoscenico e la buona riuscita dell’aspetto musicale; imprime all’Orchestra Filarmonica salernitana l’impeto giusto nelle cabalette e la sostenuta cantabilità alle arie. Una concertazione, quella del direttore israeliano, che “ignora le parafrasi, s’intromette furiosamente, taglia i nodi con la roncola, e fa scorrere lacrime e sangue esilaranti, piomba sul pubblico…”, così come è scritto nel DNA di Il trovatore, almeno secondo le illuminanti parole di Bruno Barilli.

Buona la tenuta dell’orchestra, dal suono compatto, oscillante tra le accensioni che pretende la gestualità plateale di Oren e l’assottigliamento, quando necessario, nell’accompagnamento. Fa molto bene anche il coro, veemente e coeso, guidato da Tiziana Carlini.

La compagnia di canto è un binomio di luci ed ombre, ripartite tra settore femminile e quello maschile.

Il Ferrando di Carlo Striuli esordisce con un "All’erta, all’erta!" che denota difficoltà vocali, nella messa a fuoco delle note e nella capacità di cantare assottigliare l’emissione senza sfociare in un quasi parlato. La prova di Gustavo Porta, nelle vesti di Manrico, è disordinata, la voce, pur di gran volume, troppo ingolata; linea di canto perennemente impostata sul forte, con vibrato eccessivo. Quando - molto di rado, in verità - Porta prova ad alleggerire l’emissione, spoggia, producendo suoni affogati. Il personaggio, lirico e innamorato, del trovatore manca del tutto, stante l’assenza di uno stile appropriato ed elegante, così come la parte pretenderebbe: gli acuti della Pira ci sono - e anche discreti - ma da soli non bastano a fare Manrico. Il conte di Luna di Massimo Cavalletti si distingue per la voce dal bel timbro scuro e dal buon peso sonoro, con acuti sicuri, oltre che per una spiccata tendenza a fraseggiare; canta un "Balen" decoroso e una baldanzosa “Per me, ora fatal”.

Decisamente migliore il settore femminile schierato in palcoscenico, a cominciare dalla Leonora di Irina Moreva, giovane soprano russo dalla voce corposa e ben proiettata, ricca di armonici, dal timbro brunito. Se attualmente il personaggio appare ancora da rifinire, si riscontrano comunque le potenzialità per diventarne un’interprete interessante. Il ruolo di top player della formazione vocale spetta indiscutibilmente a Violeta Urmana, celebrata interprete di Azucena sin da quel Sant’Ambrogio scaligero del 2000. L'artista in scena è semplicemente Azucena. Le bastano poche frasi musicali per attaccarsi addosso le vesti della zingara ossessionata dal ricordo della madre, del figlio, assetata di vendetta. Sfodera voce dal sontuoso smalto, molto poco intaccato dal trascorre del tempo; acuti possenti e luminosi come lame, registro grave caldo e corposo. Insomma, davanti alla Azucena della Urmana, semplicemente chapeau! Senza dubbio l’artista più elettrizzante della sera.

Il cast è completato degnamente da Miriam Artiaco (Ines), Francesco Pittari (Ruiz), Maurizio Bove (un vecchio zingaro), Achille del Giudice (un messo).

Al termine della rappresentazione applausi prolungati per tutti con tanto di ovazione casalinga per Daniel Oren.


 

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