L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Tormenti di neve

 di  Andrea R. G. Pedrotti

Marina Rebeka si impone come Tat'jana in Evgenij Onegin alla Wiener Staatsoper. Uno spettacolo complessivamente convincente in cui il soprano lettone è attorniato da un buon cast in cui si spicca, premiato da un'ovazione, anche il Gremin di Ferruccio Furlanetto.

VIENNA, 21 novembre 2019 - Quando capita di assistere a Evgenij Onegin di Čajkovskij, sono sostanzialmente due i personaggi per cui viene spontaneo parteggiare in maniera veemente, uno perdente, l'altro vincente. Quello perdente è rappresentato dalla pallottola sparata da Lenskij, la quale, purtroppo, non compie il suo dovere eliminando uno degli esseri dall'animo più rivoltante che la letteratura ci abbia restituito, l'altro è Tat'jana.

La complessità di un dramma iconico del romanticismo russo viene riassunta dal regista Falk Ritcher con una messa in scena piuttosto semplice, che propone un'ambientazione perennemente scura, una nevicata di sfondo presente per l'intera durata di primo e secondo atto, con elementi costituiti sovente da neon, per richiamare, con le loro luci fredde, il gelo della terra Russa. 

La recitazione non è molto diversa da quella che potremmo vedere in qualsiasi altra edizione, poiché questa è un'opera più di sentimento che di azione. Non ritroviamo, dunque, una particolare originalità nell'impianto complessivo, ma la produzione funziona: non entusiasma, ma funziona.

Gli unici due momenti deboli della regia sono il duello del secondo atto, quando il colpo che colpisce Lenskij appare quasi partito accidentalmente, stonando col libretto che descrive un duello dalla puntigliosa organizzazione rituale, e la Polonaise in principio del terzo atto, quando vediamo sul palco una scala brunita a occupare tutta l'ampiezza della visuale, impedendo anche il più minuto fra i movimenti coreografici. Azione invero svilente in un teatro come la Wiener Staatsoper, notoriamente dotato di uno dei primi corpi di ballo al mondo per qualità.

Come giusto, la compagnia di canto viene dominata dalla Tat'jana di Marina Rebeka, assolutamente ineccepibile sia nella recitazione, sia in un canto languido e passionale nell'elegia, freddo e inesorabile nel respingere Onegin. L'aria della lettera è certamente, e meritatamente, uno dei momenti più applauditi della serata, grazie a un'interpretazione capace di trasmettere tutto il tormento di una donna innamorata e in procinto di subire l'estrema offesa da parte di chi usurpava immeritatamente il titolo di “uomo” e al quale ella aveva ingenuamente concesso immeritato affetto.

Nel ruolo eponimo Boris Pinkhasovich canta bene e interpreta con bel gusto la parte. A lui andrebbe imputata un'eccessiva staticità, specialmente nel terzo atto, quando appare talmente concentrato sul canto da apparire ingessato in scena. In quel momento sta dichiarando al pubblico il suo amore per Tat'jana (o per la posizione ora raggiunta dalla donna) e una maggior carica emotiva avrebbe aiutato a trasmettere l'intensità del dramma.

Pavol Breslik è un Lenskij di buon livello, buon fraseggiatore, difetta di squillo nel registro acuto e la proiezione del suono non risulta sempre ottimale, ma appare comunque capace di condurre con merito al termine una prova tutto sommato positiva.

È eccellente il principe Gremin di Ferruccio Furlanetto, capace di strappare un'autentica ovazione dal pubblico della Wiener Staatsoper, dopo l'esecuzione encomiabile della sua aria.

Margarita Gritskova (Olga) si trova particolarmente a suo agio nell'interpretare un ruolo nella sua lingua madre, che le consente una buona cesellatura del fraseggio e una recitazione partecipe.

Completavano il cast Monika Bohinec (Larina), Aura Twarowska (la balia), un comandante di compagnia\Zareckij (Igor Onishchenko), Pavel Kolgatin (Triquet).

Per la parte visiva sono da menzionare Karin Hoffmann (scene), Martin Kraemer (costumi), Carsten Sander (luci) e le scarne coreografie moderne (presenti solo in primo e secondo atto) di Joanna Dudley.

Dal podio Michael Güttler dirige correttamente la partitura, insistendo su un'agogica molto serrata, a vantaggio di un'unità più solida fra le sezioni orchestrali, ma a svantaggio della policromia del suono. Un tempo più lento, per esempio, nell'aria di Lenskij “Kuda, Kuda” o nella celeberrima Polonaise del terzo atto avrebbe senz'altro consentito un'ampiezza dinamica maggiore, oltre a una maggiore intensità drammatica del fraseggio orchestrale.

Ottima la prova del coro diretto nell'occasione da Martin Schebesta.


 

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