L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Com'è bello, quale incanto

 di Luigi Raso

Mariella Devia torna al Teatro di San Carlo per un recital che spazia da Donizetti e Verdi al repertorio francese. Nell'incanto delle sue interpretazioni pare che il tempo si sia fermato.

NAPOLI, 12 febbraio 2019 - Bastano pochi minuti a Mariella Devia per conquistare il pubblico di uno dei “suoi” teatri: a distanza di tre anni dall’ultima e memorabile Norma, regala un recital al pubblico del San Carlo che tanto l’apprezza. Alla fine qualcuno le dice “Ti amiamo, ti amiamo!”; e lei, la diva antidiva del belcanto italiano, si schermisce dietro un luminoso sorriso.

Il tempo di intonare "Com’è bello" dalla Lucrezia Borgia (1833) di Gaetano Donizetti per far sciogliere in un applauso prolungato e fragoroso il teatro nel quale ha vestito i panni di Violetta, Lucia, Donn’Anna, Maria Stuarda e Norma, giusto per citare le eroine interpretate al San Carlo negli ultimi anni. L’abbraccio tra pubblico e la Devia è immediato e caloroso.

Il programma si suddivide in due parti: la prima dedicata al repertorio italiano (Donizetti e il Verdi giovanile del Corsaro e di Giovanna d’Arco); la seconda interamente dedicata a quello francese, con Bizet e Gounod.

L’orchestra del San Carlo, diretta di Pietro Rizzo, apre con l’ouverture da La Favorite (1840) di Gaetano Donizetti, grand opèra dalla genesi tormentata, derivato da L’ange de Nisida, recentemente ricostruito ed eseguito alla Royal Opera House di Londra. Sin dalla ouverture di Donizetti si ha l’impressione - confermata dagli ascolti delle successive sinfonie da La battaglia di Legnano, La forza del destino e Béatrice et Bénédict - di un’esecuzione eccessivamente fragorosa, sbrigativa e nella quale non mancano sbavature, soprattutto nel settore degli ottoni. L’orchestra del San Carlo non appare in una delle sue consuete serate migliori. Eccessivo risalto alle percussioni e qualche squilibrio nella distribuzione dei pesi sonori all’interno delle famiglie orchestrali connotano le esecuzioni dei brani orchestrali proposti; va molto meglio, per fortuna, l’accompagnamento al canto della Devia.

Ad ammaliare da subito è quel "Com’è bello" donizettian, che è una breve lezione di come deve essere affrontato il repertorio della prima metà dell’Ottocento italiano. Sono sufficienti poche note per comprendere che lo smalto vocale è rimasto immutato, la linea vocale sempre perfetta, acuti e colorature di estrema precisione, con ogni nota perfettamente distinguibile, e con la linea di canto dolcemente appoggiata sul fiato e ben proiettata Descrivere e lodare la tecnica vocale di un soprano che dopo quant’anni di carriera - e che carriera!- possiede organizzazione vocale e timbro pressoché intatti è come voler portar vasi a Samo: il rischio di cadere nell’ovvio e nel già detto è elevato. 

Ancora oggi Mariella Devia indubbiamente rappresenta, al di là delle preferenze interpretative di ognuno, un compendio di tecnica vocale, di belcanto e signorilità vocale difficilmente replicabile. L'emissione perfetta, l’intelligenza e la prudenza nella scelta del repertorio le hanno consentito  una longevità artistica e vocale da record, alla quale ha saputo aggiungere forza interpretativa e spessore vocale (il pensiero va alla sua Norma ascoltata tre anni fa) che ne hanno accresciuto, con il trascorrere del tempo, la figura d’artista. Ascoltando stasera Mariella Devia, ho ripensato a un altro grande artista, Alfredo Kraus: nel 1996, a quasi sessantanove anni, affrontò Werther al San Carlo sfoggiando una vocalità intatta e uno stile vocale paragonabile a quello degli esordi. Tecnica perfetta e oculatezza nella scelta del repertorio consentirono anche al tenore spagnolo una forma vocale smagliante fino al ritiro dalla scene.

La cavatina di Lucrezia Borgia è luminosa, cesellata con un fraseggio analitico, con suono limpido come una melodia suonata da uno Stradivari: quando si ascolta la Devia si resta ogni volta stupiti per la lucentezza e la sicurezza con le quali prepara e proietta gli acuti, per la pulizia degli abbellimenti (stupendi i trilli finali) con i quali - malgrado l’incivile di turno che fa squillare il suo cellulare - costruisce un paradiso di edonismo vocale.

Segue il Verdi del Corsaro (1848) con l’aria dall’atto I "Non so le tetre immagini" che ancora risente degli echi donizettiani: nell’interpretare Medora che attende il ritorno dell’amato Corrado, Mariella Devia dà spessore vocale alla linea di canto, scurendola e sfumandola, con un appoggio sul fiato e un legato da manuale.

"Sempre all’alba ed alla sera" dal  primo atto di Giovanna d’Arco (1845), intensa preghiera della Pulzella alla Vergine, consente al soprano ligure di evidenziare il contrasto tra la veemenza del recitativo iniziale "Oh ben s’addice questo torbido cielo..." e l’invocazione, di derivazione belliniana nell’accompagnamento orchestrale, di "Sempre all’alba ed alla sera": non manca all’appello un solo segno d’espressione; la Devia risolve magnificamente gli abbellimenti,ed emette acuti nitidi e penetranti. Quella che emerge del breve abbozzo della Devia è una Giovanna decisa a liberare la sua Francia dal dominio inglese.

L’aria di  Micaëla  dall’Atto III di Carmen (1875) "Je dis que rien ne m’épouvante" ci porta, nella seconda parte del programma del recital, nel repertorio francese. Lo smarrimento notturno della fanciulla nell’accampamento dei contrabbandieri è espresso dalla Devia con un fraseggio quanto mai articolato, frastagliato, con una linea di canto meno fluida rispetto a quella udita per le arie precedenti, con legati più brevi. Purtroppo il volume sonoro dei corni e qualche nota non proprio messa a fuoco tendono a coprire a tratti il canto, incrinando l’atmosfera di attesa e paura evocata dal soprano.

Con la successiva "Ah! je ris de me voir si belle en ce miroir" (Air des bijoux) dal Faust (1859) di Charles Gounod, Mariella Devia disegna una Marguerite eccitata nello specchiarsi indossando i gioielli trovati sulla soglia di casa. La linea vocale, brillante e farcita di trilli, è luminosa, sempre estremamente precisa, gli acuti timbrati, il legato delle sestine di crome ascendenti perfetto. A voler cercare il pelo nell’uovo, ma soprattutto per dovere di cronaca, c’è da registrare soltanto che le note del registro basso sono apparse, rispetto a quelle del registro medio e acuto, poco corpose e timbrate.

A chiudere il programma è il pirotecnico valzer di Juliette "Je veux vivre" dal Roméo et Juliette (1867)di Charles Gounod. Qui la Devia ha la possibilità di mostrare il meglio della sua vocalità: la precisione dei trilli, delle acciaccature, gli acuti, sfumati in pianissimo o luminosi come una lama, il legato, la perfezione delle colorature. Il fraseggio è dominato con sicurezza, precisione; la linea di canto è stilisticamente perfetta nel suo brio: fuochi d’artificio per questo valzer finale.

L’acclamazione del pubblico è intensa e prolungata che alla Devia non resta che concedere un bis: "Casta Diva".

La purezza della linea di canto è pari a quella del flauto che apre la cavatina di Norma: un’invocazione alla luna purissima, intensa, alleggerita nel legato degli abbellimenti delle biscrome. La voce galleggia sul fiato come l’arco sulle corde del violino. Un incanto, identico a quello di tre anni fa. Il tempo sembra davvero essersi fermato.

foto Luciano Romano