L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Dal Novecento alle origini

 di Luigi Raso

Per la stagione dell'Associazione Alessandro Scarlatti, il Quartetto Artemis propone, senza sentimentalismi, il riflessivo Adagio di Barber insieme con il Quartetto di Britten in memoria di Purcell e La morte e la fanciulla di Schubert prima di chiudere idealmente la serata con un bis dedicato a Bach.

NAPOLI, 12 marzo 2019 - Ancor più della celeberrima versione per orchestra d’archi del 1938, la musica dell’Adagio dal quartetto d’archi n. 1 op. 11 di Samuel Barber (1910 - 1981), nella originaria versione del 1936, sembra musica che germoglia dal silenzio per poi sfociare in un composto raccoglimento; nel mezzo, tra l’alfa e l’omega, una intima meditazione, quasi una preghiera, declinata in semplici forme polifoniche che conferiscono solennità a un brano che è diventato, forse fin troppo, un’icona della sofferenza e della malinconia.

La versione per quartetto, rispetto alla successiva, ha il pregio di sfrondare di magniloquenza ed eccessi malinconici una composizione dalla linearità compositiva raffinata, intimistica e, appunto, cameristica.

Dell’Adagio il Quartetto Artemis - raffinata formazione cche schiera Vineta Sareika e Anthea Kreston ai violini, Gregor Sigl alla viola e Eckart Runge al violoncello - dà una lettura improntata a estremo rigore e pulizia, senza nessuna sbavatura, lontana dalla seduzione di inutili sentimentalismi. Il tema iniziale è introdotto dal primo violino di Vineta Sareika è accompagnato dal pedale del meraviglioso violoncello di Eckart Runge (uno strumento dei Fratelli Amati, del 1595), per poi confondersi nel gioco polifonico pur non perdendo la propria riconoscibilità in un’interpretazione estremamente meditata, aliena dalle superfetazioni emotive che l’uso (o, meglio, abuso) cinematografico e commemorativo ha imposto al brano. 

Il Quartetto Artemis restituisce all’ Adagio, composizione dall’innegabile suggestione, quella giusta misura alla temperatura emotiva che, se superata, rischia di farlo scadere in trita sdolcinatura. Bastano poche battute affinché emerga la coesione interpretativa tra i componenti del complesso cameristico, il quale, pur avendo sostituito frequentemente i propri membri, ha mantenuto una visione interpretativa unitaria, compattezza dell’amalgama sonoro e sincronismo del discorso musicale sempre presenti nel trascorrere dei trenta anni di attività.

Coevo al Peter Grimes (1945) è il Quartetto n. 2 in do op. 36 di Benjamin Britten (1913 - 1976), eseguito per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario del grande compositore inglese Henry Purcell (1959 - 1695), al quale la Chacony finale è debitrice. L’Artemis rende bene le suggestioni musicali francesi, riconducibili ai florilegi sonori di Ravel e Debussy presenti nell’ Allegro calmo, senza rigore del primo movimento, per poi tuffarsi nel successivo Vivace, nel quale gli archi con sordina richiamano le atmosfere fredde e solitarie dei Four Sea Interludes dal Peter Grimes. Nella Chacony finale, invece, il suono del Quartetto Artemis si fa deciso, tagliente, dando una lettura dalla accentuata intensità drammatica. Le variazioni armoniche, ritmiche e melodiche sul tema dell’ultimo movimento e, soprattutto, le cadenze dei singoli strumenti offrono la possibilità ai singoli componenti di sfoggiare la perfetta musicalità, il dominio tecnico e la accentuata sintonia interpretativa.

Si prosegue, dopo l’intervallo, con il Quartetto in re minore D. 810 “La morte e la fanciulla”, composto da Franz Schubert (1791- 1828) tra il 1824 e il 1826. Frequentemente il mondo musicale schubertiano germina da un Lied: il secondo tempo del Quartetto deriva infatti da Der Tod und das Mädchen, op. 7 n. 3, D. 531, risalente al 1817, il cui tema principale è riproposto nell’Andante con moto del secondo movimento. 

L’Allegro del primo movimento è introdotto dall’Artemis con energia, decisione e spiccata intensità drammatica. Il successivo Andante con moto è una sommessa riflessione, nella quale il violino di Vineta Sareika ricama con dolcezza le variazioni; il violoncello, dal suono corposo e brunito, riprende il tema iniziale, il tutto immerso nel fraseggiare frastagliato e variopinto dell’ensamble, che mostra di disporre di una gamma dinamica ampia e mutevole. Lo Scherzo. Allegro molto è una esplosione vitalistica che si incupisce solo nel Trio. Il Presto finale è eseguito dall’Artemis come una vorticosa e mefistofelica tarantella, con sonorità incisive e grande coesione musicale.

Il successo è tanto grande che, malgrado il programma articolato e impegnativo, il Quartetto Artemis regala un bis, un Corale di J.S. Bach trascritto per Quartetto d’archi dal titolo, tradotto in italiano, “La Grazia feconda dello Spirito Santo” che, per l’intensità del raccoglimento e della meditazione, si ricongiunge idealmente all’ Adagio di Barber proposto in apertura del concerto.


 

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