L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Abbracciatevi, moltitudini!

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ospita Kirill Petrenko in una sublime esecuzione della Sinfonia n. 9 in re minore, per orchestra, soli e coro op. 125 “Corale” di Ludwig van Beethoven. La serata si imprime indelebilmente nella memoria del pubblico accorso per forza, perizia, precisione e bellezza della lettura di Petrenko. Gli applausi inondano, al termine, la sala.

ROMA, 6 aprile 2019 – La Nona di Beethoven non dimostra affatto i suoi quasi duecento anni di età. E parla ancora con grande vividezza alle generazioni di oggi, come a quelle di ieri. Ogni volta che questo pezzo ‘sacro’ della tradizione sinfonica occidentale rivive, è un po’ come se – appunto – si rinnovasse un rito, una laica religione di gioia, tolleranza, fratellanza, che incarna in splendide note i più puri ideali illuministici.

Questa sera il sacerdote a officiare la Nona è Kirill Petrenko. Le sue origini siberiane, in realtà, non rendono giustizia dell’ardore quasi rock con cui Petrenko ha condotto l’intero pezzo, vivendolo con il corpo e la mente prima ancora che come direttore incaricato di leggere lo spartito. Ciò che distingue la sua direzione è una perenne, vitale tensione ritmica, che attraversa l’intera partitura, sorreggendo il suono di una solida impalcatura, che fa scorgere particolari di sé spesso del tutto inauditi: proprio questa attenzione precipua allo svolgimento delle cellule ritmiche, lette nel loro organico insieme, fa sì che emergano, appunto, particolari spesso poco messi in risalto, che qui invece risaltano nella complessa orchestrazione. Petrenko, poi, è anche estremamente attento alla consistenza e qualità del suono orchestrale, arrivando a un livello fantastico, mercé anche una performance di livello assoluto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, in grande spolvero.

Petrenko inizia, nell’Allegro ma non troppo, facendo eseguire l’introduzione, nella sua ambiguità tonale, quasi come fosse una vibrazione che mano a mano cresce – rammentandosi, retrospettivamente, dell’incipit del Rheingold di Wagner. Un saggio della potenza cui riesce a portare l’orchestra, senza però appesantire volgarmente il suono, è l’esposizione del celebre tema in re minore; il successivo sviluppo è magistrale e vivo, emozionando nel profondo. Ancor più che nel primo, forse, il talento ritmico di Petrenko si manifesta nella direzione dello Scherzo, che inizia con incredibile energia nell’attacco in medias res, per assestarsi poi in un continuum ritmico, una sorta di moto perpetuo, «un impulso vitalistico che, dopo i tragici rovelli del primo tempo, riafferma il rovescio della medaglia, la vita nel suo scorrere, comunque, prepotente» (F. d’Amico, dal programma di sala). Non so perché, ma l’Adagio molto e cantabile, ai miei occhi, appare di una rassegnata, cosmica malinconia: non posso esimermi dal commuovermi ogni volta che lo ascolto. Il che è successo anche con la lettura asciutta ma piena di Petrenko, anche qui agogicamente millimetrica: il tema con variazioni del III movimento – l’ultima pagina sinfonica scritta da Beethoven – la quintessenza dell’ideale in musica, è per me un canto di abbandono di un corpo (quello del compositore) alla pura spiritualità della sua arte, vero monumentum aere perennius. Con che profonda, sacra dolcezza Petrenko legge il cantabilissimo tema principale, votato – come scrive d’Amico – all’indugio. Fulmineo, il direttore si tuffa nell’ultimo movimento, il più celebre. Petrenko è concentratissimo, teso a scontornare ogni particolare del dettato beethoveniano. L’esposizione del celeberrimo tema della gioia si gusta, a occhi chiusi, come fosse una vibrazione in crescendo (sono i contrabbassi, infatti, a cominciare). Petrenko, poi, è straordinario nel gestire il coro e i solisti, scolpendo una memorabile esecuzione dell’Inno alla gioia. Il baritono Hanno Müller-Brachmann entra con eccellente fraseggio e voce squillante, aprendo la strada allo straordinario coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, un’eccellenza che va preservata e coltivata in virtù dell’assoluta eccezionalità delle sue esecuzioni. Oltre a sprizzare una monumentale gioia, appunto, il coro riesce a eseguire magnifiche note a fil di voce quando Schiller parla dell’abbraccio di fratellanza universale e del ‘Padre amato’ oltre il firmamento: qui Petrenko, che ha sempre mantenuto un piglio agogico notevole, allarga il tempo come mai aveva fatto prima, regalandoci un momento di pura estasi. Gli altri tre solisti, Hanna-Elisabeth Müller, Okka von der Damerau e Benjamin Bruns cantano assolutamente bene le loro parti, in rispondenza al canto della massa corale. Il finale del IV movimento suggella in un trionfo di luce musicale una splendida esecuzione della Nona. Petrenko, l’orchestra, il coro e i solisti vengono lungamente e giustamente applauditi: una Nona che rimarrà per tutta la vita nei ricordi di chi ha avuto la fortuna di ascoltarla.

foto Musacchio e Ianniello