L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Horror Sacrorum

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia presenta una straordinaria Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. Sul podio v’è Daniel Oren; il cast, composto da Eleonora Buratto, Ekaterina Semenchuk, Francesco Demuro e Ain Anger risulta incredibile. Coro e orchestra cantano e suonano come meglio non si potrebbe.

ROMA, 30 novembre 2019 – Il Requiem di Giuseppe Verdi, noto per alcuni brani celeberrimi (come il Dies irae) e per una ieratica potenza che lo pervade dalla prima all’ultima nota, conferisce a chi lo ascolti un senso di smarrimento, quasi strano se si pensa che un pezzo di tal genere dovrebbe, in un certo senso, suggerire una speranza nell’aldilà. Questi e altri problemi sono assai bene affrontati da Antonio Rostagno nelle belle pagine del programma di sala, piene di notazioni raffinate e di un’analisi strutturale del Requiem e delle sue ragioni estetiche oltremodo convincente. Ciò che Verdi voleva ottenere, appunto, era quello che ho sintetizzato nell’espressione Horror sacrorum: «è una forma di spiritualità cristiana profondissima, seppur laica, di colui che con ogni forza vuole credere, cerca la certezza della fede, ma è costretto a confessare di non trovare alcuna risposta rassicurante. Il messaggio finale del Requiem è l’assenza di risposte […]. Il terrore e il dubbio, nel pensiero di Verdi, sono due forme supreme di religiosità laica […] e […] tale atteggiamento non significa affatto “ateismo”, ma un percorso di ricerca, una volontà di credere, una forma alternativa e altrettanto profonda di religiosità, certo più sincera e assai più ammirevole di chi bacia il rosario in pubblico per scopi ben poco cristiani» (cito liberamente da Rostagno, alle pp. 8sg.).

Gli spettatori di Santa Cecilia avevano potuto vedere l’ultima volta il Requiem nel 2015, sotto la direzione di M. Honeck (leggi la recensione). Nell’odierno concerto a dirigere i complessi di Santa Cecilia c’è Daniel Oren, direttore noto in particolare nel repertorio operistico, che sceglie un approccio deciso e netto, in particolare quando sfrena l’orchestra al massimo del volume (un eccellente esempio potrebbe essere, appunto, il Dies irae). Il suo gesto, però, è poco raffinato, a tratti quasi confusionario (almeno per chi guarda), direi addirittura inelegante in alcuni passaggi. Forse, soprattutto nei passaggi in cui si richiede uno smorzando progressivo, è troppo netto nel passare da un volume all’altro; come che sia, conferisce energia e spinta a una partitura che ne necessita assolutamente. Senza se e senza ma la performance dell’orchestra, straordinaria nel disegnare le monumentali arcate sonore di una partitura giustamente definita michelangiolesca, ma che necessita anche di un certo qual gusto miniaturistico, in taluni passaggi (è questo – mi pare – ciò che è mancato ad Oren nella sua lettura). Il coro regala emozioni indescrivibili, profondendosi in un’esecuzione mozzafiato. Vorrei qui ricordare, a tal proposito, il canto a fior di labbra delle prime frasi del Requiem, che si amplia sui versi «Te decet hymnus Deus», trapassando ancora tra i diversi piani volumetrici. Cosa dire, poi, del Sanctus, millimetricamente perfetto nella rispondenza fugata delle due compagini corali? Inutile dire, inoltre, della potenza ieratica e tremenda con cui il coro esegue il celebre Dies irae, da far tremar le vene e i polsi.

Anche i solisti donano un’ottima serata musicale. Su tutti campeggia la straordinaria Eleonora Buratto, dotata di una voce piena, ottimamente controllata in tutti i registri, dal timbro ammaliante, dolce ma allo stesso tempo capace di svettare con decisione e potenza. La Buratto regala una straordinaria esecuzione, riuscendo a cantare in armonia perfetta con i colleghi (ricordo come la sua linea vocale si sia armoniosamente fusa con quella della Semenchuk nell’Agnus Dei); il finale Libera me è una lezione di canto, in cui deliba ogni sfumatura della sua tessitura vocale, riuscendo a svettare al do naturale sovracuto con padronanza e precisione – pur in presenza di qualche evidente colpo di tosse. Ma ciò che mi preme sottolineare è che la Buratto trasporta il pubblico in quella dimensione di sacro smarrimento, che è il fine ultimo della partitura verdiana. Anche Ekaterina Semenchuk regala un’ottima performance: una linea di canto pulita, brunita come si confà alla corda mezzosopranile, le concede di leggere splendidamente tutti i passaggi a lei dedicati nello spartito. È stata straordinaria nel Liber scriptus, un tipico esempio, peraltro, di ciò che a Verdi piace della corda del mezzosoprano: acuti statuari e capacità di modulare i volumi e i colori, anche repentinamente, della voce. Ma si pensi, anche, alla delicatezza con cui dà l’abbrivio al Lux aeterna, che prelude al finale Libera me. Francesco Demuro, dalla voce squillante e acuta, regala una buona serata di musica nella sua parte, tanto nelle parti in gruppo che in quella solistica, cioè nell’Ingemisco, dove riesce a creare una convincente linea di canto, orante e svettante in puliti acuti. Straordinario anche il basso Ain Anger, dotato di una cavernosa voce, dall’emissione pulita e decisa. Anger è terrifico nel sillabare il Mors stupebit et natura; ma le sue qualità più squisitamente liriche, anche di modulazione della voce, le si può apprezzare nel Confutatis maledictis.

La serata viene dedicata alla compianta memoria di Bruno Cagli, ad un anno dalla sua dipartita. Sono convinto che avrebbe apprezzato una così scultorea esecuzione.


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