L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Per me giunto è il dì supremo

di Irina Sorokina

Nonostante le aspettative e le ambizioni non decolla il Galà Domingo all'Arena di Verona e a fronte della bella prova di Saioa Hernandez, il divo sconta il passare del tempo e si rinfranca solo nel finale dedicato alla zarzuela

Ultimi appuntamenti nell’anfiteatro veronese in questa stagione del tutto fuori dal comune, in tempi decisamente cupi e incerti. Una stagione di tutto il rispetto, segnata dalla determinazione della direzione artistica di offrire al pubblico, giustamente limitato, in conformità alle norme sanitarie, emozioni indimenticabili, di mantenere in piedi l’evento artistico più importante della città di Verona, di far pulsare il suo cuore musicale. L’idea è presentare mondi musicali diversi che spaziano dai compositori veneti del Settecento a Rossini, Verdi, Puccini facendo un inchino prudente a Richard Wagner. Finora, molti successi.

Non è andata esattamente così la proposta che ha visto protagonista il celeberrimo tenore Placido Domingo affiancato dal soprano spagnolo Saioa Hernandez. Il concerto svoltosi a pochi giorni da un terribile nubifragio che ha colpito la città di Verona (sradicato addirittura lo storico cipresso al Giardino Giusti nominato da Goethe nel suo Viaggio in Italia) è risultato meno efficace dei galà Rossini, Verdi e Puccini, nonostante la calorosa accoglienza del pubblico non numeroso.

Non si dimenticheranno mai le interpretazioni da brivido del tenore spagnolo ormai entrato nella storia e diventato un mito. In qualsiasi recensione si farà inevitabilmente un riferimento alla sua data di nascita; ufficialmente Placido Domingo è venuto alla luce nel 1941. La sua è una carriera formidabile, senza paragoni, come formidabile e realmente magnetica è la sua personalità. Ciò nonostante, la triste constatazione “il tempo passa per tutti” è valida anche per lui. Da tempo si esibisce in ruoli baritonali, ma, secondo il nostro parere, non funziona. Qualcuno cortesemente, lo chiama baritenore, ma, ahimè, non lo è. La sua voce rimane un tenore puro, e la serata veronese ha dimostrato uno schiarimento ulteriore del timbro. Forse, per la prima volta nella storia abbiamo conosciuto il nobilissimo Rodrigo, marchese di Posa, e il rivoluzionario Charles Gérard con la voce di tenore. Verdi e Giordano, però, li concepirono per baritono.

La serata, che avrebbe preteso di entusiasmare il pubblico al massimo, ha assunto toni abbastanza calibrati, a cominciare dalla direzione di Jordi Bernàcer che si è cimentato anche con alcuni pezzi strumentali. L’apertura con la Sinfonia di Giovanna d’Arco, poi il Preludio dei Masnadieri e l’Intermezzo da Fedora : i primi due brani miravano, forse, ad allargare le conoscenze del pubblico dell’infinito mondo verdiano, mentre l’Intermezzo di Fedora aveva intenzione di alimentare l’entusiasmo prima di due pezzi forti di Umberto Giordano annunciati nel programma, “La mamma è morta” e “Nemico della patria”, entrambi da Andrea Chénier. Una direzione molto accurata, elegante e equilibrata, quella di Bernàcer, perfettamente adatta all’evento, con dinamiche e scelte agogiche sempre giuste e attenzioni amorevoli per il gruppo degli archi; è stata debitamente ammirata la violoncellista nel Preludio dei Masnadieri.

“Per me giunto è il dì supremo” di Don Carlo avrebbe dovuto aprire l’esibizione dei cantanti, ma è stato spostato alla fine, prendendo il posto del monologo di Gérard di Andrea Chénier. Questo cambiamento, sicuramento dettato dalla prudenza, ha sconvolto la logica del programma annunciato. Domingo ha esordito con “Nemico della patria” accolto da un’ovazione e qualche urlo e subito si è messo alla conquista del pubblico tramite la parola scolpita, la pronuncia perfetta e lo squillo entusiasmante che non hanno potuto mascherare la tensione nel registro acuto e stanchezza generale della voce testimoniate dalla mancanza del fiato e difficoltà nel fraseggio. E poi il timbro, chiaro, chiarissimo che, a nostro parere, ha sconvolto la visione del personaggio di Gérard.

Saioa Hernandez la cui stella si è accesa in Italia nel repertorio verdiano, ha intonato “Tacea la notte placida” in modo corretto e dignitoso, tuttavia, lasciando l’impressione di essere più adatta ai ruoli come Abigaille o Odabella. Un buon legato e timbro leggermente opaco nella prima frase, per recuperare la lucentezza in “Dolci s’udiro e flebili”; non particolarmente brillante la cabaletta “Di tal amor, che dirsi”, del resto, eseguita in modo molto serrato, e un buon la bemolle finale. Quel che ha fatto più piacere, è stato l’atteggiamento della cantante spagnola apparsa serena sciolta e calorosa: il modo migliore di arrivare al cuore del pubblico.

Nel duetto di Leonora e il Conte di Luna da Il Trovatore dopo la vertiginosa parte iniziale “Udiste” le due voci hanno raggiunto un’armonia molto piacevole in “Mira, d’acerbe lagrime”. Pur priva della cornice teatrale, Hernandez si è saputa calare in modo convincente nei panni di Leonora, unendo perfettamente la dolce femminilità e la determinazione quasi al limite dell’immaginabile del personaggio; ha cantato con trasporto, ma senza mai esagerare, e ha conquistato con morbidezza dell’emissione e buon dosaggio dei colori. Eccellente anche la cabaletta eseguita con una grande naturalezza e incoronata con un ottimo sopracuto. È stata la Hernandez una leader indiscussa nell’accoppiata “soprano-baritono (?)”, con il celeberrimo e poco convincente Domingo al suo fianco. Un’ovazione alla fine del brano.

Secondo il nostro parere, la Scena e duetto di Violetta e Germont da La Traviata non sono stati del tutto adatti al carattere dell’evento; anche in questo caso la cantante spagnola è riuscita a dominare la scena dimostrandosi capace ad affrontare con grande efficacia ruoli verdiani così diversi come Leonora e Violetta. Non ha fatto rimpiangere i soprani lirici di coloratura soliti ad impersonare Violetta, ha disegnato un personaggio “sacro” e caro ai cuori di generazioni di melomani in tutte le sfaccettature, dato un tocco molto personale attraverso la voce salda, leggermente opaca, ma capace di stupire. Dignità, scioltezza, sicurezza in scena e buona tecnica: tutto ha giocato a suo favore, anche in assenza di un carisma particolare. La vocalità di Germont è sembrata più adatta alla voce del Domingo d’oggi, ha giocato molto sull’accento e parola, degne di ammirazione, soprattutto in “Un dì quando le veneri”, ma queste grandissime qualità del grande artista non hanno potuto sostituire la linfa vitale insufficiente.

Dopo l’Intermezzo di Fedora, è’ arrivato il grande momento di Saioa Hernandez, “La mamma morta” di Andrea Chénier. Preceduta da un’introduzione quasi straziante dei violoncelli, il soprano ha iniziato con un tono quasi ermetico e trasformato una certa opacità del timbro in un vantaggio. Ha cantato concentratissima, devota, con l’anima completamente scoperta, e dai sussurri è arrivata a uno sfogo drammatico passando per qualche bagliore e gestendo benissimo i chiaroscuri. “Tu non si sola” è stato un coronamento di questo saggio e passionale percorso vocale che è diventato il suo momento di gloria. Un grande successo, pienamente meritato.

Dopo questa memorabile interpretazione, siamo tornati indietro nel tempo, a Giuseppe Verdi, a Don Carlo e alla scena del marchese di Posa, una delle più belle arie per baritono mai scritte del maestro di Busseto, che Placido Domingo avrebbe dovuto cantare all’inizio della serata. Non ci sono state sorprese e non sarebbero potute esserci; Domingo ha cantato con una grande convinzione e forza espressiva, è riuscito ad ottenere una buona resa per quanto riguarda la parola cantata e accento, ma la voce decisamente affievolita e a tratti evanescente è risultata sempre più chiara. Rodrigo, come è ben noto, fu pensato per baritono, non per tenore. E anche se qualcuno cortesemente chiama il celebre cantante baritenore, la vera natura della sua voce non la si può nascondere; ascoltare la sublime aria verdiana cantata da un tenore non ha potuto che produrre un effetto strano.

Tra gli alti e bassi, brani incisivi e meno, alcune soddisfazioni e molti dubbi, la serata non è riuscita a decollare, nonostante gli applausi, pure essi non sempre convinti. Eppure la via d’uscita per sollevarla si è trovata, poteva essere solo quella, e il suo nome è zarzuela. Ricordiamo una bellissima serata di tre anni fa dedicata a quest’amatissima invenzione spagnola, con la partecipazione di Domingo e alcuni suoi colleghi giovani. Per i bis finali della serata veronese sono stati scelti due brani di zarzuela, un’aria per soprano in cui Saioa Hernandez ha tirato fuori la sua anima spagnola e festeggiato un vero trionfo, e un duetto con Domingo. ”No puede ser” da La taberna del puerto di Pablo Sorozabal intonata da Domingo ha fatto il centro. Per la durata del brano si è ascoltato il Domingo di una volta, tenore dotato da un timbro seducente, carisma senza eguali, grande cuore, capacità comunicativa incredibile. Un tenore che giustamente ha fatto venire giù i teatri in possesso di una voce come oggi non nascono più. Ed ecco finalmente che la serata non sufficientemente entusiasmante ha spiccato il volo. Ma perché non si è andati sul sicuro, optando per il repertorio diverso dalla solita parata di arie e duetti famosi ”diluita” da qualche preludio/sinfonia per far riposare i cantanti?

Per concludere, un fatto storico. Il celeberrimo mezzo soprano Giulietta Simionato nata nel 1910 si ritirò dalle scene nel 1966, e altrettanto celebre soprano Renata Tebaldi nata nel 1922, nel 1973. Lasciarono dei ricordi bellissimi.


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