L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Dalla terra al cielo

di Antonino Trotta

MITO SettembreMusica punta al cielo: mentre le pagine sacre di Vivaldi eseguite dal mezzosoprano Romina Basso e dal Venice Baroque Consort faticano a decollare, il pianista Davide Cabassi e l’Orchestra UniMi, diretta da Alessandro Crudele, spingono la musica di Mozart verso l’etere.

Torino, 14-15 settembre 2020 – «Longe mala, umbrae, terrores, / sors amara, iniqua sors. / Bella, plagae, irae, furores, / tela et arma, aeterna mors. / Recedite, nubes et fulgura, / et sereno coronata fulgore / coeli, sidera, coruscate […]». Chissà quante volte, in questi mesi durissimi, preghiere simili si sono levate dalla terra verso il cielo con la speranza di essere raccolte e accolte da chiunque si crede ivi dimori. Il mottetto per contralto, archi e basso continuo RV 629 di Vivaldi – il cui manoscritto autografo è conservato nella Biblioteca Nazionale di Torino –, articolato in due arie separate da un recitativo e con un Alleluia finale, scongiura i mali che affliggono l’umanità, invita il cielo a rischiarire, esorta le stelle ad abbellare nuovamente la volta celeste. Nel testo, dunque, il lavoro di Vivaldi custodisce quanto basta per imporsi alla rinnovata sensibilità del pubblico e proprio nel testo l’esecuzione in occasione del concerto Spiritus dei – mercoledì 16 –di MITO SettembreMusica delude.

Non si fatica nel riconoscere al mezzosoprano Romina Basso, interprete anche salmo Nisi Dominus per contralto, archi e basso continuo RV 608, la bontà di uno smalto velato da screziature brunite, l’audacia di una vocalizzazione non sempre impeccabile ma certamente pugnace, il carisma di un artista che sa tenere la scena anche quando forse non ce n’è bisogno. Si avverte però, nelle lunghe arcate descritte delle due opere, venir meno il supporto sostanziale delle parole che non sono mero supporto alla musica ma parte integrante di essa. E se ciò, presa in considerazione l’ingente dazio da pagare alla scrittura virtuosistica, sarebbe anche comprensibile in alcune delle arie, nel Recitativo pare non esserci alcuna ragione per subordinare il testo alle musica. Del resto chi canta pare preghi due volte e, dato che di un miracolo ora avremmo proprio bisogno, sarebbe cosa buona e giusta far arrivare inequivocabili le parole a chi di competenza.

Peccato perché l’ensemble Venice Baroque Consort, formato dalle prima parti dell’Orchestra Barocca di Venezia e coordinato dal primo violino - e viola d’amore – Gianpiero Zanocco, dà ottima prova di sé nel concerto in re minore per archi e basso continuo RV 127 – un pezzo talmente breve da finire prima di trovare la giusta seduta sulla poltrona del Conservatorio di Torino – e nella sonata “Al Santo Sepolcro” in mi bemolle maggiore per archi e basso continuo RV 608.

Se le pagine vivaldiane faticano a raggiungere l’etere, martedì 15 la musica di Mozart si leva leggera verso le alte sfere grazie alla bella prova di Davide Cabassi e di Alessandro Crudeli alla guida dell’Orchestra dell’Università di Milano. Articolato in una dimensione squisitamente cameristica, soprattutto nella versione per orchestra d’archi dell’autore stesso – Mozart indica i due oboi e i due corni ad libitum –, il concerto n.14 in mi bemolle maggiore KV 499 si impone per la bellezza dell’elaborazione tematica e contrappuntistica. Come riflessi a uno specchio, Cabassi e Crudeli intavolano fin dall’Allegro vivace iniziale un seducente meccanismo di imitazioni tra pianoforte e orchestra. Il pianismo di Cabassi è di grande eleganza. Egli esibisce fraseggio forbito e autorevole, dimostra controllo assoluto dello strumento, ricerca con cura colori e timbri – specialmente nell’Andantino centrale –. Ciò che più piace, però, è l’approccio quasi intellettuale alla musica di Mozart: l’iridescenza del giovane Salisburghese, declinata con maturità di pensiero dall’interprete, appare allora come rinvigorita nel suo spirito.

Prima e dopo Mozart l’orchestra è protagonista assoluta della scena. Musica celestis di Aaron Jay Kernis è il classico pezzo contemporaneo solo all’anagrafe e col suo evocativo gioco di chiaroscuri, francamente, stufa molto presto. Ben altro effetto sortisce invece la Serenade per archi op. 20 in mi minore di Elgar. Si possono qui apprezzare il gesto sicuro di Crudele, il suo gusto raffinato nel trattare un materiale melodico così languido, l’intensità della narrazione nel leggiadrissimo Larghetto o nel radioso Allegretto conclusivo, il variegato spettro di dinamiche a cui l’orchestra attinge per impreziosire il discorso. Questa sì che è musica che sale dritta al cielo.


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