L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Le voluttà della morte

di Roberta Pedrotti

Cambiano i due protagonisti, ma, in un'alternanza eccellente, Tristan und Isolde si conferma una produzione memorabile, una pepita nel filone inesaurito e inesauribile delle varie sorti di una forma d'arte più viva che mai.

Leggi anche la recensione della prima

BOLOGNA, 29 gennaio 2020 - Le età dell'oro non esistono se non nei sogni e nei miti. Ogni età riluce di biondo metallo e si appesantisce di ferraglie, in misure e forme mutevoli ma indissolubili. Oggi non viviamo in un'età solo d'oro o ferro, né era solo d'oro o ferro il "bel passato" alle nostre spalle, però vene preziose ne abbiamo eccome per titoli e repertorio che fino a qualche anno fa sembravano scogli dei più aspri. Potevamo forse pensare, anche pochi lustri fa, di avere tante alternative per eseguire I puritani o Guillaume Tell in versione integrale? E potevamo sperare, senza nemmeno trasferirci in Baviera, di vedere alternarsi due coppie protagoniste di altissimo livello nel cimento estenuante di Tristan und Isolde? Eppure, eccoci qui, dopo l'entusiasmo della serata inaugurale, ad applaudire al Comunale di Bologna un cast alternativo che in nulla si può dire cadetto rispetto al titolare della prima. 

Cambiano, in realtà, solo loro, Tristan e Isolde. Ritroviamo con gioia il resto della compagnia e appena appena ci si rende conto che - alla quarta recita in sei giorni, l'ultima giusto ventiquattro ore prima - la Brangäne di Ekaterina Gubanova e il Kurwenal di Martin Gantner sono sempre eccellenti ma, com'è comprensibile, più cauti rispetto alle prove sfolgoranti della prima. In una parte circoscritta, alla fine, a due soli interventi e non diffusa su tutte le cinque ore di spettacolo, Albert Dohmen torna a farsi valere con tutta la classe del suo Marke nobilmente, umanamente pacato. Nondimeno tornano a convincere il Melot baritonale e il pilota di Tommaso Caramia e il pastore/ marinaio di Klodjan Kaçani. 

Scopriamo, poi una nuova coppia perfettamente equilibrata, differente ma non inferiore a quella già ascoltata. Bryan Register non colpisce tanto per il vigore e lo smalto vocale - pur adeguati alle esigenze e alla durata della parte - quanto per la cura del fraseggio, dalla metamorfosi ben preparata nel secondo atto e siglata da un attonito "Seligste Frau!" alla resa magnetica dell'infinito monologo di Tristan del terzo atto. Non solo Register non sembra patire fatica, ma articola il suo canto con dinamiche e accenti vari e avvincenti. E, per dire che questo cast non è secondo in nulla, basterebbe poi ricordare che Isolde, Catherine Foster, è stata la Brünhilde del 2013 a Bayreuth con Petrenko: l'ampiezza della sua voce, lo schietto metallo che riluce ove occorra anche caldo e vellutato sono strumenti di un'interpretazione che fa come sbocciare il contegno fiero della principessa assetata di vendetta fino all'assoluto di un Liebestod abbagliante, vibrante, liberatorio. È l'espressione sublimata ed erotica della voluttà della morte che fa parte di ogni dolore d'amore, ma anche, forse, di ogni amore vero e profondo. Una voluttà di morte in cui la poetica wagneriana canta il perdersi infinito, senza contemplare la risalita consapevole alla luce. L'amore è un percorso iniziatico che, come tale, compende l'esperienza dei misteri dello "status animarum post mortem", un'esperienza che può essere superata con la conquista di una piena coscienza, ma anche un'esperienza cui abbandonarsi voluttuosamente, eternamente. Liebestod non è solo morire per amore, è la fusione estrema di amore e morte e riascoltare la concertazione magistrale di Juraj Valčuha permette di gustare ancor più in profondità l'esplorazione di questa idea. Senza che l'ombra della falce ineluttabile si enfatizzi compiaciuta in posa decadente, la perdita di sé nell'estasi amorosa si avvicina alla perdita di sé dell'anima che abbandona il corpo, alla persistenza sottile - vivente - della morte fin dal Preludio, fin dalla coesistenza nel filtro di veleno e innamoramento. Il cesello di Valčuha s'infila nelle ombre, plasma consistenze di sete, rasi, velluti, insinua la pozione nell'analisi di un'estasi che libera e dissolve, sempre calibrando lo sviluppo comune del concetto fra scena, voci, orchestra in un equilibrio soppesato con cura infinitesimale. 

Nondimeno, immergendoci nuovamente - e con le prospettive di nuove voci - nella lettura di Valčuha, ancora una volta ammiriamo la suggestione di uno spettacolo in cui tutto è coerente anche là dove non debba necessariamente essere spiegato dalla ragione (non siamo forse nel regno della notte e dell'inconscio?), in cui la staticità fisica del dramma anima il suo labirinto psicologico con un gioco di luci sopraffino. D'altra parte, nel dolore d'amore che corteggia la morte, l'ossessione del pensiero non genera un eterno soliloquio simile al percorso concettuale anti-sintetico delle drammaturgie wagneriane? E non è questa la porta della follia che Tristan und Isolde risolve nella voluttà estrema del Liebestod? Proprio nell'essere astratte le immagini di Ralf Pleger e Alexander Polzin ne restituiscono la realtà, così come l'analisi meticolosa di Valčuha si concretizza di poesia e passione.

Il teatro è pieno come non mai, meritatissimo tutto esaurito, il coinvolgimento palpabile fino allo sciogliersi degli ultimi accordi, prima dell'esplodere compatto dell'entusiasmo collettivo. L'opera è davvero più viva che mai, e se nessuna età sarà mai tutta d'oro, la nostra continua a rivelare filoni e pepite.

foto Rocco Casaluci


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