L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Scripta volant

 di Antonino Trotta

Nonostante le gravi mende della seconda compagnia di canto, il bellissimo allestimento di Andrea Cigni e l’ottima concertazione di Donato Renzetti decretano il trionfale ritorno di Nabucco al Teatro Regio di Torino.

Leggi la recensione del cast della prima -> Torino, Nabucco, 20/02/2020

Torino, 13 febbraio 2020 – Il pensiero, che è ragione, conoscenza, memoria, va libero per colli e clivi, si leva impresso su ali di carta, scampa alle vampe della violenza, piove dal cielo per fecondare l’arida terra: esso custodisce l’identità di un popolo di cui è la più grande ricchezza, ne cristallizza l’esistenza, segna il confine tra la civiltà e villania senza mai ergere un muro giacchè il pensiero è anche, o forse soprattutto, ospitalità, accoglienza, integrazione. Il Pensiero, con la «P» maiuscola lo definisce il regista Andrea Cigni, è quello raccolto nei libri, culle del sapere e baluardo della libertà; volumi condivisi con generosità ai nuovi arrivati, difesi fino allo stremo delle forze dagli oppressori che invece i libri li gettano sul rogo e li impalano alla parete affinché nessuno vi possa più accedere, con la speranza forse di cancellare ciò che raccontano. È un Nabucco, questo di Cigni, che parla franco alle nostre coscienze perché quaderna sotto il naso ciò che troppo spesso occupa il palcoscenico della vita: per averne prova si potrà pescare laddove il mito si confonde con la cronaca – la distruzione della biblioteca di Alessandria d’Egitto, ad esempio –, ma solo volgendo di poco la testa – la recente devastazione di Palmira, corte dell’illuminata regina Zenobia, tra le più preziose aree archeologiche del mondo – si potrà apprezzare appieno la feroce attualità e l’impellente necessità del suo discorso e, magari, farne addirittura tesoro.

Parla alle coscienze e parla a tutti perché nel firmare il nuovo allestimento di Nabucco, ora in scena al Teatro Regio di Torino e coprodotto con il Massimo di Palermo, Andrea Cigni, dall’alto del suo buon gusto, sa sviluppare una narrazione articolata su più livelli, tutti assolutamente efficaci e ben proiettati in un meccanismo di perfetto equilibrio delle parti, sicché mai un contenuto, sia esso didascalico – unica pecca è il passaggio della corona tra Fenena, Nabucco e Abigaille nel finale della seconda parte, abbastanza inutile – o simbolico, prevarica arrogantemente l’altro. Lo spettatore può soffermarsi sull’amplificazione del materiale drammaturgico – prerogativa del buon teatro di regia – e ascoltare «Va pensiero» con una sensibilità rinnovata, o lasciarsi coinvolgere da quei personaggi sbalzati con piena consapevolezza di sé, dalla cura maniacale della recitazione che pone l’accento sul conflitto tra le due regine guerriere, traendone in ogni caso grande soddisfazione. Quando la vicenda conserva tutta la sua teatralità, in una dimensione che non abbisogna di bussole o lancette, a chi importa se degli orti pensili di Babilonia non si vede nemmeno una foglia: le bellissime scenografie di Dario Gessati, illuminate a regola d’arte da Fiammetta Baldiserri – la scena finale, dove un testo ebraico s’illumina d’immenso, è mozzafiato –, immergono l’azione in uno spazio e in un tempo privo di riferimenti, conservando però, ora nelle citazioni dei lavori di Jannis Kounellis, ora nel richiamo di metalli più o meno preziosi, il senso di imponenza delle ambientazioni originali. Seguono la stessa linea di principio anche i costumi di Tommaso Lagattolla, talvolta fantasiosi, ma ben inseriti nel contesto distopico di Cigni, Gessati e il resto del team creativo (Luca Baracchini assistente alla regia, Maddalena Moretti e Stefano Pes assistenti alle scene, Donato Didonna assistente ai costumi).

Spiace allora constatare che la poesia svanisca con la seconda compagnia di canto. Damiano Salerno, nel ruolo del titolo, convince poco o nulla. Mette a segno delle belle messe di voce, è vero, tuttavia il timbro molto chiaro e l’inconsistenza del registro grave – la cabaletta del finale sparisce, a eccezione delle puntature, nel nulla – sottraggono autorevolezza a un fraseggio già poco vario. L’essere entrata in compagnia a una settimana dalla prima, dopo che la defezione di Saioa Hernandez ha innescato la migrazione delle virago, è un’attenuante debole per l’assetto vocale deficitario di Tatiana Melnychenko: le discese negli abissi della tessitura sono dai risvolti imprevedibili – ora declama, ora appoggia, ora emette di petto –, le salite alle vette ispide, con acuti sempre fissi e calanti. Però il registro centrale è possente, l’interprete pugnace, e scenicamente Abigaille risponde all’appello. Almeno questo. A Ruben Amoretti, Zaccaria, manca, oltre a un armamentario tecnico degno di questo nome, proprio l’allure sacerdotale: «Come notte al sol fulgente», urlata ai quattro venti, depaupera il gran pontefice di ogni credibilità. Meglio con i ruoli di fianco, a cominciare dalle Fenena di Agostina Smimmero che sa valorizzare una pasta vocale di prim’ordine, digrignare i denti alla sorellastra e cantare con commossa delicatezza la stupenda aria finale. Niente male nemmeno l’Ismaele di Robert Watson, dotato di squillo, bel timbro e fare ardimentoso. Romano Dal Zovo (Il gran sacerdote di Belo), Enzo Peroni (Abdallo) e Sarah Baratta (Anna), completano egregiamente il cast.

Sul podio Donato Renzetti offre un’ottima concertazione nonostante i tagli di routine, dei quali è sempre difficile farsi una ragione – che senso ha guadagnare una manciata di minuti quando si perde circa un’ora tra due intervalli e un cambio scena? –. Renzetti governa al meglio l’Orchestra del Teatro Regio di Torino, nel consueto gran spolvero, cavando dal golfo mistico suoni morbidi, misurati, eleganti, che esaltano gli involi melodici della partitura, senza mai rinunciare al mordente, alla scarica di adrenalina che pompa lo spartito nei momenti più elettrizzanti. Sostiene al meglio il palcoscenico, si rivela mai dimentico di colori e dinamiche, flessibile e accattivante nelle scelte agogiche.

Ultimo, non per importanza, il Coro del Teatro Regio di Torino istruito dal maestro Andrea Secchi. Nabucco è l’opera corale per eccellenza e l’attesissimo appuntamento con la ultraceleberrima pagina vale da solo il prezzo del biglietto: la bellezza del piano sul fiato, l’avvolgente omogeneità tra le sezioni, scatenano l’ovazione del pubblico, meritatissima.

Manco a dirlo, successo strepitoso di pubblico e tutte le recite praticamente esaurite.


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